Le controindicazioni sul divieto del traffico di animali selvatici

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Animali. Chi non conosce questa parola? Chi non ha mai provato l’emozione di accarezzare un gatto, giocare con un cane, cavalcare un cavallo o entrare in contatto con altri amici pelosi che ci fanno compagnia e rallegrano le nostre giornate. Gli animali però non sono solo questi, sono anche quelli che ogni giorno vengono cacciati, uccisi e trafficati dietro ad un mercato nero enorme e poco conosciuto che va avanti da anni. Questo è il traffico di animali selvatici.

Quali sono gli animali selvatici più vulnerabili?

Fare un elenco sarebbe riduttivo. Partiremo quindi da alcune date e leggi per capire che cosa è successo negli anni dietro al traffico di animali selvatici. Nel 1995 ecco nascere un divieto di commercio internazionale del coccodrillo americano che vive in Messico. Nel 1997 viene poi promulgato un divieto internazionale sul commercio dei rinoceronti neri e sulle parti del loro corpo. Nonostante ciò il numero di questi esemplari diminuisce fino al 98% raggiungendo i minimi storici negli anni novanta. Nel 1995 tocca alle tartarughe egiziane. Vendute in massa l’anno prima della promulgazione del divieto proprio per arginare la futura legge. Il 2010 è l’anno di emanazione del divieto per il commercio illegale delle anguille europee. Molto richieste per il consumo alimentare. Arriviamo quindi al 2016 con il divieto di commercio dei Pangolini. Per concludere con il 2019 anno in cui l’animale protetto è la vigogna dell’Argentina (una specie di alpaca).

La CITIES e la strategia per proteggere gli animali


La strategia di utilizzare leggi e divieti è portata avanti principalmente dalla Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione (CITES), creata nel 1973 che riunisce ben 182 paesi del mondo. La CITES si riunisce ogni due o tre anni e da una volta all’altra decide se inserire o togliere specie dalla lista. La domanda a questo punto sorge spontanea perché di fronte a questi divieti continua a sopravvivere il traffico di animali selvatici? Ebbene la risposta è semplice, ciò che è proibito vale di più. Il bracconaggio infatti non solo non è finito ma è anche aumentato di fronte alla promulgazione dei divieti internazionali che fanno aumentare i prezzi degli animali trafficati sul mercato illegale.

Il divieto del traffico di animali selvatici è controproducente


Secondo alcuni esperti di conservazione delle specie animali, vietare la vendita e l’acquisto di animali selvatici a livello internazionale ha delle controindicazioni, a tal punto da diventare tal volta controproducente. Brett Scheffers, ecologo dell’Università della Florida, ha così commentato ”Se un prodotto diventa più raro, i prezzi e la domanda aumentano. Le specie così vengono colpite fino all’estinzione”. Sabri Zain di TRAFFIC, un’organizzazione legata al WWF che cerca di rendere il commercio di specie selvatiche più sostenibile per venire incontro alle comunità che in alcuni paesi ne sono dipendenti, sostiene che si dovrebbe salvaguardare la natura pensando anche ai bisogni delle persone, in questo modo si rispetterebbero di più i divieti internazionali e conseguentemente si proteggerebbero con più efficacia le specie animali. Il problema in ogni caso non è semplice. Da una parte infatti la soluzione migliore appare vietare il traffico di animali, dall’altra sembra quasi di dover legittimare perché si sa, ciò che si può avere senza problemi vale di meno ed è meno attraente.

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