Le foibe sottratte alla destra

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La tragedia delle Foibe non è un patrimonio culturale della destra. È stata proprio questo tentativo di appropriazione che ha impedito, negli anni, di renderla pienamente parte delle Memorie da custodire e tramandare perché le generazioni che si avvicendano sappiano cosa è accaduto e per colpa di chi.

Quando il regime di Mussolini crolla, i partigiani jugoslavi guidati da Tito si prendono la loro rivincita contro i fascisti che, nell’intervallo tra le due guerre, avevano amministrato questi territori con durezza, imponendo un’italianizzazione forzata e reprimendo e osteggiando le popolazioni slave.

Perché l’orrore delle foibe comincia molti anni prima, il 20 settembre 1920, quando Mussolini tiene un discorso a Pola che anticipa ciò che sarebbe accaduto: «Per realizzare il sogno mediterraneo bisogna che l’Adriatico, che è un nostro golfo, sia in mani nostre; di fronte ad una razza come la slava, inferiore e barbara non si deve seguire la politica che da lo zuccherino, ma quella del bastone […] credo che si possano più facilmente sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani».

Il ministro fascista dei Lavori pubblici Giuseppe Caboldi Gigli, su “Gerarchia” (IX, 1927) fornisce indicazioni più dettagliate: «La musa istriana ha chiamato Foiba degno posto di sepoltura per chi nella provincia d’Istria minaccia le caratteristiche nazionali dell’Istria». Le foibe sono un’invenzione fascista.

Nel prologo di questa brutta storia c’è anche Ante Pavelic, criminale di guerra croato, alleato dei nazifascisti e responsabile della pulizia etnica contro ortodossi, ebrei, rom e comunisti jugoslavi; ospite di Mussolini a Lipari negli anni ‘30, fa addestrare le sue milizie dai più rodati squadristi, che eseguiranno numerose fucilazioni di massa in Dalmazia, in Slovenia, in Montenegro. È sempre lui, con l’appoggio di Hitler e Mussolini, che istituisce il campo di concentramento di Jasenovac, una sorta di Auschwitz in formato ridotto; poi quello nell’isola di Mamula all’estremo sud dell’Adriatico, ed un altro ad Arbe, di fronte a Fiume.

Tito, dopo aver sconfitto i famigerati “ustascia” di Ante Pavelic, rivolge la sua controffensiva verso gli italiani. Dopo una prima strage nel 1943, comincia la sua marcia per occupare la Slovenia e la Croazia, con l’intenzione di spingersi fino all’Isonzo, inglobando l’intero Veneto. A quel punto i contingenti Alleati si muovono per evitare il dilagare di un Paese comunista nel cuore dell’Europa, bloccando il suo tentativo. Tra il maggio e il giugno del 1945 migliaia di italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia sono obbligati dall’esercito jugoslavo a lasciare la loro terra, altri vengono uccisi, gettati nelle foibe o deportati nei campi sloveni e croati. Parliamo di quattromila o forse diecimila vittime.

L’orribile massacro delle foibe si inserisce in questo contesto e nella spirale di violenza che ne consegue. I partigiani di Tito combattono gli eserciti di occupazione senza distinzione di nazionalità: croati (gli ustascia), serbi (i cetnici), sloveni (i domobranci), tedeschi (i nazisti) e naturalmente i fascisti italiani; ma italiani sono anche molti dei suoi uomini, che si erano uniti alla Resistenza dopo l’armistizio. Quando si arriva alla resa dei conti, la Jugoslavia è un paese dilaniato dall’odio contro la ferocia della dominazione dei due regimi totalitari.

Molti italiani furono orrendamente uccisi alle foibe; ma se omettiamo di ricordare i crimini fascisti compiuti contro la popolazione jugoslava, non possiamo comprendere le ragioni di quanto è successo, e soprattutto chiudere davvero i conti col passato. Non si tratta di giustificare, ma di capire e assumersi le proprie responsabilità; ed anche di distinguere: perché lo sterminio degli ebrei (e di altre etnie) fu pianificato lucidamente, mentre gli eccidi dei partigiani avvennero in un clima emotivo esasperato dagli abusi patiti. Non si tratta di giustificare, ma di capire; e di distinguere. La violenza è sempre inaccettabile, ma può maturare in condizioni diverse: comprendere questo può aiutarci a lavorare sulle cause per evitare che tutto questo avvenga di nuovo.

L’ipocrisia con la quale i politici di turno utilizzano il massacro delle foibe per alterare la storia e la memoria e nascondere gli italianissimi crimini fascisti nelle terre slave che ne sono all’origine, ha i tratti del peggior revisionismo. E il revisionismo funziona perché le persone preferiscono sentirsi vittime (in contumacia, naturalmente), piuttosto che colpevoli.

Dopo di che, la questione diviene di pura semantica: nella faziosa ricostruzione delle destre, le vittime sono spogliate della loro connotazione politica, divenendo italiani ma non fascisti, mentre i carnefici, al contrario, non sono ricordati come slavi ma comunisti, così da poterli raccontare come i nemici dell’Italia. Peraltro non furono le Sinistre (compreso il PCI e il PSI) a nascondere per anni l’eccidio, ma gli Americani, con lo scopo di facilitare il distacco della Jugoslavia dall’Unione Sovietica.

Coprire con l’oblio passaggi storici che meritano un forte impegno di autocritica, rimuovere memorie scomode oppure banalizzarle è una prassi diffusa in tutti i Paesi, ma particolarmente radicata in Italia. Ciò che è accaduto alle foibe deve servire a richiamarci alle nostre responsabilità storiche e non a rinnovare il rito del nostro vittimismo. La vera vergogna è l’appropriazione da parte dei fascisti della memoria dovuta a queste vittime, utilizzandole come una sorta di testimoni a discarico per gli orrori compiuti insieme ai nazisti durante la guerra; una guerra che loro, e soltanto loro hanno provocato. Questo non può essere dimenticato.

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Sono nato a Firenze nel 1968. Dai 19 ai 35 anni ho speso le mie giornate in officine, caserme, uffici, alberghi, comunità – lavorando dove e come potevo e continuando a studiare senza un piano, accumulando titoli di studio senza mai sperare che un giorno servissero a qualcosa: la maturità scientifica, poi una laurea in “Scienze Politiche”, un diploma di specializzazione come “Operatore per le marginalità sociali”, un master in “Counseling e Formazione”, uno in “Programmazione e valutazione delle politiche pubbliche”, un dottorato di ricerca in “Analisi dei conflitti nelle relazioni interpersonali e interculturali”. Dai 35 ai 52 mi sono convertito in educatore, progettista, docente universitario, sociologo, ma non ho dimenticato tutto quello che è successo prima. È questa la peculiarità della mia formazione: aver vissuto contemporaneamente l’esperienza del lavoro necessario e quella dello studio – due percorsi completamente diversi sul piano materiale ed emotivo, di cui cerco continuamente un punto di sintesi che faccia di me ein anstàndiger Menschun, un uomo decente. Ho cominciato a leggere a due anni e mezzo, ma ho smesso dai sedici ai venticinque; ho gettato via un’enormità di tempo mentre scrivevo e pubblicavo comunque qualcosa sin dagli anni ‘80: alcuni racconti e poesie (primo classificato premio letterario nazionale Apollo d’oro, Destinazione in corso, Città di Eleusi), poi ho esordito nel romanzo con "Le stelle sul soffitto" (La Strada, 1997), a cui è seguito il primo noir "Sotto gli occhi" (segnalazione d’onore Premio Mario Conti Città di Firenze, La Strada, 1998); ho vinto i premi Città di Firenze e Amori in corso/Città di Terni per la sceneggiatura del cortometraggio "Un’altra vacanza" (EmmeFilm, 2002), e pubblicato il racconto "Solitario" nell’antologia dei finalisti del premio Orme Gialle (2002). Finalista anche nel 2014 al festival letterario Grado Giallo, sono presente nell’antologia 2016 del premio Radio1 Plot Machine con il racconto "Storia di pugni e di gelosia" (RAI-ERI). Per i tipi di Delos Digital ho scritto gli apocrifi "Sherlock Holmes e l’avventura dell’uomo che non era lui" (2016), "Sherlock Holmes e il mistero del codice del Bardo" (2017), "Sherlock Holmes e l’avventura del pranzo di nozze" (2019) e il saggio "Vita di Sherlock Holmes" (2017). Negli ultimi anni lavoro come sociologo nell’ambito della comunicazione e del welfare, (in particolare mi occupo di servizi socio-sanitari, disabilità e violenza di genere, di cui curo una collana di pubblicazioni), e svolgo attività di docenza e formazione in ambito universitario. Tra i miei ultimi saggi: "Modelli sociali e aspettative" (Aracne, 2012), "Undermedia" (Aracne, 2013), "Deprivazione Relativa e mass media" (Cahiers di Scienze Sociali, 2016), "Scenari della postmodernità: valori emergenti, nuove forme di interazione e nuovi media" (et. al., MIR, 2017), Identità, ruoli, società (YCP, 2017), "UniDiversità: i percorsi universitari degli studenti con svantaggio" (et. al., ANCI, 2018). Con "Linea Gotica" (Damster, 2019) ho vinto il primo premio per il romanzo inedito Garfagnana in giallo Barga noir. Il breve saggio "Resistere è fare la nostra parte" è stato pubblicato nel numero 59 della rivista monografica Prospektiva dal titolo “Oltre l’antifascismo” (2019). Dal 2015 curo il mio blog di analisi politica e sociale osservatorio7 (www.osservatorio7.com, oggi su www.periodicodaily.com). Tutto questo, tutto quello che ho fatto, l’ho fatto a modo mio, ma più con impeto che intelligenza: è qui che devo migliorare.

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