LA SPIRALE DEL DEBITO PUBBLICO IN ITALIA

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Il debito pubblico italiano, che a settembre si era assestato a 2.331 miliardi di euro, stimato in aumento ad ottobre a 2.340 miliardi di euro con un intervallo di approssimazione compreso tra 2.336 e 2.344 miliardi di euro, ha raggiunto i 2.334 miliardi di euro nella certificazione avvenuta il 14 dicembre scorso; la stima a dicembre 2018 prevede un’oscillazione tra 2.323 e 2.328 miliardi di euro e il dato ufficiale verrà pubblicato il 15 febbraio 2019.
Continua, quindi, la salita del debito pubblico in Italia: tutte le stime degli analisti finanziari concordano nel prevedere un sensibile aumento nel primo semestre del 2019 con oscillazione prevista tra 2.372 e 2.404 miliardi di euro e con un’ampia variabilità al riguardo non essendo ancora stato approvato il bilancio 2019.
Il debito pubblico in economia è il debito dello Stato nei confronti di altri soggetti economici nazionali o esteri quali individui, imprese, banche o stati esteri, che hanno sottoscritto un credito allo Stato nell’acquisizione di obbligazioni o titoli di stato (in Italia BOT, BTP, CCT, CTZ e altri) destinati a coprire il fabbisogno di cassa statale, nonché l’eventuale deficit pubblico nel bilancio dello Stato. A tal proposito un fatto è incontrovertibile: nonostante i rendimenti dei nostri BOT e BTP siano sostanzialmente azzerati, negativi per le scadenze minori e ai minimi storici lungo tutte le altre scadenze, la montagna del debito cresce in valore assoluto e in rapporto al PIL passando dal 120% all’atto dell’esplosione della crisi dello spread (estate 2011, governo Berlusconi, rischio bancarotta) al 131,8% di fine 2017.
Nessun accenno a diminuire nonostante negli ultimi anni – grazie agli stimoli monetari senza precedenti della BCE – l’Italia spenda per interessi sempre meno ma pur sempre circa 67 miliardi di euro previsti per il 2018.
Per altro verso, insistente si è fatta la pressione della UE che non manca di mettere in guardia il governo dall’abbassare l’attenzione sui conti pubblici, avvertendo che l’Italia più di altri rischia con la risalita dei tassi, ben sapendo tutti in Europa che nel 2019 il Tesoro dovrà rimborsare 276,838 miliardi di euro di capitale a cui si aggiungeranno 49,631 miliardi di euro relativo alla spesa per interessi.
In generale, il Paese dovrebbe rimborsare entro il 2024 un totale di 1.498,29 miliardi di euro tra spese per il rimborso delle obbligazioni e quelle per interessi di cui 431,185 miliardi di euro entro la fine del 2019.
Completano il quadro fosco della nostra economia le valutazioni del Fondo Monetario Internazionale – che stima un ritorno dell’Italia ai livelli di ricchezza pre-crisi solo nel 2025 allorquando l’Eurozona nel suo insieme si sarà portata al 20-25% di ricchezza in più rispetto appunto al 2007 – e la previsione altrettanto pessimista di Confindustria che stima la ripresa della nostra economia solamente nel 2028 continuando a mantenere questi ritmi di crescita.
Come si fa a porre rimedio a tutto questo, se la crescita economica non riparte in tempi brevi?
Sperando che la «scommessa» azzardata dal governo del cambiamento – che ha per l’appunto cambiato più volte numeri, conti e percentuali – abbia dalla sua la fortuna di incrociare una congiuntura economica favorevole, ad oggi inimmaginabile nel breve periodo, oppure ribaltando completamente i canoni di bilancio di un’Europa liberista?
In un caso o nell’altro ci vorrebbero indirizzi di politica economica precisi, decisi e duraturi ma in questo momento l’Italia è in fibrillazione, stremata da una snervante contesa con la Commissione Europea in merito all’approvazione della manovra di bilancio per il 2019 ed in piena fase di contrazione degli indici macroeconomici.
L’immagine che meglio raffigura la situazione attuale del nostro Paese è quella di una nave ferma in mezzo al mare col timone in panne ed in attesa della marea favorevole.
Alla nostra economia servono massicci investimenti sia nel settore pubblico che in quello privato, servono politiche di rilancio dello sviluppo produttivo e delle esportazioni, serve creare reddito per alimentare la capacità di spesa delle famiglie; ma serve anche ridurre il debito publico in funzione del rapporto deficit/PIL senza reprimere consumi e spesa sociale.
È possibile coniugare entrambe le esigenze in un’unica è coerente politica economica? Forse sì, se questo governo riuscisse a distinguersi dai precedenti per il coraggio – tutto politico – di imboccare la strada che porta alla definizione di una tassa patrimoniale.
Premessa necessaria ad individuare la direzione in cui dovrebbe muoversi un governo che abbia intenzione di “rompere” gli equilibri consolidati innestando su una manovra economica compatibile con i parametri di Maastricht senza far correre al Paese il rischio del default è la valutazione complessiva della ricchezza privata netta degli italiani: quasi € 9.000 miliardi cioè 4,5 volte le dimensioni del nostro debito pubblico e 5,5 volte il PIL.
L’introduzione di una tassa patrimoniale sulla ricchezza potrebbe far affluire nelle casse dello Stato risorse preziose per abbattere il debito pubblico ma il nodo da sciogliere è quello, decisivo, della natura politica della scelta economica da compiere.


Le ipotesi formulate dagli analisti finanziari ed attuabili da un governo che si definisca progressista o riformista possono essere varie e diverse, sia nel caso di un’imposizione una tantum, che riesca a ridurre in maniera consistente il rapporto Debito/PIL che nel caso di un’imposizione stabile, per quanto bassa, in grado di generare un gettito annuale costante; gli strumenti da adottare potrebbero essere (a) un’imposta patrimoniale che gravi sia sulle persone fisiche che giuridiche per evitare l’elusione oppure (b) la reintroduzione dell’imposta di successione.
L’imposta patrimoniale dovrebbe inizialmente essere straordinaria, con aliquota abbastanza elevata, poi diventare ordinaria, con aliquota contenuta ed esenzione al di sotto di una certa soglia; le aliquote dovrebbero essere moderatamente progressive.
Inoltre, precipuamente, un governo progressista o riformista dovrebbe prevedere regimi fiscali diversi per chi può dimostrare l’origine del patrimonio: alla persona fisica o giuridica – che sia intestataria di immobili e di valori mobiliari – andrebbe chiesta una dichiarazione esaustiva del patrimonio, contestuale alla dichiarazione del reddito ma verrebbe anche data la possibilità di scelta tra una tassazione elevata del patrimonio (se non si è in grado di dimostrare lo scostamento tra lo stesso ed i redditi pregressi dichiarati, eredità o donazioni) ed una aliquota più tenue se vi è congruità tra reddito e patrimonio. L’imposta di successione e sulle donazioni a sua volta dovrebbe avere aliquota elevata (come in passato) al di sopra di una data soglia esente.
Da ben altro taglio sociale e spessore politico sarebbe contraddistinta una manovra fiscale scritta da un governo di alternativa o socialista che avrebbe chiaramente l’obiettivo di (a) istituire un sistema fiscale basato sulle imposte dirette che attui una vera ed effettiva progressività nella tassazione dei redditi, attraverso una lotta rigorosa all’evasione, erosione ed elusione fiscale e l’unicità di imposta per tutte le fonti di reddito, (b) abolire gradualmente le imposte indirette a cominciare dall’IVA sui beni e sui servizi di prima necessità ed introdurre esenzione IRPEF per i redditi più bassi indicizzati, (c) riformulare gli scaglioni di reddito, le aliquote fiscali e le detrazioni IRPEF (con rimborso di quelle non recuperate per incapienza) per alleggerire l’imposizione sul lavoro dipendente, sui pensionati, sui contadini poveri e piccoli artigiani e commercianti, in base anche ai familiari a carico, rafforzando la progressività dell’imposta sui redditi che superano – ad esempio – gli € 40mila di reddito annui indicizzati, (d) abolire la fiscalizzazione degli oneri sociali alle imprese ed esentare i lavoratori dipendenti dai contributi sanitari, (e) colpire la grande evasione, l’erosione e l’elusione fiscale attraverso l’abolizione dei regimi fiscali sostitutivi che applicano le imposte proporzionali invece che progressive, la tassazione progressiva di tutti i redditi includendoli nella base imponibile IRPEF, l’abolizione del segreto bancario, efficaci ed efficienti sistemi di accertamento che puntino ad impedire la falsificazione dei fatturati, dei profitti, della dichiarazione dei redditi e facciano venire alla luce l’economia sommersa e il lavoro nero, (f) rimodulare la tassazione di tutti i redditi da lavoro autonomo e d’impresa minore attraverso l’abolizione dei sistemi forfettari, l’esatta dichiarazione dei redditi e della base imponibile risultante dai costi e dai ricavi, la corretta imputazione delle spese deducibili, un sistema di contabilità semplificata per i piccoli lavoratori autonomi, artigiani, commercianti.
Dal punto di vista squisitamente patrimoniale, poi, un governo di alternativa o socialista introdurrebbe (a) la tassazione progressiva sulle rendite finanziarie, l‘abolizione delle imposte sostitutive, il prelievo alla fonte a titolo di acconto e conguaglio con la dichiarazione dei redditi, (b) l’imposta patrimoniale progressiva su tutti i beni immobiliari e mobiliari (titoli azionari e simili, depositi bancari, ecc.) con l’esenzione della prima casa di abitazione e il piccolo risparmio entro il tetto degli € 100mila indicizzati, (c) un’imposta sulle transazioni speculative sul mercato delle valute.
Comunque valutate le politiche fiscali relative a tassazioni sulle persone fisiche e sulle persone giuridiche ed anche le imposte patrimoniali da mettere in campo per rientrare nei parametri ordinari e gestibili del rapporto Debito/PIL, per mettere in sicurezza i conti pubblici dell’Italia sarebbe necessario stabilizzare tale rapporto impedendogli di crescere o cercando di ridurlo; ma perché ciò sia possibile, la crescita del debito (deficit pubblico) dovrebbe essere inferiore a quella del PIL nominale (PIL reale + Inflazione).
Ebbene, immaginando che la crescita nominale del PIL sia del 2% per i prossimi dieci anni, il debito pubblico dovrebbe crescere meno affinché il suo peso si riduca; ma se non si vogliono effettuare impopolari tagli alla spesa pubblica o ulteriori aumenti delle tasse sui redditi e sui consumi, la tassa patrimoniale sarebbe una soluzione obbligata che, ai livelli attuali di deficit, gli analisti ipotizzano debba essere tarata per introitare intorno a € 25 miliardi all’anno per non far salire il deficit.
Un’imposta di € 25 miliardi sarebbe pari a un’aliquota lineare compresa tra 0,2% e 0,3% su tutta la ricchezza privata ma, considerando che già gli immobili sono tassati e che anche gli investimenti finanziari e i conti bancari sono sottoposti a tassazione, tale aliquota dovrebbe essere superiore o colpire maggiormente alcuni assets, come presumibilmente i grossi conti correnti o altri impieghi finanziari ammontanti in tutto a € 3.000 miliardi.
La tassa patrimoniale sugli italiani è il vero obiettivo che la UE persegue sin dallo scoppio della crisi dello spread e senza curarsi di come questa venga pensata, calcolata e gestita: la politica monetaristica non è in discussione e non concede spazio alla discussione.
La posta in gioco appare – contrariamente a quanto propinato all’opinione pubblica da certa narrativa ottimistica – ad altissimo rischio per l’Italia che non starebbe affatto dirigendosi verso la soluzione dei suoi problemi ma – al contrario – verso il ritorno a quel terribile 2011, l’anno della crisi dello spread in cui il Paese sfiorò la bancarotta ed il timone passò dalle mani di un avventuriero (Berlusconi) a quelle di un tecnocrate (Monti) con i risultati economici e le conseguenze sociali che ancora ricordiamo; da un lato infatti il rialzo dei rendimenti tende a fare aumentare il deficit mentre, dall’altro lato, la deflazione strisciante in cui la nostra economia ancora versa impedisce la crescita. L’effetto combinato di questi fenomeni si traduce in un tendenziale aumento del rapporto Debito/PIL in linea esattamente opposta a quanto il governo ha dichiarato di voler realizzare e con un altro pericolo conseguente che si profila all’orizzonte: la fine del «Quantitative Easing».
Perché la fine del «Quantitative Easing» da parte della BCE è un pericolo mortale per l’Italia?
Perché, a regime, immaginando l’emissione del nostro debito al costo medio di 7 anni fa quando infuriava lo spread, la spesa per interessi schizzerebbe di quasi l’1,5% del PIL con conseguente innalzamento del nostro deficit verso il 4% a meno che nel frattempo non si sia attivata la tanto attesa crescita economica e l’inflazione non sia risalita.
Con il venir meno del «Quantitative Easing» da parte della BCE il governo (qualsiasi esso sia) si troverà a dover rinnovare il debito in scadenza a costi più elevati ed i nodi verranno al pettine per i nostri conti pubblici; e la fine del «Quantitative Easing» è stata rinviata dal Governatore della BCE al mese di dicembre del corrente anno visto e considerato (spiegazione ufficiale) che alla fine del 2017 le previsioni non erano rose in quanto il target d’inflazione nell’Eurozona, fissato al 2%, non era ancora stato ancora raggiunto.
E cosa accadrà, quando la BCE cesserà di acquistare i titoli di stato italiani, così come quelli degli altri paesi dell’Area Euro? Per effetto della minore domanda, la legge fondamentale del mercato insegna che si registrerebbe un calo dei prezzi ovvero un aumento dei rendimenti e relativa uscita delle banche dal mercato dei titoli governativi. E qui si evidenzia un primo grosso problema: con l’impennata dei rendimenti addio ripresa economica.
Certamente, rispetto al periodo pre-crisi, i tassi di mercato continuerebbero a restare bassi per un periodo ancora lungo ma gli analisti avvertono che, anche nell’ipotesi in cui il mercato nazionale tornasse livelli del 2004-2007, comunque l’effetto sarebbe che il costo di rifinanziamento del debito pubblico schizzerebbe di 250 punti base come minimo (circa 2,5%).
Ipotizzando emissioni annue medie nette di € 350 miliardi, gli analisti ipotizzano un aggravio per le casse dello Stato nell’ordine di € 8 miliardi circa che a regime arriverebbe intorno ad una soglia compresa tra € 55 miliardi ed € 60 miliardi, stimando un debito pubblico stabile (ma con la concreta possibilità di crescita in valore assoluto) intorno ad € 2.200 miliardi.
Questa serie di inneschi a catena implicherebbero un maggiore costo per il 3,5% del PIL attuale, con buona pace per il pareggio di bilancio, il Fiscal Compact e la discesa del rapporto Debito/PIL. L’Italia è già sorvegliata speciale da parte della BCE e dell’Unione Europea, il rispetto dei vincoli di bilancio e delle conseguenti politiche finanziarie sono tenaglie dalle quali questo governo non può districarsi: le politiche di riduzione del rapporto deficit/PIL e di rientro dal debito pubblico, imposte dall’UE, agiscono principalmente sulla spesa pubblica e sulla fiscalità.
In fase di recessione economica, quando il PIL decresce, l’unica via per ridurre il rapporto deficit/PIL, non essendo possibile agire sul denominatore, rimane l’abbattimento del deficit, cioè la riduzione della spesa e l’aumento delle entrate.
La riduzione della spesa pubblica si traduce, di fatto, in tagli drastici al finanziamento di servizi essenziali, quali istruzione, sanità, trasporto pubblico, ricerca scientifica, infrastrutture necessarie allo sviluppo, assistenza e previdenza, mentre non vengono minimamente toccate le voci di spesa riguardanti i trasferimenti, a vario titolo, dallo Stato alle grandi imprese e alle banche private, o le missioni di guerra, o l’acquisto di nuove armi, o le grandi opere inutili.
Le defiscalizzazioni e le decontribuzioni, tra l’altro, avvantaggiano le grandi imprese, ma contribuiscono a peggiorare i conti pubblici sul lato delle entrate, il cui aumento è ormai affidato a dismissioni e privatizzazioni del patrimonio pubblico e ad un’insostenibile pressione fiscale, che sta strangolando lavoratori e ceto medio produttivo.
Si tratta di misure che deprimono ulteriormente la domanda, amplificando gli effetti della crisi, ma consentono la sopravvivenza, parassitaria e assistita, dei monopoli e delle banche private, scaricando il fardello del loro mantenimento sulle spalle dei lavoratori e delle fasce più deboli, costretti a pagare un debito di cui non sono minimamente responsabili.
Con l’introduzione dell’euro, il debito pubblico è diventato il vero e proprio cappio al collo del popolo italiano (e non solo) determinato dall’uso della leva fiscale e della spesa pubblica per sostenere il tasso di profitto del capitale monopolistico, industriale e finanziario.
Ad oggi non esistono dati ufficiali puntuali, aggiornati e certi sulla composizione del debito pubblico italiano; in base a stime attendibili, esso in forma di bond è detenuto per il 68% da detentori italiani tra cui Banche col 16%, Compagnie di Assicurazione col 17%, Banca d’Italia col 19%, Istituzioni finanziarie col 6%, famiglie e imprese col 10% ed il rimanente 32% è diviso tra investitori esteri.
E’ evidente che il piccolo risparmio diffuso costituisce la minima parte, marginale e ininfluente, dei detentori di titoli del debito pubblico; stante il vigente meccanismo delle aste per il collocamento dei titoli del debito pubblico, è altrettanto evidente che l’accesso all’acquisto da parte dei piccoli risparmiatori può avvenire solo attraverso l’intermediazione di banche e brokers finanziari, che ovviamente lucrano sull’operazione.
Queste considerazioni ci aiutano a capire la portata dell’operazione attuata facendo leva sul terrorismo mediatico scatenato sulla questione dello “spread”, cioè del differenziale tra il tasso di rendimento dei titoli pubblici nazionali in rapporto al Bund, il titolo pubblico tedesco.
Il mercato mobiliare è controllato e dominato da grandi gruppi concentrati di capitale finanziario, in grado di influenzarne l’andamento, mentre il piccolo risparmio è del tutto ininfluente e subisce soltanto le tendenze imposte da questi; il risparmiatore acquista il titolo in base al rendimento nominale della somma investita e si orienta su un arco temporale di breve periodo mentre il grande investitore punta a lucrare sulle differenze certe tra prezzi d’acquisto e valori nominali dei titoli e su quelle – aleatorie ma maggiori – tra prezzi d’acquisto ed aspettative di prezzi di vendita futuri, realizzabili in via ipotetica e probabilistica lungo un arco temporale più lungo.
Data l’inversa proporzionalità – a parità di valore nominale – tra prezzo e rendimento dei titoli, solo questa aspettativa di lucro tende a spingere al rialzo i tassi di interesse sul debito pubblico e, quindi, ad aumentare lo spread; chiaro, quindi, visto e considerato il carattere transnazionale del capitale finanziario e l’enorme massa di denaro di cui dispone, comprendere come l’attacco speculativo venga manovrato e spostato da un paese all’altro, da un titolo sovrano all’altro.
Le oscillazioni dello “spread” non sono assolutamente motivate da considerazioni diverse da quella della massimizzazione del profitto, quale ad esempio quella – ricorrente – relativa alla fiducia nella solidità dell’economia del dato Paese; il calo immediato dello spread nei casi in cui i ministeri economici di un paese annunciano una nuova ondata di dismissioni e privatizzazioni è dovuto alla creazione di occasioni alternative d’investimento, convenienti e appetibili per il capitale finanziario nazionale ed internazionale in cerca di impiego, che quindi si sposta dal mobiliare ad altri settori d’impiego.
Entra in gioco solo l’opportunità colta dal capitale finanziario trans-nazionale di saccheggiare il patrimonio reale di un Paese ed allora la BCE e la Commissione Europea hanno creato il MES (Meccanismo di Stabilità Europea) al fine di controllare l’immissione di liquidità sui mercati e prevenire eventuali bancarotte o default; ma il prezzo che dovrebbero pagare i popoli degli Stati che facessero richiesta al MES di un intervento di sostegno sarebbe enorme in termini di privatizzazioni di beni pubblici, di pezzi di territorio, di tagli ai servizi essenziali, ai salari ed alle pensioni.
Questo senza contare, inoltre, che il finanziamento pro-quota del MES è a carico della fiscalità generale degli Stati aderenti e non fa che peggiorarne la situazione debitoria e di ingiustizia distributiva.
La crisi economica ha rivelato l’inconsistenza pratica della capacità di autoregolazione del mercato. La visione del mercato che i padri fondatori dell’Unione Europea avevano immaginato ed idealizzato e che gli attuali leaders politici usano a fini propagandistici, cioè quella del teatro nel quale merci e capitali circolerebbero liberamente alimentati dal meccanismo benefico di una libera concorrenza puntiforme, esiste solo nei libri e nel pensiero degli economisti borghesi.
Il mercato europeo è in realtà dominato da pochi gruppi monopolistici – altamente concentrati e cartellizzati tra loro – che impongono i propri interessi e la propria volontà, oltre che le proprie merci, ai popoli europei.
Nessuna libera concorrenza è praticata e concessa, alla deregulation proclamata a parole fa riscontro nella realtà un’estrema e dettagliata regolamentazione dei sistemi economici nazionali e dei rapporti tra questi; dagli accordi per il contingentamento delle produzioni attraverso la fissazione centralizzata di quote, ai criteri di stabilità finanziaria, all’inserimento nelle Costituzioni dell’obbligo di pareggio del bilancio dello Stato, qualsiasi aspetto della vita economica è dettagliatamente disciplinato dalle fonti normative dell’Unione Europea, pensati e strutturati principalmente da organismi non elettivi, quali la BCE, la Commissione Europea, l’ECOFIN e via dicendo, che riflettono ed attuano la volontà del capitale monopolistico internazionale.
L’Unione Europea è sempre più la sovrastruttura politico-amministrativa delle economie capitalistiche europee; la borghesia di ciascun paese aderente all’Unione Europea – sebbene diversa e diversificata da Paese a Paese – è ugualmente responsabile delle politiche di rapina ai danni del lavoro, anche se partecipa alla spartizione delle spoglie in proporzione al suo peso specifico e alla sua posizione nella piramide economica e finanziaria.
Se battaglia politica deve esserci in Italia contro il capitale e contro la finanza nazionale ed internazionale, ebbene deve essere battaglia globale, non solo percepita in funzione antitedesca è dettata da deviazioni di tipo sciovinista; tutti i governanti europei sono attori ben presenti, anche se con pesi diversi, nel grande palcoscenico allestito dai poteri economici e finanziari.
Ed in tal senso il grande capitale italiano è perfettamente inserito in queste logiche di competizione e di redistribuzione della ricchezza e riesce a trarne notevoli profitti mentre i ceti popolari italiani subiscono una doppia oppressione ed un doppio sfruttamento: da parte della propria borghesia nazionale ed anche da parte delle borghesie dei paesi collocati ai vertici della piramide dell’imperialismo europeo.
Bisognerebbe parimenti svelare l’uso improprio e fuorviante di termini come “colonialismo tedesco” e “sovranità nazionale” in riferimento alle vicende interne all’Unione Europea e di moda da qualche tempo in Italia.
Questa Europa – che oggi tutti a parole vogliono riformare – è stata voluta dalle classi dominanti di ciascun Paese aderente ed è stata difesa e sostenuta in ogni modo ed anche in Italia, quando ancora si poteva rifiutare l’inserimento nella Costituzione del pareggio del bilancio, è stata la nomenclatura politica, espressione della borghesia nazionale, ad approvarlo con maggioranza quasi assoluta; per cui parlare di un presunto “disegno coloniale” significa negare ogni responsabilità ascrivibile alla borghesia nazionale.
Allo stesso modo, affermare che occorre ripristinare la “sovranità nazionale” significa dire il falso sapendo di dirlo agli italiani che, probabilmente, non si rendono conto che la nostra borghesia non l’ha mai persa ma ha solo deciso “sovranamente” in quanto detentrice del potere – come tutte le altre borghesie nazionali – di non rinunciare a quote di sovranità bensì di centralizzare alcune funzioni politiche e di politica economica nell’alveo dell’Unione Europea.
Peggio ancora se si parla di “sovranità popolare”: non si può ripristinare ciò che non è mai esistito sia politicamente ed economicamente con l’adesione all’Unione Europea che militarmente con la partecipazione alla NATO che sempre più si caratterizza come il suo braccio militare.
Sull’Italia è notte fonda: politiche economiche raffazzonate, alleanze politiche sbrindellate, opposizioni politiche emarginate. L’Europa dei capitali non prende in considerazioni le istanze di giustizia e di equità dei propri popoli, prende tra le sue mani tutto quello che può per alimentare egoismi economici e speculazioni finanziarie. I più forti sopravviveranno alla tempesta della crisi economica: gli italiani ci saranno?