L’architettura regolata e rispettosa di Alfonso Femia

Femia è conosciuto per l'approccio sostenibile e rispettoso alle tematiche dell'architettura, come spiegato nel libro "La città buona"

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Architettura regolata
Alfonso Femia

La mostra di Alfonso Femia allestita dal 29 aprile al Museo Novecento di Milano è uno spunto per pensare all’architettura regolata e finalizzata al benessere collettivo. Il titolare dello studio con sede a Genova, Milano e Parigi ha scritto un libro La città buona che tratta, come l’esposizione, di temi che riguardano l’urbanistica e il territorio.


Ateliers Alfonso Femia: educazione all’architettura


Perché pensare all’architettura regolata per una città a misura d’uomo?

Talvolta gli edifici costruiti nei centri urbani non soddisfano le richieste dell’urbanistica sostenibile e producono un impatto evidente sui contesti cittadini. I professionisti hanno il compito di progettare soluzioni che si inseriscano armonicamente nel territorio e siano sicure e affidabili. Le proposte che riducono la quantità di materiali da utilizzare o suggeriscono l’impiego di tipologie di costitutivi ecocompatibili permettono di pensare a un luoghi in cui gli abitanti vivono rispettando l’ambiente. Un modello quindi che considera anche i bisogni dei residenti e favorisce l’inserimento di altre persone.

Architettura e generosità

Il titolo della mostra è emblematico dell’attività che Atelier(s) Femia svolge nel campo della progettazione edilizia e urbanistica. Alfonso costruisce con attenzione al territorio e alla persona, trovando compatibili i due aspetti: quindi edifici e infrastrutture si sviluppano con gli abitanti e l’ambiente. Pensa che le rappresentazioni in scala siano uno strumento di dialogo e crescita tra gli interlocutori. Inoltre, ha un approccio moderno al tema, impiega le tecnologie consapevolmente e per raggiungere lo scopo di uno spazio abitato in cui convivono estetica e efficienza.

La città buona. Per una architettura responsabile

Il libro di Femia tratta quindi di solidarietà, limitazione dello spreco e essenzialità nei consumi, la responsabilità soprattutto verso le categorie più disagiate. La pandemia ha rivelato una città contemporanea in alcuni casi incapace di proporre azioni concrete perché non sappiamo considerarci fragili o vulnerabili. Quindi è urgente ripensare le nostre infrastrutture e chiedersi cosa ci aspettiamo dall’habitat, dai servizi, dall’ambiente, dalle nostre città per il futuro.