Le isole alla fine del mondo

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Quel ramo della terra d’Europa, che volge a mezzanotte, catene ininterrotte di monti, tutto a capi e promontori, vien quasi a un tratto a restringersi, sfilacciarsi e perdersi dentro un mare a volte blu come un sogno, più spesso nero lucido come la ghisa bagnata, quassù nell’angolo di Norvegia che divide l’Atlantico con il Mar di Barents. Qui non c’è nulla di soffice, se non i colori della luce. La scelta è tra un oceano brutale e bizzoso, una terra tagliata verticale come enormi fette di torta sempre coperta di luminosa glassa nevosa, e un’area di relativa tregua tra il mondo solido e quello fluido fatta di spiagge e anfratti, penisole e arcipelaghi, anse e promontori, rare oasi dove millenni di umiltà hanno costruito moli, finestre e tetti spioventi. Partendo da sud Senja, la regina dai 10 capi, poi Vengsoya, Vannoya, la spettacolare Fugloya, poi Arnoya e Kagen, e decine di altre, tutte capaci di portarti da una spiaggia bianca a 1000 metri di picchi e creste sempre avvolti nel cristallo con una rapidità geologica straordinaria.

E’ terra di gente di mare.  E di montagnini che pescano. ‘Il mare è la mia vita’, ‘Il mare è casa mia’, ‘Il mare è libertà’, ‘Il mare non ha confini’. La chimica tra uomini e natura assomiglia a quella della nostra biologia, dove quattro semplici basi di DNA sono capaci di scrivere codici e storie diversi per ogni individuo, usando gli stessi ingredienti, passione, tradizione, lavoro e indipendenza. E sono gli ingredienti necessari per vivere un mondo di confine tra terra e mare, tra Europa e Artico, per riuscire ad amalgamarsi con una natura selvaggia, ammaliatrice, ricca e di una bellezza sconvolgente. Se il pantheon norreno avesse incontrato Greta Garbo l’avrebbe innalzata a dea di queste geografie, linee perfette scritte in bianco e nero, delineate dalla perfezione del tratto di china e illuminate da pupille di un blu senza fondo. Grazia, ma brutale.

Fugloya, l’isola degli uccelli, aquile, gallinelle, pulcinelle, gabbiani, beccacce e chi più ne ha più ne metta, antropofoba con le sue coste verticali che collegano un mare nero a vette sempre bianche, non offre alcun angolo accogliente, eppure ci andavano a remi, da Vannoya, a fare il fieno con le reti, si, con le reti, che inchiodavano intorno alla lussuria erbosa alimentata dal guano per raccoglierla quando tagliavano aggrappati ai fianchi ripidissimi, prima che il petrolio rendesse il paese ricco.

Vannoya, una catena montuosa di 40 chilometri con pendii per tutti i gusti e picchi per tutte le picozze, eppure capace di scivolare in un mare verde smeraldo creando una costa ricca di golfi, porti e calette, ti ci innamori a prima vista, basta fare una passeggiata tra le otarie, le renne e le pernici bianche, o scendendo con gli sci dalle vallate fino alla spiaggia. Il sentiero che l’abbraccia tutta è uno dei più belli del paese.

Arnoya, nascendo dagli abissi con tre montagne a lama, ha lasciato due vallate dolcissime e si è orlata di una costa che offre visioni definitive su un meridione di bianco irsuto a perdita d’occhio che galleggia a volte sullo zucchero filante del mare in burrasca, altre volte sull’indaco inaudito del mare calmo, altre fa giusto capolino su groppi grigi sempre frettolosi. E la gente si è divertita a circondare tutta l’isola con una casetta dietro l’altra, tutte uguali ma tutte diverse, con finestre che distillano invidia come il vetro i raggi del sole sempre basso, sempre radente, sempre silenzioso.

Kagen è un’isola senza mezze misure, tre vette proibitive che scendono fino al mare, e l’uomo ci ha giusto fatto una strada e un ponte per collegarla a due penisole più dolci e meno ansiogene, capaci di abbracciare il miglior porto della zona, Skjervoy, quasi impronunciabile.

Poi, verso est, un’altra catena montuosa al confine con Finnmark ti fa scoprire che non è finita li, che lo spettacolo continua, con altri capi sbrindellati, altre isole incuneate nei flutti, altri capi che puoi doppiare un giorno si e tre no, ma quella volta che passi ti ripaga le ore spese in cucina a fare uova in camicia da appoggiare delicatamente sulla fetta di salmone.