Vaccinazione di massa: una questione sociale, più che sanitaria (seconda parte)

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A favore dell’utilizzo del vaccino ci sono innanzi tutto alcuni esperti addetti ai lavori, il cui giudizio, però, è controbilanciato da altri che sono di diverso avviso: difficile decidere a chi dare fiducia – pericoloso farlo, data la propensione ad accettare ciò che conferma le nostre idee (o pregiudizi) e rifiutare chi le confuta.

Comunque interessante approfondire alcune motivazioni alla base di questa scelta, e le contraddizioni che comportano.

Gli esperti

I medici, come tutte le categorie professionali, esprimono il meglio e il peggio dell’uomo. La loro competenza – nominalmente certificata dal corso di studi – costituisce un punto di riferimento, ma le contraddizioni (specialmente quelle emerse sui media) la pongono non necessariamente aldilà di ogni ragionevole dubbio.

Ci sono ottimi professionisti (senz’altro la larga maggioranza), ma anche mediocri interpreti del loro ruolo, dispensatori di farmaci a contrasto di ogni sintomo – per forma mentis o addirittura interesse: medici che investono i farmaci e non i pazienti della cura della loro salute.

Esercitare la professione medica, insomma, non appare sufficiente per certificare la bontà del proprio punto di vista, in questa come in altre situazioni. Anche il loro parere, sebbene più referenziato di altri, può essere messo in discussione.

Chi è stanco delle restrizioni

Favorevoli al vaccino sono anche le persone stanche di queste restrizioni alla socialità; la disperazione li ha trasformati in improvvisati esperti, perché da che mondo è mondo tutti vogliono argomentare le proprie posizioni per dargli più forza.

Sono quelli che controbattono i rischi di effetti indesiderati, pubblicano sui social le avvertenze riportate sul bugiardino della tachipirina, alludendo a rischi risibili e calcolati che in realtà non sono in grado minimamente di stimare.

Oppure rilanciano i dati di mortalità senza riuscire a contestualizzarli (lo fanno anche molte testate professionali), inducendo nelle persone informazioni male interpretate che inevitabilmente conducono a cattive rielaborazioni. La stanchezza – come la necessità – non ha mai concluso un buon affare.

Chi delega la propria salute ai farmaci

Sono naturalmente favorevoli al vaccino tutti coloro che sono abituati – o sono stati abituati – ad assumere un farmaco per compensare sintomi da cui molti – non tutti, naturalmente – potrebbero liberarsi smettendo di fumare, bere o mangiare in modo smodato.

Prendere una pasticca è più semplice e meno faticoso – ma non è detto sia la scelta migliore per la salute, soprattutto nel medio e lungo termine.

Tra questi quelli che, anche nel periodo di un virus che attacca i polmoni, non hanno rinunciato al tabacco (che fa più morti del coronavirus) e via dicendo.

(tra l’altro, coloro che fumano o abusano nel consumo di alcool forse non riflettono abbastanza sul fatto che la loro libertà di non prendersi cura di sé stessi rappresenta anche un costo per la sanità pubblica, data la loro maggiore propensione ad ammalarsi).

I seguaci di filosofie laiche

Poi ci sono quelli che si riconoscono nell’approccio di certe filosofie laiche, per i quali vaccinarsi (ancor più che essere prudenti) è un dovere sociale in quanto parte integrante del patto che afferma una comunità, implicitamente ammettendo che possono esserci dei rischi, ma anche che è proprio su questi rischi che si basa l’importanza del gesto.

Trovo una pericolosa affinità con questa posizione e la retorica mutuata dai campi di battaglia dove medici e infermieri sono “eroi”, l’emergenza sanitaria “una guerra contro il virus”, il TG il bollettino quotidiano dei contagiati, e il furgone che trasporta i vaccini è scortato dai cordoni di poliziotti con i lampeggianti accesi.

Potremmo anche ammettere la liceità di un rischio individuale a favore della sopravvivenza dell’intera comunità; ma a quel punto la discussione deve farsi necessariamente più ampia e concentrarsi sul rapporto tra costi e benefici, non semplicemente subita.

Chi delega alla politica

Al loro fianco ci sono coloro che hanno staccato un assegno in bianco a chi li governa, forse facendo un po’ di confusione al fatto che è la politica che decide, non la scienza (per la quale avremmo dovuto restare in lockdown praticamente sempre).

Una delega che non vacilla neppure di fronte all’evidenza che la politica non può non temprare l’interesse supremo della tutela della salute pubblica con altri problemi (su tutti quello dell’economia e ancor di più del consenso popolare). E che quindi, nell’approvare e sostenere una vaccinazione di massa, non guarda ad un solo obiettivo.

Ma, se di una sintesi tra costi e benefici si tratta (proprio come quando siamo stati costretti a difendere con le armi la nostra libertà), è necessario che questa strategia venga proposta e discussa non come una soluzione indolore, ma un sacrificio necessario. E naturalmente si analizzino altre possibili strade.

Chi ha interessi di parte

Infine, last but not least, ci sono gli interessi di chi sviluppa e vende i vaccini: non necessariamente il demonio (a meno di non identificarlo con il capitalismo), ma senz’altro un forte, fortissimo interesse di parte affinché tutto vada in questa direzione.

Nessun complotto, solo la normalità che vede, nei Paesi occidentali, la salute sempre più terreno di conquista per il business. O, se preferite, una normalità che è il risultato del complotto di un modello di sviluppo che ci rende sempre più dipendenti da beni e servizi.

E naturalmente, l’azione di lobby che i grandi gruppi industriali hanno nei confronti dei governi in tutto il mondo (si veda il caso della Monsantocitato nella prima parte di questo articolo la scorsa settimana).

Più fede che razionalità

Queste posizioni riflettono uno schieramento eterogeneo, la cui appartenenza mi pare basata più sulla fiducia che sulla razionalità, nonostante proprio alla razionalità della scienza (o dell’etica applicata alla scienza) facciano riferimento.

Tutti questi orientamenti sono infatti caratterizzati dal fatto che delegano in bianco la responsabilità della scelta, senza entrare nel merito delle possibili implicazioni.

Può sembrare un paradosso, ma non mi sembra che sia un atteggiamento così distante da chi si rifiuta di vaccinarsi in modo acritico.

Con questo, non voglio affermare che la scelta in sè, aldilà delle diverse motivazioni, sia sbagliata, solo ribadire che essere a favore (oppure contro) riduce a zero lo spazio di discussione nel merito.

La terza e ultima parte di questo articolo cercherà di approfondire viceversa il processo di formazione delle ragioni di chi si pone in modo critico verso l’idea di una vaccinazione, sempre senza prendere posizione e con l’intento di contribuire a stimolare una riflessione in grado di aiutare ognuno a fare la propria scelta nel modo più consapevole.

(segue)

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Sono nato a Firenze nel 1968. Dai 19 ai 35 anni ho speso le mie giornate in officine, caserme, uffici, alberghi, comunità – lavorando dove e come potevo e continuando a studiare senza un piano, accumulando titoli di studio senza mai sperare che un giorno servissero a qualcosa: la maturità scientifica, poi una laurea in “Scienze Politiche”, un diploma di specializzazione come “Operatore per le marginalità sociali”, un master in “Counseling e Formazione”, uno in “Programmazione e valutazione delle politiche pubbliche”, un dottorato di ricerca in “Analisi dei conflitti nelle relazioni interpersonali e interculturali”. Dai 35 ai 53 mi sono convertito in educatore, progettista, docente universitario, ricercatore, sociologo, ma non ho dimenticato tutto quello che è successo prima. È questa la peculiarità della mia formazione: aver vissuto contemporaneamente l’esperienza del lavoro necessario e quella dello studio – due percorsi completamente diversi sul piano materiale ed emotivo, di cui cerco continuamente un punto di sintesi che faccia di me Ein Anstàndiger Menschun, un uomo decente. Ho cominciato a leggere a due anni e mezzo, ma ho smesso dai sedici ai venticinque; ho gettato via un’enormità di tempo mentre scrivevo e pubblicavo comunque qualcosa sin dagli anni ‘80: alcuni racconti e poesie (primo classificato premio letterario nazionale Apollo d’oro, Destinazione in corso, Città di Eleusi), poi ho esordito nel romanzo con "Le stelle sul soffitto" (La Strada, 1997), a cui è seguito il primo noir "Sotto gli occhi" (La Strada, 1998 - segnalazione d’onore Premio Mario Conti Città di Firenze); ho vinto i premi Città di Firenze e Amori in corso/Città di Terni per la sceneggiatura del cortometraggio "Un’altra vacanza" (EmmeFilm, 2002), e pubblicato il racconto "Solitario" nell’antologia dei finalisti del premio Orme Gialle (2002). Poi mi sono preso una decina di anni per riorganizzare la mia vita. Ricompaio come finalista nel 2014 al festival letterario Grado Giallo, e sono presente nell’antologia 2016 del premio Radio1 Plot Machine con il racconto "Storia di pugni e di gelosia" (RAI-ERI). Per i tipi di Delos Digital ho scritto gli apocrifi "Sherlock Holmes e l’avventura dell’uomo che non era lui" (2016), "Sherlock Holmes e il mistero del codice del Bardo" (2017), "Sherlock Holmes e l’avventura del pranzo di nozze" (2019) e il saggio "Vita di Sherlock Holmes" (2021), raccolti nel volume “Nuove mappe dell'apocrifo” (2021) a cura di Luigi Pachì. Il breve saggio "Resistere è fare la nostra parte" è stato pubblicato nel numero 59 della rivista monografica Prospektiva dal titolo “Oltre l’antifascismo” (2019). Con "Linea Gotica" (Damster, 2019) ho vinto il primo premio per il romanzo inedito alla VIII edizione del Premio Garfagnana in giallo/Barga noir. Il mio saggio “Una repubblica all’italiana” ha vinto il secondo premio alla XX edizione del Premio InediTO - Colline di Torino (2021). Negli ultimi anni lavoro come sociologo nell’ambito della comunicazione e del welfare, e svolgo attività di docenza e formazione in ambito universitario. Tra le miei ultime monografie: "Modelli sociali e aspettative" (Aracne, 2012), "Undermedia" (Aracne, 2013), "Deprivazione Relativa e mass media" (Cahiers di Scienze Sociali, 2016), "Scenari della postmodernità: valori emergenti, nuove forme di interazione e nuovi media" (et. al., MIR, 2017), Identità, ruoli, società (YCP, 2017), "UniDiversità: i percorsi universitari degli studenti con svantaggio" (et. al., Federsanità, 2018), “Violenza domestica e lockdown” (et. al., Federsanità, 2020), “Di fronte alla pandemia” (et. al., Federsanità, 2021), “Un’emergenza non solo sanitaria” (et. al., Federsanità, 2021) . Dal 2015 curo il mio blog di analisi politica e sociale Osservatorio7 (www.osservatorio7.com), dal 2020 pubblicato su periodicodaily.com. Tutto questo, tutto quello che ho fatto, l’ho fatto a modo mio, ma più con impeto che intelligenza: è qui che devo migliorare.