L’arresto di Leoluca Bagarella, 24 anni fa

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Il 24 giugno 1995 è una data importante per la storia della lotta alla mafia. È la data che segna la fine della latitanza di Leoluca Bagarella, uno dei più spietati killer di Cosa Nostra. Tra i sicari più sanguinari al servizio dei corleonesi, capitanati dal capo dei capi Totò Riina.

La sorella, Ninetta Bagarella, sposò Riina sancendo un’unione di sangue.

Leoluca Bagarella, di certo, non aveva paura, ne provava ribrezzo nell’avere le mani sporche di sangue.

Nacque a Corleone nel 1942 in una famiglia già invischiata con la mafia. Crebbe sin dall’infanzia attorniato da questo ambiente malavitoso e corrotto che, anche quando fu libero di scegliere, non abbandonò mai.

Don Luchino: un killer spietato

Gli si imputano centinaia di omicidi, tra quelli commessi da lui in prima persona e quelli di cui è il mandante.

È riconosciuto come uno degli esponenti più attivi della Seconda guerra di Mafia, che ha dilaniato la Sicilia dal 1981 al 1984, tramutandola in teatro di morte e disseminando cadaveri per le strade della città, quotidianamente.

È grazie all’agire di persone come lui, se le vite di uomini di valore e giustizia, si sono viste stroncate.

Non solo uomini. Sulla sua coscienza, ammesso che ve ne sia l’esistenza, pesano anche le vite di donne, anziani e di un bambino, il piccolo Giuseppe di Matteo, il cui caso ha scosso gli animi dell’intera nazione e non solo, lasciando un profondo sapore amaro.

Il bambino, tredicenne, dopo essere stato rapito, fu tenuto prigioniero per 25 mesi prima di essere ucciso. Il suo corpo, sciolto nell’acido, per farne scomparire ogni traccia. La sua colpa? Era il figlio di un pentito.

È l’ideatore ed artefice di alcuni tra i più efferati e sanguinosi crimini di mafia. Tra i più eclatanti, anche per la risonanza mediatica conseguente, vi è la Strage di Capaci in cui rimase ucciso il giudice Giovanni Falcone, insieme alla moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta.

Fu Bagarella a posizionare il carico di tritolo, sotto l’autostrada allo svincolo di Capaci. Giovanni Brusca, invece, premette il tasto che generò l’esplosione.

Fece scalpore e orrore poi, l’omicidio a sangue freddo di Boris Giuliano, capo della Squadra Mobile di Palermo, colpito alle spalle mentre si trovava in un bar. Ucciso, perché aveva rintracciato il covo dove Don Luchino nascondeva le armi e la droga. A premere il grilletto, vigliaccamente, fu proprio lui, Bagarella.

Prima del 1995

In seguito all’uccisione di Boris Giuliano nel 1979 Bagarella fu arrestato, per essere rilasciato poco tempo dopo.

Successivamente nel 1986 venne nuovamente tradotto in carcere e condannato a 6 anni di reclusione, nel Maxi Processo. Tuttavia, venne scarcerato nel 1990 e naturalmente, si rese latitante.

Libero, ebbe modo di progettare le stragi del ’93, che scombussolarono Palermo e la Sicilia, mandando in fumo le speranze dei Siciliani onesti.

È infatti il principale stratega del metodo stragista, mettendosi in contrapposizione con le idee “moderate”, per lo meno su questo fronte, di Bernardo Provenzano, altro super latitante all’epoca.

Sassari Leuluca Bagarella aggredisce poliziotto penitenziario mordendolo all’orecchio

Cattura definitiva

All’incirca alle ore 19 del 24 giugno di 24 anni fa Leoluca Bagarella viaggiava indisturbato a bordo di una Lancia Y, nel mezzo del traffico di Palermo, come un qualunque cittadino.

A poca distanza da lui, però, viaggiavano degli agenti della DIA (Direzione Investigativa Antimafia) che da mesi pattugliavano le strade della città e dei paesi limitrofi, alla ricerca dei componenti della cosca mafiosa.

Gli agenti si misero alle calcagna dell’ignaro Bagarella che però, ad un tratto, secondo il rapporto della polizia, si è accorto di essere pedinato ed ha iniziato ad accelerare tentando di far perdere le proprie tracce.

Fortunatamente, il tentativo di fuga gli è stato reso vano e gli agenti sono riusciti a braccarlo, non lasciandogli via d’uscita.

Il mafioso non ha potuto che arrendersi, infine, alle pistole puntategli contro.

Inizialmente, all’invito degli agenti di dichiarare le proprie generalità Bagarella mente sulla sua identità, consegnando un documento poi rivelatosi falso. Dopodiché, privo di ogni altra scelta, si costituisce.

Immediatamente trasportato alle Tre Torri, gli uffici bunker della DIA, decine di magistrati tra cui l’allora procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, lo raggiunsero interrogandolo per ore.

Naturalmente, da buon mafioso e uomo d’onore, non ha mai collaborato con la giustizia.

L’importante messaggio della DIA

In ogni caso, l’arresto di un esponente mafioso come Bagarella, il numero 2 dei corleonesi, colui che ha preso in mano le redini di Cosa Nostra dopo l’arresto del cognato Totò Riina, rappresenta un chiaro e forte messaggio.

È infatti la dimostrazione del fatto che il celebre pensiero di Falcone, secondo cui la mafia, in quanto fenomeno umano, ha radici che possono essere estirpate, sia reale e attuabile.

Il vicecapo della DIA di allora, Pippo Micalizio, dichiarò infatti “questa operazione è soprattutto un successo di tutte le istituzioni, di tutte le forze di polizia. La cattura di Leoluca Bagarella conferma che i mafiosi non sono samurai invincibili, è gente spietata… che possiamo sconfiggere se stiamo tutti dalla stessa parte”.