L’autonomia di Hong Kong a rischio. E Trump promette battaglia a colpi di sanzioni

L'autonomia di Hong Kong vacilla. Nuovi scontri di manifestanti a Hong Kong a seguito dell’approvazione della legge sulla sicurezza nazionale. Una norma voluta da Pechino per la gestione di atti di secessione, sovversione, terrorismo e ingerenze straniere nei confronti di Hong Kong. Per i democratici e i sostenitori del principio “due sistemi, un unico Paese”, questa legge significa il controllo della Cina sull’ex colonia britannica.

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La nuova norma sulla sicurezza nazionale, approvata ma non ancora effettivamente promulgata, prevede l’esclusione di qualsiasi ostacolo da parte delle autorità cinesi a poter intervenire sul territorio di Hong Kong. A far insorgere la popolazione un’ulteriore norma discussa in parlamento che impone pene carcerarie e multe a coloro che insultano o si mostrano irrispettosi nei confronti dell’inno nazionale cinese.

L’autonomia di Hong Kong a rischio

Giorni di scontri davanti al Parlamento di Hong Kong e per le vie della città hanno portato all’arresto di 600 manifestanti. Cartucce urticanti al peperoncino sono state sparate per disperdere la folla.

Secondo Pechino la questione sicurezza nazionale imposta a Hong Kong è affare interno che non rientra tra le prerogative delle nazioni unite.

Hong Kong, il più grande porto dell’Asia

Divenuta nel ventesimo secolo centro nevralgico finanziario e commerciale, Hong Kong è il più grande porto dell’Asia. Il trattato di Nanchino, firmato il 29 agosto 1842, segnò la fine della prima guerra dell’oppio fra l’Impero britannico e l’Impero dei Qing. Hong Kong, o Xiang Gang (“porto profumato” in cinese) venne offerta ai britannici come porto in cui scaricare le proprie merci. Nel corso dei decenni accrebbe il suo status diventando una potenza manifatturiera ed esportatrice e il quarto centro finanziario al mondo grazie a una tassazione molto bassa e a politiche molto favorevoli.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale e un periodo di occupazione giapponese, l’isola tornò sotto il domino britannico e vide rifiorire la propria economia, inizialmente sotto la spinta del settore tessile per poi continuare con il manifatturiero e l’elettronica. Hong Kong assieme a Taiwan, Corea del Sud e Singapore divenne una delle quattro “tigri asiatiche”. Le quattro economie che hanno visto un altissimo livello di crescita e sviluppo tra gli anni Sessanta e gli anni Novanta.

Hong Kong, ha da sempre potuto vantare un vero Stato di diritto, magistratura indipendente, libertà di stampa e manifestazione.

L’Hong Kong Policy Act del 1992 è una legge con cui gli Stati Uniti promisero che avrebbero continuato a trattare l’isola-metropoli come fosse inglese: niente protezionismo, facilità di visti per l’immigrazione, agevolazioni anche nei rapporti finanziari e nell’uso del dollaro americano.

Un Paese, due sistemi

Adesso USA, Canada, Regno Unito e Australia vedono la pace e la sicurezza internazionali minacciate dal nuovo provvedimento. Una violazione degli impegni internazionali assunti da Pechino con un patto che reggeva dal 1997, l’anno in cui ci fu il passaggio del territorio di Hong Kong dalla Gran Bretagna alla Cina che sancì la frase storica “un paese due sistemi”.

La risposta degli USA

Il Segretario di Stato americano Mike Pompeo ha affermato che Hong Kong non è più in grado di mantenere un alto grado di autonomia dalla Cina. Secondo Pompeo gli USA potrebbero ritirare lo status speciale concesso a Hong Kong per ciò che concerne relazioni commerciali di interscambio e rilascio dei visti.

Le aziende americane che anno sede a Hong Kong sono circa 1300. Nella regione metropolitana di Hong Kong vivono 85 mila cittadini americani. Colpire solo sui dazi e sui visti, rischia di impoverire ulteriormente anche Hong Kong stessa. Su un altro fronte, migliaia di studenti cinesi potrebbero essere presto costretti a lasciare gli Stati Uniti dove stanno seguendo corsi di laurea o master. Se l’amministrazione Trump non rinnoverà i visti per tutti coloro che in Cina frequentarono accademie militari o i numerosi atenei, si leveranno proteste nel mondo accademico americano, che vede sparire una fonte di reddito importante.

Due correnti di pensiero

Hong Kong si divide tra due fazioni pensanti. Una parte del governo esprime opposizione alle critiche Usa sull’autonomia perduta mettendo in guardia che, “nelle relazioni Hong Kong-Usa, qualsiasi sanzione è un’arma a doppio taglio che non solo danneggerà gli interessi di Hong Kong, ma anche significativamente quelli degli Usa“. D’altro parere gli attivisti filo-democratici con a capo Joshua Wong, volto delle proteste pro-democratiche del 2014 e dello scorso anno. Secondo loro, la legge sulla sicurezza nazionale a Hong Kong dimostra che il modello “un Paese, due sistemi” è giunto al termine. 

Dopo il via libera della legge sulla sicurezza nazionale, i leader pro democrazia di Hong Kong hanno chiesto al segretario di Stato americano e ai leader europei di dare seguito al loro disappunto e fare pressioni su Cina e Hong Kong.

Borse asiatiche in sofferenza

Intanto, incertezza delle borse asiatiche in attesa della conferenza stampa annunciata dal Presidente degli Stati Uniti sulla questione dell’ex colonia britannica. Tutti in attesa della conferenza di Trump ove verranno annunciate le misure che la Casa Bianca ha deciso di adottare in risposta alla nuova legge sulla sicurezza che Pechino vuole imporre su Hong Kong. Appuntamento per ora disatteso dalle news di questa mattina che vedono il Tycoon concentrato sul tema immunità dei social network.

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