La riforma della giustizia di Papa Francesco

Entrerà in vigore questa settimana la riforma della giustizia del Vaticano voluta da Papa Francesco. I principi cardine: carriere separate e rispetto del principio di “non colpevolezza”

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Le massime autorità dell’Enclave hanno licenziato una riforma strutturale della giustizia che entrerà in vigore questa settimana e i cui capisaldi sono la separazione delle carriere tra magistrati e il rispetto del principio di “non colpevolezza”.

L’ultima grande riforma dell’ordinamento giudiziario pontificio era stata firmata nel 1987 da San Giovanni Paolo II, mentre le ultime modifiche risalgono al 2008. 

In ragione di ciò, Papa Francesco si è detto soddisfatto di continuare l’incessante opera di “progressivo aggiornamento legislativo e di riordino istituzionale” e desideroso di “introdurre alcune modifiche all’assetto dell’ordinamento giudiziario, volte ad aumentarne l’efficienza”.

I nuovi provvedimenti volti a costruire una Chiesa più efficiente e trasparente che entreranno in vigore questa settimana sono tesi innanzitutto ad assicurare una maggiore indipendenza e professionalità dei magistrati a partire dalla distinzione netta dei ruoli tra collegi dei giudicanti e giudici requirenti, caposaldo del diritto di difesa proprio di ogni Stato moderno di diritto.

I giudici nominati e gerarchicamente subordinati al Sommo Pontefice risponderanno solo a Lui e non saranno più soggetti – come accadeva in precedenza – all’autorità dei cardinali della Curia.

Intervistato dall’Ansa, l’ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone, che è stato scelto a ottobre dallo stesso Bergoglio come presidente del tribunale di Stato della Città del Vaticano, ha spiegato come tale intento riformatore sia sorretto dalla “convinzione che l’indipendenza dei magistrati e la loro capacità professionale siano condizioni indispensabili per ottenere quei risultati di giustizia indicati da Papa Francesco nelle sue premesse. Viene quindi affermato esplicitamente che i magistrati, pur dipendendo gerarchicamente dal Sommo Pontefice che li nomina, nell’esercizio delle loro funzioni sono soggetti soltanto alla legge e che essi esercitano i loro poteri con imparzialità”.

I magistrati dell’Enclave dovranno essere provvisti di “specifici e rigorosi requisiti di professionalità”, prosegue Pignatone presentando la riforma.
La legislazione ecclesiastica prevede che i magistrati siano scelti “preferibilmente tra professori universitari di ruolo in quiescenza, e comunque tra giuristi di chiara fama” che abbiano acquisito una “comprovata esperienza giudiziaria o forense”.

L’età massima dei giudici resta fissata a 75 anni, al pari dei cardinali, superata la quale gli operatori giudiziari dovranno rinunciare all’incarico presentando direttamente le proprie dimissioni al Santo Padre, che diverranno efficaci con la Sua accettazione.

Ulteriore e significativa prescrizione riguarda l’attribuzione al presidente della Corte di Cassazione pontificia della facoltà di “integrare il collegio giudicante, costituito di regola da tre cardinali con altri due giudici applicati”. Previo assenso del Pontefice, inoltre, la Suprema Corte sarà l’unico organo competente a giudicare i cardinali e i vescovi nelle cause penali, salvo quelle riservate di diritto al Papa (come quelle ecclesiastiche).

Quello che interessa maggiormente resta però l’affermazione del principio secondo il quale il diritto alla difesa viene garantito in ogni stato e grado del procedimento in conformità all’art. 6 CEDU relativo al “giusto processo” e trasfuso nella nostra Costituzione nell’art. 111 della Carta fondamentale.

Il giusto processo è strettamente correlato al principio della “presunzione d’innocenza”. 
Sul quotidiano Osservatore romano, Pignatone ha evidenziato che i pregi della riforma risiedono soprattutto nella volontà dello Stato Pontificio di inserirsi “sulla scia delle riforme normative in materia economico-finanziaria e penale, dovuta anche all’adesione a importanti convenzioni internazionali” che al contempo “conserva e assicura la specificità del diritto vaticano che riconosce nell’ordinamento canonico la prima fonte normativa e il primo criterio di riferimento interpretativo”.

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