Certo, arrivarci è una fatica per il cuore, ma non nel senso che si intende di solito. Vedere di persona il Giudizio Universale di Michelangelo significa attraversare prima tutte le stanze, salire, esplorare i vari corridoi immensi, decorati come una sala reale con precisa minuzia dove la mente e il cuore si perdono tra le tele e le carte geografiche. Questa è la dura prova.

Storia

Ma facciamo un passo indietro. Nel 1420, papa Niccolò V notò che Roma mostrava solo un lieve ricordo dello sfarzo e della bellezza passate. Il proposito del pontefice di ritornare alle vecchie glorie, iniziando dalla Basilica Vaticana, fu colto dal suo successore, Sisto IV. Il progetto doveva essere concluso entro l’estate del 1481 e non fu senza imprevisti se consideriamo anche la guerra con Firenze conclusa solo nel 1480.

Gli artisti

Perugino fu chiamato ad affrescare la parete dietro l’altare; a lui si unirono Cosimo Rosselli, Sandro Botticelli e Domenico Ghirlandaio per la parete destra. Prima dell’arrivo di Michelangelo, la parete di fondo recava una pala affrescata da Perugino raffigurante l’Assunta e lo stesso Sisto IV inginocchiato in preghiera.

Questi artisti realizzarono alcune tra le opere davanti alle quali è impossibile non soffermarsi. Tra queste: la Consegna delle chiavi a San Pietro che rappresenta perfettamente la trasmissione dei poteri unificati in Cristo a San Pietro e poi ai pontefici suoi successori; legato a questo tema è la Punizione di Qorah e dei suoi figli, ossia il castigo di tutti coloro che si oppongono all’autorità pontificia.

Dal 1508 Raffaello Sanzio completerà alcuni lavori. La Stanza della Segnatura  raccoglie al suo interno la Filosofia, la Teologia, la Poesia e la Giurisprudenza. La Scuola di Atene riprende l’idea del Tempio della Sapienza che accoglie filosofi e saggi attorno a due somme figure: Platone, il quale indica con il dito rivolto verso l’alto il mondo delle Idee e con l’altra mano regge il Timeo e Aristotele con in mano l’Etica.

Michelangelo Buonarroti

Nel 1508 Michelangelo inizia i lavori. La nuova commissione artistica per la decorazione della cappella fu voluta da Giulio II desideroso di eguagliare in questo campo il suo predecessore Sisto IV. Iniziarono pian piano a prendere vita i sette Profeti e le cinque Sibille, protettori di eventi storici e profetici. I troni incorniciano le nove Storie della Genesi: esse ripercorrono la creazione degli astri, di Adamo ed Eva, la cacciata dei progenitori, il Diluvio: Dio è Creatore del mondo fino alla sua opera più grande, a sua immagine e somiglianza, l’uomo. La figura nuda di Adamo è perfetta, adagiata, senza sforzo; quasi in una posa annoiata egli si tende verso il Padre in un gesto apparentemente calmo e consueto. Gli basterebbe solo stendere la mano ma questo non accade. Sono vicini ma non si toccano. Lo sforzo sembra più da parte di Dio ma il gesto appare interrotto. Proprio questo sprigiona l’energia dell’atto, la vicinanza ma anche il distacco tra divino e umano.

Le lunette e le vele rappresentano le quaranta generazioni degli Antenati di Cristo; nei pennacchi angolari sono invece riportati i quattro eventi miracolosi in favore del popolo eletto: David e Golia, Giuditta e Oloferne, il Serpente di bronzo e il Supplizio di Aman.

Il Giudizio Universale

La parusia (παρουσία, in greco) ossia la presenza del Divino è il tema centrale attorno al quale ruota l’opera. Questa era stata commissionata da Clemente VII ma precedentemente egli aveva anche fatto distruggere il ritratto del Perugino raffigurante Sisto IV, responsabile della morte del padre di Clemente, Giuliano De’ Medici, durante la Congiura dei Pazzi. Incalzato anche dal successore Paolo III, Michelangelo lavorò all’opera in una solitaria contemplazione. Le critiche e le accuse di oscenità per  i corpi nudi piovvero sull’artista: gli veniva rimproverato di voler solo mostrare l’anatomia dei corpi che offendeva direttamente Dio; quell’opera di oggetto sacro era di arte profana. Nel 1564 la Congregazione del Concilio di Trento ordinò a Daniele da Volterra la copertura di ogni oscenità. L’ingrato compito venne iniziato in seguito alla morte di Michelangelo avvenuta nel 1565.

La composizione tripartita

La sorte umana è qui rappresentata nella sua più incerta fragilità davanti alla grandezza del Divino; questo schema genera il caos raffigurato nell’ammasso di corpi in tensione, la tempesta di emozioni si può scorgere in ogni sguardo, terrorizzato o beato davanti all’angoscia del Giudizio finale. Dare un’interpretazione lineare e continua di questa opera resterà sempre un’utopia. Il suo mistero è intrinseco nel mistero stesso della Fede. Oltre quattrocento figure divise in una composizione tripartita: in alto gli angeli con i simboli della Passione, Cristo e la Vergine al centro e, nella parte inferiore, gli angeli che suonano le trombe dell’Apocalisse e la conseguente resurrezione dei corpi con la caduta dei dannati, rei di peccati tra cui la ύβρις (hybris, la superbia) verso Dio e l’ascesa dei beati simile ad una visione dantesca.

E a noi moderni cosa resta?

Dopo tutti questi anni ci resta il Giudizio Universale stesso. In un’epoca in cui tutto si deve obbligatoriamente immortalare, l’opera è fuori da questo schema. Fuori dal tempo in cui si trova attualmente. Se si prova ad estrarre il telefono per fare una foto si viene subito ammoniti, non può essere immortalato. Allora forse è questo il suo segreto: nessuno ne può tenere un pezzo solo per sé. La contemplazione è l’unica arma di difesa contro un’immortale bellezza. Appena si entra nella sala una marea di teste sono volte verso l’alto, nel tentativo di scorgere e trattenere mentalmente ogni dettaglio. Nonostante la moltitudine di gente non sembra di essere soffocati dalla folla, quasi ci si dimentica e ci si sente soli e piccoli, lì davanti, con i propri pensieri. Il Giudizio non si dimentica facilmente.

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