La velocista Tsimanouskaya mette all’asta la sua medaglia

Krystsina Tsimanouskaya mette all'asta la sua medaglia per aiutare gli atleti dissidenti bielorussi

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Tsimanouskaya

L’atleta bielorussa, Krystsina Tsimanouskaya, dopo aver essere stata costretta a lasciare il Giappone, durante i giochi olimpici di Tokyo, ha deciso di vendere una delle medaglie conquistate in una precedente competizione sportiva per aiutare i suoi colleghi sportivi che subiscono le conseguenze del regime di Lukashenko.  

Cosa è successo a Krystsina Tsimanouskaya?

Tsimanouskaya ha attirato l’attenzione del mondo il 1° agosto, quando si è rifiutata di obbedire agli ordini della sua squadra. Ossia di lasciare le Olimpiadi di Tokyo in anticipo e salire su un aereo diretto in Bielorussia. La velocista aveva, infatti, detto che in patria temeva per la sua sicurezza personale. 

Perché l’atleta non ha obbedito alla sua federazione? 

Perché l’atleta era stata iscritta, all’ultimo minuto e sua insaputa, ad una gara a cui non aveva mai partecipato. Ossia alla staffetta 4 per 400 metri. Ciò avvenne perché un’altra atleta della sua squadra è stata, precedentemente, esclusa dalla competizione per non aver sostenuto abbastanza test anti doping. Dopo che la Tsimanouskaya ha criticato i responsabili della propria federazione nazionale in un video su Istangram. Dopodiché è stata portata in aeroporto per prendere un volo per Istanbul. Solo allora ha chiesto aiuto alla polizia giapponese e al Comitato Olimpico Internazionale in video postato sui social. Perciò, il rimpatrio forzato è stato evitato.


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Il rammarico di Krystsina 

La velocista specialista nei 100 e 200 metri, si era allenata molto per quest’ultimo sprint. Il suo rammarico più grande è stato proprio quello di non poter neanche partecipare alla sua gara prediletta. La Tsimanouskaya voleva solo correre, come stampato sulla sua maglietta: “I just want to run”. L’atleta come specificato nell’intervista all’emittente araba, Al Jazeera, ha detto che: “Ho cercato di informarmi con i capi allenatori che mi hanno semplicemente ignorato. In quel momento, ho sentito una totale mancanza di rispetto verso di me e il mio duro lavoro. Le emozioni hanno preso il sopravvento e ne ho parlato sul mio Instagram”.

Il cammino verso il silenzio 

Dopo aver reso pubblico il fatto su Instagram, gli allenatori hanno discusso con lei. Tsimanouskaya racconta che: “poi, sono venuti nella mia stanza e hanno detto che era arrivato un ordine per rimuovermi dalle Olimpiadi e non lasciarmi competere nei 200m, e che dovevo essere mandata a casa, e che dovevo dire di aver avuto un infortunio, quindi tornare a casa e stare in silenzio per non essere punita ulteriormente”.


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La corsa contro il tempo per la Tsimanouskaya

Tsimanouskaya ha continuato a raccontare, nell’intervista, che quel giorno fu terribile ed una vera corsa contro il tempo: “Quel giorno, il capo allenatore è venuto e ha detto che avevo letteralmente 40 minuti per fare le valigie ed andare a casa”. Lei era disperata e spaventata, nel frattempo stava sentendo anche i suoi parenti in patria e sua nonna. Quest’ultima le ha detto che anche in Bielorussia stavano cercando di comprendere la situazione: “Mia nonna, in quel momento, stava guardando la televisione e ha visto che tipo di cose stavano dicendo su di me, che ho problemi di salute psicologica, e così via. Tuttavia, abbiamo deciso che tornerò a Minsk”. Invece, sulla strada per l’aeroporto, quella decisione è cambiata. “Una volta che ero già partita per la macchina..mia nonna mi ha richiamato e mi ha detto che non potevo andare a Minsk perché lì non è sicuro per me. È stata già avvertita di quello che mi aspettava a casa”. Nell’intervista Al Jazeera, Tsimanouskaya ha dichiarato che: “Se fossi ritornata in Bielorussia avrebbero potuto succedere solo due cose. O sarei stata mandata in un ospedale psichiatrico o in prigione”.

Lo sbarco in Polonia

L’atleta arrivata all’aeroporto di Heneda è riuscita a parlare con la polizia giapponese usando un’applicazione di traduzione sul suo telefono. E per un attimo si è allontanata dai funzionari bielorussi e non si è imbarcata sul volo per Minsk. Così, in seguito, ha trovato la strada per l’ambasciata polacca che le ha concesso un visto umanitario per il proprio paese. Dove l’atleta si trova in questo momento, al sicuro e insieme a suo marito. Krystsina Tsimanouskaya vorrebbe continuare la sua carriera sportiva nel paese polacco che ha fornito uno straordinario supporto per garantirle di vivere in totale sicurezza. 

La vendita della medaglia della Tsimanouskaya

Nell’intervista ad Al Jazeera, la velocista bielorussa ha spiegato i motivi della sua scelta di non ritornare in patria e perché ha deciso di mettere all’asta una medaglia precedentemente conquistata. Quella d’argento nei 200 metri vinta ai giochi europei di Minsk, nel 2019. La Tsimanouskaya ha deciso di vendere la sua medaglia per sostenere gli altri atleti bielorussi repressi. L’atleta ha spiegato che: “Ho deciso di mettere all’asta la mia medaglia per aiutare gli atleti che hanno bisogno di sostegno o di qualsiasi tipo di aiuto e il denaro andrà alla Fondazione di Solidarietà Sportiva Bielorussa, che a sua volta aiuterà gli atleti ad organizzare competizioni e raduni”. 

La missione della fondazione

La fondazione, inoltre, sostiene gli atleti dissenzienti sotto pressione per le loro opinioni. Questa organizzazione, infatti, lavora per fermare la violenza e le violazioni dei diritti umani da parte delle forze di sicurezza nazionali. Non a caso, la Fondazione è nata nell’agosto 2020 in risposta agli avvenimenti accaduti dopo le elezioni truccate da Lukashenko. Ossia la repressione del dissenso attraverso la violenza e le attività illegali dei funzionari delle forze dell’ordine contro i cittadini. La Fondazione, perciò, sostiene tutti gli atleti bielorussi detenuti per aver partecipato alle manifestazioni pacifiche contro l’ultimo dittatore d’Europa. Oltre che quegli atleti hanno che subito conseguenze dirette a livello lavorativo per espresso pubblicamente la propria opinione politica. Per esempio l’espulsione dalle squadre nazionali, l’allontanamento dalle competizioni, il licenziamento o la privazione ​​di borse di studio.