Le convenzioni sociali quanto influenzano le nostre vite?

Alla base delle principali differenze di genere tra uomini e donne ci sarebbe un innato pregiudizio, tanto nella mentalità dei Paesi ricchi quanto di quelli poveri

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Nell’ultima generazione le donne, pur avendo realizzato notevoli guadagni economici, non hanno assistito pari progressi rispetto ad altre misure di uguaglianza sociale.

E ciò nonostante il livello medio d’istruzione femminile abbia raggiunto – e superato – quello degli uomini sia nei paesi ricchi sia in quelli poveri. Nella gran parte del mondo occidentale, infatti, la percentuale delle giovani laureate è superiore a quella dei colleghi maschi, anche se il reddito è tuttora diviso meno equamente.

Nel 2015, secondo il Global Gender Gap Report del World Economic Forum, sono state 1 miliardo e 75 milioni le donne entrate a far parte della forza lavoro, 25 milioni in più rispetto al 2006. Nello stesso periodo il divario retributivo di genere è cresciuto dal 56 al 59% e secondo le stime, questo iato potrà colmarsi solo nel 2133.

E il divario retributivo di genere è solo la più lampante conseguenza di tali dinamiche.

A essere cambiata sembra essere la natura stessa degli ostacoli che frenano i progressi in vista di una parificazione dei diritti tra i due sessi.

Secondo la Professoressa Marianne Bertrand dell’Università di Chicago, negli ultimi decenni le disparità di genere nel mondo occidentale avrebbero sempre meno a che fare con discriminazioni dirette e sembrerebbero conseguire già dalla scelta delle donne in materia di laurea. 

Rispetto agli altri settori le occupazioni in ambito scientifico, tecnologico, ingegneristico e matematico, pur presentando divari retributivi di genere minori, non sarebbero scelti dalla maggior parte delle studentesse e, inoltre, la probabilità di laurearsi in questi campi per gli uomini sarebbe il doppio di quella femminile. 

A incidere notevolmente sulle prospettive di carriera delle donne è anche la nascita del primo figlio, evento tendenzialmente privo di conseguenze retributive per gli uomini. 

La Bertrand, durante una sua conferenza, ha definito questo fenomeno “la pena della maternità” e vi ha attribuito il ruolo di principale fattore del divario retributivo ancora presente nel mercato del lavoro. 

Viceversa, maternità e paternità dovrebbero essere scelte libere e garantite ugualmente agli uomini sia alle donne, senza collegarvi conseguenze dissimili situazioni analoghe (che integrerebbe una discriminazione).

Certo non aiuta la propensione delle donne ad abbandonare la propria carriera o chiedere riduzioni di orario per la cura dei figli, anzi, la maggior parte di loro lo ritenga persino necessario. Spesso, è proprio la predilezione a lavori che consentano una maggiore flessibilità di orario o con spostamenti più brevi a giustificare retribuzioni inferiori, alimentando un circolo vizioso.

La Bertrand prosegue che in Francia, ad esempio, il divario retributivo si attesti attorno al range del 10-15% tra uomini e donne.

Gli economisti, che storicamente attribuiscono tale problema alle scelte personali delle donne, non hanno mai preso in seria considerazione il fatto che, probabilmente, quella femminile non sia una scelta pienamente “libera”.

Gary Becker, economista vincitore di un Premio Nobel, è stato uno dei primi a cavalcare il pregiudizio secondo cui la scelta fosse soprattutto delle donne perché maggiormente vocate all’assistenza, alla crescita e all’educazione dei figli. 

Le ragioni di fondo sembrano da attribuirsi innanzitutto all’influenza che esercitano le convenzioni sociali.

Pur consapevoli della presenza di tali dinamiche idonee a influenzare il comportamento sociale e le stesse determinazioni di vita dei soggetti, gli economisti da sempre tendono a considerare queste preferenze come mere descrizioni dello stato delle cose, piuttosto che forze sociali da incanalare e guidare in vista di pervenire a un cambiamento.

La Bertrand, nel suo intervento, ha sottolineato come le preferenze di studio, in particolare, siano determinate socialmente. 

In questa prospettiva le scelte delle persone sarebbero influenzate da norme che specificano i ruoli e i comportamenti ritenuti “appropriati” per uomini e donne dalle consuetudini sociali. 

Dai sondaggi realizzati è emerso che, indipendentemente dalla ricchezza economica e dal grado d’istruzione medio raggiunto dal Paese, il gruppo degli intervistati – sia uomini sia donne – si è detto d’accordo nel ritenere che gli uomini dovrebbero avere la priorità nell’ottenere un’occupazione lavorativa in caso di scarsità della domanda di lavoro.

In Svizzera, ad esempio, nella top ten del rapporto su 145 Nazioni del Global Gender Gap per colmare il divario di genere, circa un quinto delle donne ha condiviso l’affermazione, percentuale pari a quella degli uomini.

Inoltre, a suggerire indirettamente l’enorme influenza delle consuetudini sociali è l’osservanza dei punteggi riguardanti le abilità matematiche, superiori per gli uomini nei luoghi in cui gli atteggiamenti di genere sono più conservativi.

Perché la tutela dei diritti sia effettiva e non rimanga una lodevole dichiarazione d’intenti si dovranno compiere ulteriori progressi in materia. E non è detto che previsioni assistenzialistiche da parte dei legislatori siano la migliore soluzione al problema.

Sfidare le norme sociali è possibile, anche se economicamente impegnativo.
senza considerare i “costi emotivi” rispetto ai pregiudizi nei confronti di quegli uomini che abbiano deciso di sacrificare la propria carriera per crescere i figli, specie se le proprie compagne lavorino.
Allo stesso modo, le donne che decidano di “infrangere” dette “norme di genere” anteponendo la propria carriera alla famiglia potrebbero scontare un tributo analogo, legato al senso di colpa proprio o al pregiudizio altrui.

Allora quanto possono dirsi “volontarie” le scelte fatte sotto queste pressioni?
Sicuramente, queste riflettono l’influenza di una propensione alle differenze di genere auto scatenante che si perpetua da sola. A maggior ragione se le risorse economiche avvallano tale pregiudizio anziché far risaltare le capacità personali.

Mitigare questa distorsione sociale prima ancora che del mercato non è facile.
Interventi apparentemente utili, come un congedo di maternità generoso, possono ritorcersi contro qualora rinforzino le convinzioni secondo cui le donne siano delle “care-giver” naturali. 

Secondo Marianne Bertrand, sarebbe più proficuo favorire misure prive tali implicazioni sociali, come ad esempio predisporre sostegni per la cura dei bambini. Inoltre, la ricercatrice ha aggiunto che i suoi studi suggeriscono come lo statusdi lavoratrice della madre influisca sensibilmente e modelli anche le percezioni dei figli sul funzionamento del mercato del lavoro. 

D’altra parte, anche il comportamento degli uomini assume importanza. Il caso del Giappone può essere esemplificativo riguardo alle “incertezze” che residuano nella coscienza sociale: infatti, se da una parte molti lavoratori giapponesi si dicono favorevoli alla previsione di un congedo di paternità, dall’altra, gli stessi lavoratori che beneficiano del permesso si concedono meno tempo di quanto vorrebbero. I datori di lavoro, dal canto loro, potrebbero potenzialmente migliorare le condizioni per i propri dipendenti, scegliendo, ad esempio, di rendere obbligatorio il congedo di paternità.  

Quanto affermato da Bertrand non sembra particolarmente sovversivo. Tuttavia, ne sono sovversive le implicazioni che spingono il focus ben oltre alla discriminazione di genere. 

L’analisi della studiosa, infatti, ammonisce che la decisione di partecipare a un mercato non riguarda semplicemente la massimizzazione del profitto sulla base di una serie di scelte o vincoli. 

Piuttosto, gli stessi mercati non possono dirsi evulsi da una serie di pregiudizi e comportamenti che influenzano le scelte sociali ed economiche.

E di sicuro gli economisti non potranno comprendere appieno i mercati fintantoché non analizzino seriamente queste forze.

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