Le Università inglesi riflettono sul proprio ruolo nella schiavitù

Indice di barbarie più assolute o male necessario? Le Università inglesi hanno approfondito il tema della schiavitù e del ruolo che la cattività ha avuto nel corso dei secoli per l’impero britannico nell’edificazione della potenza inglese

0
237

La tradizionale festa in onore di Tobias Rustat, benefattore del Jesus College di Cambridge e schiavista inglese, quest’anno ha dato l’occasione all’Università d’oltremanica di approfondire il ruolo che hanno giocato schiavitù e le tratte nell’economia inglese del Cinquecento.

Rustat è stato cortigiano di Carlo II d’Inghilterra, ricordato soprattutto per aver istituito il primo fondo per l’acquisto di libri della Biblioteca dell’Università di Cambridge, dove lui stesso aveva studiato, e per cui si è guadagnato un’annuale e chiassosa celebrazione in suo onore. Ma forse pochi sanno che il beniamino fosse anche uno dei principali trafficanti di uomini d’Inghilterra, attorno al 1600 d.C. 

Ritratto di Tobias Rustat, Londra.

La generosità di Rustat, infatti, sembra essersi arrestata alla concessione – pur nobile – di istituire la borsa di studio che porta il suo nome e che ha consentito per tre secoli a milioni di orfani indigenti di studiare ed essere ordinati sacerdoti della Chiesa Anglicana.

John Evelyn, storico contemporaneo, l’ha dipinto come “un tipo semplice, ignorante ma onesto e leale”. Quello che Arendt avrebbe descritto “la banalità del male”. Il  cortigiano era infatti uno dei principali investitori della Royal African Campany (RAC), il cui nome suggerisce già gli scopi a cui fosse preordinata l’organizzazione: il traffico principale era di uomini, donne e bambini a bordo di grandi navi verso la madrepatria, le Americhe nonché di qualsiasi altra colonia britannica. 

Si stima che nel 1672 furono spediti all’incirca 150’000 africani per lo più verso i Caraibi e gli Stati latifondisti del Sud per il loro impiego come schiavi nelle piantagioni.

In tema di schiavitù, ai britannici piace piuttosto richiamare un grande abolizionista, William Wilberforce, che, assieme al gruppo di cui era a capo, si è sempre adoperato per smantellare tale prassi barbara e incivile, seppur redditizia. 

Stavolta si è deciso di cambiare prospettiva e indagare meglio il ruolo che la schiavitù ha giocato nell’edificazione della potenza britannica, tanto che la ricerca svolta dagli studenti del Jesus Collegeha stuzzicato l’attenzione anche di altre prestigiose Università oltre i confini nazionali: Brown UniversityYaleGeorgetown, tutte accomunate dalla partecipazione alla tratta degli schiavi già dai primi anni della loro istituzione.

L’University College di Londra ha creato un database di proprietari di schiavi britannici, essenziale per capire il volume economico che la schiavitù ha ingenerato nell’economia inglese.

Solo nel 1833 il Governo inglese ha preso in prestito 20 milioni di sterline per sostenere lo Slavery Abolition Act, per ricompensare i proprietari terrieri degli schiavi perduti, considerati una mera “proprietà”.

Detto prestito rappresentava il 40% del reddito medio annuo del Tesoro nel 1844 – anno in cui sono iniziate le elargizioni – circa il 5% del PIL britannico. 

Solo nel 2015 il Regno Unito è riuscito a ripagarlo. Gli oltre 46’000 beneficiari, sparsi in tutto il Paese sono risultati concentrati per lo più in Scozia, i cui giovani si erano trasferiti per la maggior parte ai Caraibi per costruire le piantagioni. 

Dopo Londra, la maggior parte dei proprietari era originaria di Bristol, Edimburgo, Glasgow e Liverpool.

Rassegnato, il vice cancelliere Steve Toope ha dichiarato: “La storia è inevitabile”. 

Molte sono le Università d’oltremanica che hanno lucrato sul fenomeno dello schiavismo, tuttavia solo il Jesus College, l’alma mater di Tobias Rustat, ha assunto, al momento, alcuni ricercatori per approfondire i suoi passati interessi nella tratta degli schiavi. 

Sembra però che qualcosa stia cambiando e i College britannici promettono presto di stanziare dei finanziamenti volti ad indagare le passate ingiustizie come “Cosa giusta da fare”, come ha asserito David Duncan, capo operativo dell’Univeristà di Glasgow.

Di tutt’altro avviso è Trevor Phillips che in una lettera aperta al Sunday Timesha aspramente criticato la magnanima ricostruzione fatta dall’Università londinese sul suo passato e sul ruolo che ha avuto nella tratta degli schiavi, che non può certo cancellarsi con un colpo di spugna. Sul famoso quotidiano Phillips ha scritto: “Ho sempre avuto grandissima ammirazione per la vostra Università (…). Quindi mi addolora trovarmi in disaccordo”. Per sua stessa ammissione, Philipps non è testimone imparziale essendo stato il nipote di una donna deportata a Barbados. Nella sua lettera Phillips ha proseguito spiegando che “Se l’intenzione è drammatizzare le conseguenze della brutalità che si è consumata con la cattura di 10 milioni di africani e di loro discendenti, allora va bene. Ma sarebbe troppo chiedere che uno di noi fosse interpellato?”, ha asserito ponendo l’accento sugli interessi politici sottostanti alla ricerca.

Phillips, dopo aver spiegato che molti dei benefattori dei college britannici possedessero schiavi nelle colonie, in particolare ai Caraibi, ha lanciato la sua provocazione: “Parcheggiare due ricercatori in uno scantinato per sfogliare i registri delle piantagioni è il modo migliore in cui Cambridge può contribuire all’uguaglianza razziale? Questo genere di protagonismo può andare bene per delle istituzioni minori. Ma voi siete molto meglio degli altri. Cambridge non può fare nulla per ricompensare coloro che sono stati derubati e umiliati in passato, ma ha l’opportunità di fare la differenza per milioni di oggi”.

Commenti