Le grandi pandemie del XX secolo

Un nuovo virus che si diffonde in tutto il mondo e contro il quale la maggioranza degli uomini non ha difese immunitarie”. Questa è la definizione di pandemia, secondo l’Organizzazione Mondiale della Salute. E questo è ufficialmente oggi il Coronavirus. Ma, quali furono le grandi pandemie del secolo scorso?

0
7065

Nel XX secolo la vertiginosa crescita della popolazione, insieme al massiccio sviluppo dei mezzi di trasporto, permise anche ai virus di viaggiare più velocemente da una parte all’altra del pianeta.

Perché si abbia una pandemia non basta la comparsa di un virus diverso da quelli già circolanti, ma si devono verificare necessariamente 3 situazioni. Il sottotipo virale emerso è nuovo soprattutto immunologicamente, non è riconosciuto dagli anticorpi che la popolazione già possiede. Infine, si deve replicare nell’uomo; deve crearsi una elevatissima diffusibilità interumana.


Serie A sospesa: tutti i precedenti


Nel secolo scorso si sono verificate tre pandemie influenzali: nel 1918, 1957, e 1968, che sono identificate comunemente in base alla presunta area di origine: Spagnola, Asiatica e Hong Kong.

L’influenza Spagnola (H1N1) – 1918

Causata da un virus H1N1 con geni di origine aviaria , la Spagnola è il primo flagello che colpì il nostro pianeta all’alba del XX secolo. Chiamata così perché le prime notizie su di essa furono riportate dai giornali della Spagna che, non essendo coinvolta nel conflitto mondiale, non era soggetta alla censura di guerra. Secondo i Centers for Disease Control and Prevention, tra i principali organismo di controllo sulla sanità pubblica degli Stati Uniti d’America, si tratta della pandemia più grave della storia recente.

Classificata come “la madre di tutte le pandemie“, ancora più grave perché esplosa in concomitanza con la Prima Guerra Mondiale. Secondo quanto riportato dall’Istituto Superiore di Sanità, “circa un terzo della popolazione mondiale fu colpito dall’infezione durante la pandemia del 1918–1919. La malattia fu eccezionalmente severa, con una letalità maggiore del 2,5% e circa 50 milioni di decessi, alcuni ipotizzano fino a 100 milioni“.

Il virus causava una forte febbre con complicazioni di natura polmonare. Inizialmente considerato innocuo, risolvibile con tre o quattro giorni a letto. Ma le cose non andarono così e la medicina si mostrò incapace dinanzi a quella che viene definita la più grave pandemia della storia. In un anno l’influenza uccise più persone di quante ne morirono in un secolo nel Medioevo per la peste nera.

I primi casi di influenza spagnola furono denunciati in Spagna e trasmessi al mondo tramite l’Agenzia giornalistica spagnola Fabra a partire dall’8 marzo 1918. In realtà, il virus iniziò a circolare già nel 1917 tra le trincee. Portato dai soldati americani accorsi in aiuto delle truppe francesi sul fronte della Lorena. Rapidamente fece il giro del pianeta, seminando morte e terrore. Seicentomila le vittime italiane, che si aggiungevano ai già tanti caduti della Grande Guerra.

I primissimi casi di Spagnola

Durante la Prima guerra mondiale, i medici del grande ospedale militare di Étaples, nel nord della Francia, si imbatterono in una malattia respiratoria con un decorso particolarmente aggressivo. I pazienti colpiti, per lo più giovani soldati, al mattino erano sani e alla sera erano collassati a letto, con le labbra blu per la mancanza di ossigeno. Nei casi più gravi i sintomi della malattia comprendevano febbre alta, tosse, emorragie da naso e bocca, polmoniti e pleuriti secondarie. I pazienti che non finivano uccisi dalle infezioni morivano soffocati nei loro letti. La nuova malattia venne soprannominata “bronchite purulenta”, poiché durante l’autopsia i bronchi dei pazienti risultavano impregnati di liquido infetto. I medici inviarono allarmanti rapporti ai loro superiori, ma, con gli alti comandi impegnati nella guerra, non furono ascoltati. Poi i pochi focolai della malattia si spensero. E i soldati negli ospedali tornarono a morire di tifo e di colera. Pare si fosse tornati alla normalità.

Nella primavera del 1918 comparvero nuovi focolai della malattia. L’epidemia si estese rapidamente all’esercito tedesco e arrivò nel Regno Unito. Aiutato dallo spostamento delle truppe, il virus arrivò in pochi giorni in Italia, negli Stati Uniti, in Russia, in India e in Africa. La maggior parte del mondo era sottoposta alla censura militare, mentre l’unico paese dove l’epidemia e i suoi effetti potevano essere discussi liberamente era la Spagna, dove la malattia aveva colpito tra gli altri Re Alfonso XIII.

Era un’epidemia globale, la più devastante che il genere umano avesse mai visto. Quando tutto finì, alla fine del 1919, il bilancio dei morti fu più devastante della guerra appena conclusa.

L’Iss conferma inoltre che “negli anni trenta furono isolati virus influenzali dai maiali e dagli uomini che, attraverso studi sieroepidemiologici furono messi in relazione con il virus della pandemia del 1918”. Così, è stato verificato che “i discendenti di questo virus circolano ancora oggi nei maiali. Forse hanno continuato a circolare anche tra gli esseri umani, causando epidemie stagionali fino agli anni ’50, quando si fece strada il nuovo ceppo pandemico A/H2N2 che diede luogo all’Asiatica del 1957”. Il virus del 1918, inoltre, secondo l’Iss è “probabilmente l’antenato dei quattro ceppi umani e suini A/H1N1 e A/H3N2, e del virus A/H2N2 estinto

L’Influenza Asiatica (H2N2) – 1957

La paura del contagio tornò nel 1957 con l’arrivo di un nuovo virus denominato A (H2N2). La cosiddetta Influenza Asiatica, passata così alla storia, perché il virus fu isolato per la prima volta in Cina. In questo caso, venne messo a punto in tempi record un vaccino che permise di frenare e poi di spegnere del tutto la pandemia, dichiarata conclusa nel 1960. Nel frattempo, però, erano morte due milioni di persone. A essere contagiati furono soprattutto i più giovani, nati dopo il 1918, e quindi non dotati di almeno una certa immunità al virus emergente.

Secondo quanto confermato dall’ISScon l’Asiatica del 1957, fu molto diffuso ed evidente il fenomeno di polmoniti primariamente virali. In contrasto a quanto osservato nel 1918, le morti si verificarono soprattutto nelle persone affette da malattie croniche e meno colpiti furono i soggetti sani. Il virus dell’Asiatica (H2N2) era destinato ad una breve permanenza tra gli esseri umani e scomparve dopo soli 11 anni, soppiantato dal sottotipo A/H3N2 Hong Kong“.

Influenza di Hong Kong (H3N2) – 1968

Sempre dall’Asia arrivò nel 1968 una nuova influenza, l’Influenza di Hong Kong. Un tipo di influenza aviaria, simile all’Asiatica, che in due anni uccise dalle 750 mila ai 2 milioni di persone, di cui 34 mila solo negli Stati Uniti. Per la sua somiglianza con l’asiatica il conseguente accumulo di anticorpi nella popolazione mondiale, l’Influenza di Hong Kong fu la meno letale del XX secolo.

Anche in questa occasione, furono principalmente le polmoniti virali a risultare fatali per chi rimase contagiato dal virus, i meno colpiti furono invece i soggetti sani.

Fu, dunque, la meno letale delle pandemie del XX secolo. Il virus era però altamente contagioso, fattore che facilitò la sua rapida diffusione globale. Infatti, a due settimane dalla sua comparsa a luglio a Hong Kong, furono segnalati circa 500.000 casi di malattia e il virus ha continuato a diffondersi rapidamente nel Sud-Est Asiatico.

Giovanni Maga, direttore dell’Istituto di Genetica Molecolare del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Pavia

La causa della pandemia del 1968 era il virus influenzale di tipo A-H3N2, lo stesso che da allora circola come virus stagionale e che quindi ci ritroviamo in tutte le stagioni influenzali“, spiega Maga all’AGI. “La letalità di questo virus era moderata anche se con delle differenze importanti: in Europa meno intensa che negli Stati Uniti. Si calcola che in Italia, nel 1968-1969 abbia causato circa 20 mila decessi e 1 milione in tutto il mondo“.

Si pensa che il suo moderato impatto, in termini di letalità, fosse dovuto – continua Magaal fatto che il virus precedente, che era un H2N2 conferisse una certa cross-protezione, soprattutto nelle persone più anziane e questo probabilmente spiega anche la differente mortalità che si è rilevata nei diversi Paesi“.

Due “quasi pandemie” del 1900

Sempre nel secolo scorso, ci furono altri due eventi che non possono essere considerati come vere e proprie pandemia. L’ISS li classifica come “quasi pandemici”. Si tratta della Pseudo pandemia (H1N1) del 1947 e dell’Epidemia dell’Influenza Russa (H1N1) del 1977.

Nel primo caso, si trattò di “un’epidemia di influenza che si diffuse in estremo oriente, in Giappone e Corea, tra le truppe americane, e successivamente, nel 1947, ad altre basi militari negli Usa, ma che a livello globale, causò relativamente pochi morti“. Nel secondo caso, si trattò di una epidemia che si diffuse, secondo quanto riportato dall’ISS, nel maggio 1977 nel nord est della Cina, ma fu denominata “Russa“. Una malattia che “si diffuse rapidamente ma soprattutto o quasi unicamente tra i giovani con meno di 25 anni, con manifestazioni cliniche lievi, anche se tipicamente influenzali“.

La prima pandemia influenzale del XXI secolo

La prima, ma purtroppo non più l’unica, pandemia del nostro secolo è l'”influenza suina“, causata da un virus A H1N1. Un virus con caratteristiche piuttosto uniche. Infatti, conteneva una combinazione di geni influenzali che non erano mai stati identificati nelle persone o negli animali. “Mentre la maggior parte dei casi di influenza pandemica sono stati lievi, a livello mondiale si stima che la pandemia ha causato tra i 100.000 e i 400.000 morti nel solo primo anno“, ha sottolineato lISS.

Oggi stiamo ancora facendo i conti con una nuova epidemia, l’influenza da Coronavirus, o COVID-19. Epidemia che l’OMS ha appena dichiarato Pandemia.