Leo Baldi, in arte LEON SETI, ha 22 anni, è nato e cresciuto ad Arezzo e ora vive e studia in Inghilterra. Le sue attitudini alla musica e al canto si sviluppano nella cittadina natale grazie a prime esperienze in vari generi, anche metal; nel lasciarsi alle spalle il “nido” toscano decide di mettere in valigia quella che ormai è diventata una grande passione e riniziare da capo con un progetto solista.

“Leon” è la veste di questo nuovo percorso. Dal 2015 la sua camera inglese è pervasa da vibrazioni elettro-pop, che fruttano una serie di takes e singoli su piattaforme come Bandcamp e Soundcloud. A sostenere e ad arricchire le sperimentazioni vocali di Leon ci sono due fedeli compagni: un computer e una tastiera midi. E in questi due anni il giovane Baldi ha fatto (quasi) tutto da solo. Una nota di merito che contribuisce ad aumentare la godibilità di certi suoi pezzi.

La prima vetta del cursus di Leon è stata toccata recentemente con la pubblicazione di un album. Dopo una “campagna pubblicitaria” condotta con entusiasmo dall’artista stesso e dopo alcune presentazioni in radio e articoli, Genuflection è stato presentato al pubblico internauta il 28 Aprile di quest’anno. Il disco, per ora disponibile solo in formato digitale, presenta una tracklist di 10 brani, di cui alcuni erano già stati palesati individualmente nei mesi precedenti, come “Raining” e “6”. L’evento ha coinciso con una modificazione nel nome dell’artista: “Leon” è divenuto LEON SETI.

La prima cosa che salta all’occhio è il titolo dell’album: “genuflessione”. Un termine insolitamente complesso, almeno per quanto riguarda un’opera pop. Nella cover vediamo LEON SETI prostrato sotto il titolo, come a voler rendere omaggio al suo stesso lavoro. Leon è stato molto reticente in merito al titolo, consegnando il significato alla libera interpretazione dell’ascoltatore. Un’azione che evoca profondo rispetto e devozione? O forse solo l’allusione a contesti molto più profani? L’idea di lasciare questo nome immerso nella sua ambiguità deve divertire molto il buon Baldi. E sinceramente diverte anche me.

Mi era stato chiesto di scrivere una recensione di Genuflection. Tuttavia ho pensato di chiedere a Leon un suo commento su ognuno dei dieci pezzi dell’album, di modo da rendere più interessante e autentico il tutto. Ho quindi integrato le mie impressioni con le descrizioni dell’artista.

Ad aprire le danze c’è “Flamebird”, uno dei “singoli”. La sequenza di accordi di synth del pezzo è lo sviluppo di un giro che Leon si porta dietro da quando aveva sedici anni, più precisamente da quando mise per la prima volta le mani su una tastiera sua. Una di quelle idee martellanti e ossessive che ha trovato finalmente la sua realizzazione. A parte il ritornello, sicuramente uno dei più riusciti dell’album, è davvero interessante il riff del bridge nella seconda metà del brano.

Devo dire che ho apprezzato maggiormente “Under”, sia per la costruzione delle armonie vocali, sia per la ricchezza di suoni, a dimostrazione che non siamo di fronte al solito pop trito e ritrito in cui è la voce ad avere l’esclusiva su tutto il resto. <<Under è ispirata a Banks, un’artista che adoro. La canzone doveva chiamarsi Going Under You in onore dell’espressione to go under usata da Nietzsche, ma non volevo che si collegasse a un’altra canzone di Lady Gaga che ha la stessa sigla G.U.Y.>> La formazione da filosofo si fa sentire insieme a quella da irriducibile poppettaro.

Temi ricorrenti in Genuflection sono la solitudine e i momenti di tristezza. “Somebody looked for you” parla proprio di questo, riferendosi in particolare a un periodo della vita di Leon. Un periodo “passato a guidare senza meta in macchina di notte con la musica a palla”. Il suo intento era quindi rievocare le sensazioni di quelle notti.

Si prosegue con un omaggio alla musica celtica (“Call of the wind”, un brano che ha un sapore piuttosto tribale, caratterizzato da melodie di flauti sintetici molto interessanti e frasi ripetute a mo’ di litanie) e con la titletrack: si respira qui un’aria molto più aperta, spensierata, quasi allegra (non vorrei sbilanciarmi troppo…); a questo pezzo il ruolo di fare da cardine tra le due metà del disco, quella <<depressa e aggressiva>> e quella <<tranquilla e spenta>>. Davvero un’ottima prova vocale. A mio avviso il pezzo più divertente, originale e “carico” di tutta la scaletta.

“6” e “Raining” sono gli altri due singoli che erano stati pubblicati in precedenza. Con “6” l’aria si fa calda, sensuale. <<Aveva un altro titolo ma ho scelto di censurarla. Il pezzo gira intorno al beat e alle bent strings modificate. Volevo scrivere un pezzo sensuale e strano allo stesso tempo dopo aver scritto flamebird e 6 è il risultato.>> In “Raining” c’è un primo contributo esterno: la chitarra di Marco Freni, che a detta di Leon è stata registrata in one take senza nessuna prova precedente. L’atmosfera evoca abbastanza bene il senso della pioggia, con singole note di synth che rimandano a gocce d’acqua che si infrangono sul terreno.

Molto suggestiva la strumentale “Morning Frost” , basata per l’appunto su una fredda e silenziosa mattina di Dicembre, carica di attesa. <<C’era la brina ed ero molto ansioso perchè dovevo registrare dei pezzi con dei miei amici per la prima volta>>.
L’ossessivo basso di “Apathy” è la nota più interessante di un pezzo che non è apatico solo nel nome. La sensazione trasmessa è a quanto pare volontaria (<<è una canzone molto personale e forse quella che più rispecchia l’album nei suoi temi di stanchezza e noia>> ), ma questo non riesce a giustificare la monotonia del brano, che è quello che rimane meno impresso.

In chiusura abbiamo “Mother: la struttura essenziale e la voce coinvolgente ed emozionante lo rendono assolutamente unico nella sua dolcezza e sensibilità. <<“Mother” doveva essere registrata con il pianoforte, ma non sarei stato capace di rendere onore ai tasti con la mia scarsissima abilità da pianista. Il suono che ho creato di conseguenza mi è piaciuto così tanto da non voler mettere altro nel pezzo se non la voce e il suono finale, registrato da Giovanni D’iapico. Il testo parla di mia mamma.>>

Il primo grande traguardo di LEON SETI è molto interessante. Armato solo delle sue abilità (come abbiamo visto le collaborazioni sono ben poche) canore e compositive, il giovane aretino ha confezionato un lavoro che, nei suoi alti e bassi, lascia diverse sensazioni. Brani come “Call of the wind”, “Genuflection”, “Raining” e “Mother” coinvolgono a tal punto da farti sprofondare nel complesso mondo di questo artista, da cui ne esci con una strana ambivalenza di malinconia e pace dei sensi. Sedersi a riflettere sotto la pioggia, un pensiero rivolto al passato, uno al presente e uno al futuro: questa potrebbe essere un’immagine adeguata per “raccontare” le atmosfere di Leon.
Gli episodi meno avvincenti ci sono eccome, ma il talento è indiscutibile. Leo Baldi canta bene, ama sperimentare con suoni e beat e, tra studi di filosofia, vita fuori porta e grande sensibilità, ne ha davvero tante di cose da cantare e trasmettere. Non perdetelo di vista, potrebbe davvero sorprendere in futuro.

L’album Genuflection è disponibile su Itunes, Spotify, Bancamp e Amazon. Potete trovare i link all’album nella pagina facebook di LEON SETI.

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