L’accettazione della malattia ha a che fare con l’amore?

Sappiamo davvero come accettarsi quando la malattia travolge il nostro corpo?

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Accettazione della malattia

“La struttura alare del calabrone in relazione al suo peso, non è adatta al volo, ma lui non lo sa e vola lo stesso”. Questa nozione scientifica, per quanto sia stata in parte smentita, è ormai nota a molte persone. Il suo significato intrinseco è tuttora utilizzato per fare leva sulle difficoltà della vita. Una delle principali è l’accettazione della malattia. Tuttavia, siamo sicuri/e che tutto ciò sia congeniale?

Accettazione della malattia: siamo capaci ad accettarci?

Quando si parla di accettarsi, è usanza comune tirare fuori una serie di stereotipi e false affermazioni. Più che false, è più corretto utilizzare l’aggettivo “Illusorie”. Di frequente, si fa coincidere il verbo “Accettare” con la parola “Amare”. Come se il primo termine non potesse esistere senza il primo. Si dice che per accettare se stessi/e sia fondamentale amarsi. Eppure, la realtà è tutt’altro che lineare. Vi sono alcune sfaccettature della questione che solo di rado vengono tirate in ballo. Magari perché ritenute scomode. O, forse, in quanto apparentemente motivazionali. Ciò nonostante, sono proprio queste sfumature che meritano di essere osservate più da vicino. Di essere conosciute. Poiché solo attraverso una visione a trecentosessanta gradi dei fatti, ci è consentito compiere almeno un passo avanti.

Parola d’ordine: consapevolezza

Più che parlare d’amore, bisognerebbe prima discutere di uno dei punti più importanti riguardanti questo tema. Vale a dire la consapevolezza. Una falsa credenza che ancora oggi può considerarsi particolarmente in voga riguarda il vivere la situazione in maniera passiva. Alcune persone sostengono che il metodo migliore per affrontare una situazione di patologia sia fingere che il problema non esista. Si dice che continuare a vivere la propria esistenza come se nulla fosse aiuti a superare il male che ci sta opprimendo. Eppure, questa tendenza non costituisce una maniera efficace di far fronte alle incombenze della vita. A maggior ragione, quando si parla di fronteggiare una malattia, la frase “Lontano dagli occhi, lontano dal cuore”, è piuttosto inconsistente. Non è ignorando il problema che contribuiremo a risolverlo. Voltare le spalle alla realtà non significa far sì che essa muti in un battito di ciglia.

Al contrario, è di fondamentale importanza prendere atto di ciò che stiamo vivendo. Per quanto il presente possa apparirci ingiusto e drammatico, dobbiamo guardarlo negli occhi. Solo comprendendolo nei suoi particolari, potremo cominciare a vivere in armonia con esso. Il che potrebbe sembrare un’utopia. L’accettazione della malattia non prevede l’amore per la vita. Né quello verso il proprio corpo. È fisiologico provare sentimenti di rabbia verso quel che ci sta affliggendo. E di certo, non è cercando il lato positivo della situazione che ci solleveremo. La realtà è capace di sfoderare una brutalità inaudita. Accogliere il male significa far sì che quest’ultimo semini benessere dentro di noi. Comprendere che la patologia c’impone alcuni limiti è la chiave per riuscire a superare le difficoltà. Esistono condizioni e malattie a causa delle quali il fluire vitale si modifica drasticamente. Non è dunque possibile chiudere gli occhi e fare finta di niente. Capire il limite ci consentirà di scovare il suo superamento.



Parlare liberamente

Tocchiamo adesso un punto nel quale troppo spesso appare difficile trovare una via di mezzo. In realtà ciò è estremamente semplice. È sufficiente apprendere che non esiste alcuna via totalmente giusta, né una del tutto sbagliata. Piuttosto, parliamo di soggettività. Partiamo del fatto che discernere di ciò che ci affligge può costituire uno strumento di cura. Tuttavia, quest’azione potrebbe comportare anche l’effetto opposto. Esistono tempi, modi, luoghi e persone. La libertà di parlare tranquillamente di sé è una qualità che s’acquista col tempo. Il silenzio può rivelarsi un’arma a doppio taglio. Esso è capace di fungere da rifugio. Oppure d’opprimere un respiro già di per sé affannato. Dunque, sta a noi decidere se e quando usufruirne. Nessuno/a deve sentirsi in obbligo di restare in avvolto nel suo lieve respiro. Piuttosto, è opportuno decidere in autonomia il momento adatto per uscirne. Sempre che quest’ultimo si verifichi. In caso contrario, faremo del silenzio il nostro cantuccio del cuore. Al fine di trovare un aiuto consistente, potrebbe essere particolarmente utile rivolgersi a uno/a psicoterapeuta.

Nell’accettazione della malattia nessuna emozione è sbagliata

Proprio come nessuna di esse può definirsi corretta. In questo caso, esiste solo un imperativo: vivi. Sperimenta ciò che provi. Elaboralo. Senza alcun filtro. Evitando di pensare che sia obbligatorio fare leva sul risvolto positivo della situazione. In fin dei conti, com’è possibile concentrarsi su un ipotetico lato di luce, quando ci sentiamo annientati/e dal buio? Diciamo la verità. Quel silenzio che incombe nel nostro organismo non è colmabile con misere e fittizie parole di conforto. Dunque, non è il caso d’affidarsi a coloro che ci liquidano con un “Pensa a chi sta peggio”. Al contrario, fidiamoci di chi ci ascolta. E, soprattutto, cerchiamo di essere i/le primi/e ascoltatori/ascoltatrici di noi stessi/e. Esploriamoci con curiosità e sincerità. Tenendo a mente che vale la pena di studiare a fondo ogni sensazione ed emozione. Anzi. È solo così che troveremo la tanta agognata guarigione.