La roulette russa degli effetti collaterali

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La cattiva comunicazione riguardo il vaccino ha prodotto i suoi (prevedibili) effetti collaterali: quando sono avvenuti i primi casi di effetti avversi, le persone hanno cominciato a porsi delle domande che le autorità sanitarie avrebbero dovuto prevenire.

Margini di rischio

È facile dire che ogni nostra scelta comporta un margine di costi e benefici da valutare. E anche che rischiare di contrarre il covid può essere più pericoloso dei possibili effetti indesiderati del vaccino.

Inutile ribadire che i bugiardini dei medicinali che abitualmente consumiamo, riportano anche essi possibili conseguenze letali, persino per una banale aspirina.

Che ogni giorno muoiono mediamente circa 10 persone a causa di incidenti stradali, di cui 2 sono pedoni e 3 viaggiano su un mezzo a due ruote – comportamenti che coinvolgono sostanzialmente tutti quanti.

Che fino a 20 casi l’anno è la mortalità correlata alle punture di insetti.

Un problema di percezione

Inutile parlare di statistiche: perché in queste fattispecie – e in altre – altrettanto pericolose o addirittura letali, nella percezione gioca un ruolo chiave la valenza psicologica con la quale interpretiamo il dato.

Per i comportamenti a cui siamo abituati, tendiamo a minimizzarne la pericolosità sulla base del fatto che sino a quel momento non ci hanno prodotto problemi (dopo le cose invece cambiano).

I fumatori sanno benissimo i rischi a cui vanno incontro, e così pure gli alcoolisti, ma solo pochi modificano le loro abitudini per questo.

Ma se gli inevitabili (in una certa misura) effetti collaterali di un vaccino impattano sulle latenti paure dell’opinione pubblica, ecco che – a parità di numeri – la percezione del rischio aumenta a dismisura.

L’informazione ufficiale

Il caos di dichiarazioni che da oltre un anno infiamma le prime serate televisive ha scavato un retroterra di paura anche nelle persone disponibili a vaccinarsi.

Alla medicina non si chiedono miracoli ma trasparenza, che è alla base del rapporto di fiducia, in particolare quando si parla della nostra salute. Il medico non deve nasconderci la gravità di una malattia, né i pericoli eventuali di una cura (tra cui la possibile inefficacia), ma ha il dovere di far sentire al suo paziente di essere in buone mani.

Difficile adesso spiegare alle persone che minime percentuali statistiche di effetti avversi anche gravi fanno parte del gioco. La sospensione delle somministrazioni del vaccino Astra Zeneca ha confermato i timori degli scettici e moltiplicato la percezione della sua pericolosità.

Tre morti – la cui correlazione con il vaccino è comunque da accertare – su circa 15 milioni di somministrazioni resta razionalmente un margine di rischio che rientra nella casistica; con altri, ben più elevati facciamo i conti ogni giorno della nostra vita: dagli incidenti stradali (30 volte di più), alle punture letali degli insetti (circa lo stesso).

Dire le cose come stanno

Data la situazione, sarebbe stato più opportuno comunicare con maggiore chiarezza come stanno le cose sin dall’inizio. Dire che per intervenire in tempi brevi sarebbero dovuti essere necessariamente compressi i tempi della sperimentazione, che vaccinarsi significa fare né più né meno che da cavia rispetto a possibili effetti indesiderati soprattutto nel lungo periodo.

E che questo può essere un prezzo ragionevole rapportato alla pericolosità del virus (almeno per le persone più a rischio, di cui abbiamo parlato la scorsa settimana).

Se invece si afferma che il vaccino è sicuro, anche un’incidenza di mortalità residuale (ammesso, ripetiamo sia verificato il nesso causa-effetto) non può che apparire come un segnale di allarme, con conseguente perdita del rapporto di fiducia.

Una questione di coerenza

Anche di questo ne abbiamo già parlato: la scelta di vaccinarsi o meno dipende dal modo con il quale diamo un senso alle nostre decisioni. È una dimensione soggettiva che ha a che fare più con la coerenza che con la razionalità.

L’unico elemento – appunto – razionale è dato dalla propria condizione di rischio, che abbiamo visto si riassume nella presenza di determinate patologie e/o l’età avanzata. Le altre motivazioni derivano dai valori, dalle credenze e dai meccanismi con i quali elaboriamo le informazioni a nostra disposizione.

Non è coerente, ad esempio, chi evidenzia i possibili effetti collaterali e nello stesso tempo indugia a stili di vita poco salutari, tali da indurre un rischio ancora più elevato. Lo è invece chi è attento alla propria alimentazione e il proprio corpo, privilegiando cure naturali e un atteggiamento mirato alla prevenzione.

In entrambi i casi, la decisione di non vaccinarsi – quale sia la qualità delle informazioni in suo possesso – ha lo stesso margine di incertezza riguardo i possibili esiti; l’unica differenza è, appunto, la coerenza del ragionamento, che ha un valore individuale e non necessariamente si configura come la scelta migliore.

Guadagnarsi la fiducia è un dovere

Chiunque promette miracoli fa del marketing, non cura, e inevitabilmente finisce con l’infrangere il rapporto di fiducia è alla base di ogni relazione, specialmente in quelle di aiuto, in cui il rapporto è per forza asimmetrico.

Chi si trova nella posizione di bisogno, può solo affidarsi, termine latino la cui etimologia è trasparente, ed è difficile continuare a farlo quando l’altra parte si rende colpevole anche solo di omissione.

Non ho né informazioni né competenze per affermare che il vaccino Astra Zeneca (o qualunque altro) costituisca un pericolo per la salute. E nemmeno biasimo le autorità sanitarie per averne sospeso in via precauzionale la somministrazione.

Quello che non perdono è non aver detto che questa eventualità poteva (plausibilmente) verificarsi. Che si sarebbero riscontrati inevitabili effetti avversi (o anche solo il sospetto), e che si sarebbe intervenuti prontamente per fare chiarezza a tutela di tutti.

Una volta violato il patto di fiducia, è difficile tornare indietro.

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Sono nato a Firenze nel 1968. Dai 19 ai 35 anni ho speso le mie giornate in officine, caserme, uffici, alberghi, comunità – lavorando dove e come potevo e continuando a studiare senza un piano, accumulando titoli di studio senza mai sperare che un giorno servissero a qualcosa: la maturità scientifica, poi una laurea in “Scienze Politiche”, un diploma di specializzazione come “Operatore per le marginalità sociali”, un master in “Counseling e Formazione”, uno in “Programmazione e valutazione delle politiche pubbliche”, un dottorato di ricerca in “Analisi dei conflitti nelle relazioni interpersonali e interculturali”. Dai 35 ai 53 mi sono convertito in educatore, progettista, docente universitario, sociologo, ma non ho dimenticato tutto quello che è successo prima. È questa la peculiarità della mia formazione: aver vissuto contemporaneamente l’esperienza del lavoro necessario e quella dello studio – due percorsi completamente diversi sul piano materiale ed emotivo, di cui cerco continuamente un punto di sintesi che faccia di me "Ein Anstàndiger Menschun", un uomo decente. Ho cominciato a leggere a due anni e mezzo, ma ho smesso dai sedici ai venticinque; ho gettato via un’enormità di tempo mentre scrivevo e pubblicavo comunque qualcosa sin dagli anni ‘80: alcuni racconti e poesie (primo classificato premio letterario nazionale Apollo d’oro, Destinazione in corso, Città di Eleusi), poi ho esordito nel romanzo con "Le stelle sul soffitto" (La Strada, 1997), a cui è seguito il primo noir "Sotto gli occhi" (segnalazione d’onore Premio Mario Conti Città di Firenze, La Strada, 1998); ho vinto i premi Città di Firenze e Amori in corso/Città di Terni per la sceneggiatura del cortometraggio "Un’altra vacanza" (EmmeFilm, 2002), e pubblicato il racconto "Solitario" nell’antologia dei finalisti del premio Orme Gialle (2002). Finalista anche nel 2014 al festival letterario Grado Giallo, sono presente nell’antologia 2016 del premio Radio1 Plot Machine con il racconto "Storia di pugni e di gelosia" (RAI-ERI). Per i tipi di Delos Digital ho scritto gli apocrifi "Sherlock Holmes e l’avventura dell’uomo che non era lui" (2016), "Sherlock Holmes e il mistero del codice del Bardo" (2017), "Sherlock Holmes e l’avventura del pranzo di nozze" (2019) e il saggio "Vita di Sherlock Holmes" (2017). Negli ultimi anni lavoro come sociologo nell’ambito della comunicazione e del welfare, (in particolare mi occupo di servizi socio-sanitari, disabilità e violenza di genere, di cui curo una collana di pubblicazioni), e svolgo attività di docenza e formazione in ambito universitario. Tra i miei ultimi saggi: "Modelli sociali e aspettative" (Aracne, 2012), "Undermedia" (Aracne, 2013), "Deprivazione Relativa e mass media" (Cahiers di Scienze Sociali, 2016), "Scenari della postmodernità: valori emergenti, nuove forme di interazione e nuovi media" (et. al., MIR, 2017), Identità, ruoli, società (YCP, 2017), "UniDiversità: i percorsi universitari degli studenti con svantaggio" (et. al., ANCI, 2018). Con "Linea Gotica" (Damster, 2019) ho vinto il primo premio per il romanzo inedito Garfagnana in giallo Barga noir. Il breve saggio "Resistere è fare la nostra parte" è stato pubblicato nel numero 59 della rivista monografica Prospektiva dal titolo “Oltre l’antifascismo” (2019). Dal 2015 curo il mio blog di analisi politica e sociale osservatorio7 (www.osservatorio7.com, oggi su www.periodicodaily.com). Tutto questo, tutto quello che ho fatto, l’ho fatto a modo mio, ma più con impeto che intelligenza: è qui che devo migliorare.