Da quando nel 2011 iniziarono le rivolte contro il regime siriano, il popolo siriano non ha più trovato pace, quando poi a Raqqa sono apparsi i vessilli del califfato nero, la situazione per i siriani è peggiorata al punto che per molti di loro era meglio affrontare i pericoli dell’emigrazione, piuttosto che rimanere in patria aspettando di essere o catturati dalle truppe filogovernative o uccisi dai tagliagole di Daesh.

Premesso che la guerra non è ancora finita, e Assad nonostante le sanzioni è ancora in sella, già da tempo si inizia a parlare di ricostruzione.

E’ proprio Assad che preferisce parlare di ricostruzione, poichè, in questo modo, sottolinea che il conflitto si sia risolto a suo favore. Del resto gran parte del territorio siriano è sotto il suo controllo, però se Assad è rimasto nella stanza dei bottoni, è sopratutto per merito (o per demerito) del sostegno russo-iraniano.

Sebbene la permanenza del presidente siriano al potere costituisca tutt’ora oggetto di forti discussioni, la ricostruzione della Siria è l’argomento che tiene banco tra i governi occidentali.

Una delle ipotesi vagliate, forse per rendere più agevole la fase post-bellica, è la divisione del Paese in zone di influenza, come si fece per la Germania dopo la seconda guerra mondiale. La Siria dunque nei piani occidentali e russi, doveva essere suddivisa tra americani, russi, turchi e siriani. Questo era il piano di partenza, almeno fino a quando Trump, a fine dicembre dello scorso anno, non ha deciso il ritiro delle truppe americane dal nord-est della Siria.

Investimenti in Siria

La ricostruzione in Siria passa inevitabilmente per gli investimenti economici, tuttavia, mentre l’occidente è ancora bloccato dalle sanzioni che esso stesso ha imposto al regime, la Russia sta già investendo nel settore petrolifero.

Secondo alcune stime, la ricostruzione siriana richiederebbe ingenti investimenti che Putin non potrebbe o comunque non vuole fare da solo.

Se da un lato è vero che l’occidente non può muoversi a causa delle sanzioni internazionali, dall’altro, è anche vero che i privati possono fornire aiuti economici e umanitari, come del resto ha già fatto la Fondazione pontificia, che solo lo scorso anno ha investito quasi nove milioni di euro per la ricostruzione delle chiese cristiane.

Gli investimenti in Siria sarebbero entrati anche nel mirino delle imprese italiane. Infatti, a questo proposito, si è fatto cenno alla possibilità che siano ripristinate le relazioni diplomatiche tra il Bel Paese e la Siria. Stati Uniti e Inghilterra però hanno messo in guardia il governo italiano dal compiere una simile mossa, poichè incorrerebbe in sanzioni civili e penali.

Dalla parte degli alleati di Assad, non è solo il Cremlino a muoversi in direzione della ricostruzione, infatti anche l’Iran si sta adoperando per aiutare il Paese a risollevarsi, investendo quasi otto miliardi di dollari in cambio dei quali, Damasco ha concesso all’alleato sciita la terza rete telefonica per i cellulari.

E’ interessante vedere che la ricostruzione della Siria non è di esclusivo interesse internazionale, ma anche interno, infatti si stanno ideando progetti che puntano a far ripartire il Paese.

Un esempio di quanto qui affermato, lo offre Il ministero del turismo siriano che ha offerto delle agevolazioni a coloro che decidessero di operare in questo settore.

A quali settori puntano gli imprenditori siriani? Oltre al settore turistico, ora accennato, di particolare interesse è il settore dell’edilizia, che tra l’altro è strettamente correlato a quello del turismo.

Uno degli investimenti a cui si starebbe pensando, è la demolizione dell’albergo al-Jala’ a Damasco e al suo posto, sorgerebbero un albergo a cinque stelle e un centro commerciale.

Ad aggiudicarsi questo progetto, il cui ricavo si aggirerebbe intorno a 100 miliardi di lire siriane, è stata la Marwj al-Shams, azienda dell’imprenditore siriano Wasim Qutan, che starebbe pensando d’ istituire anche un’associazione sportiva che incrementerebbe i guadagni di 250 milioni di lire siriane l’anno.

L’azienda di Qutan deve dividere la torta della ricostruzione con un’altra azienda: la Syria Holding Company che starebbe progettando la costruzione di cinque torri, che insieme formeranno un complesso chiamato “Siria’s Towers”. Ogni torre sarà alta 40 piani e occuperà una superfice 140.000 metri quadri, inoltre ogni struttura comprenderà al suo interno, un centro commerciale, un residence, uffici commerciali, garage per 2.500 automobili, cinema, sale per onferenze e matrimoni. Il valore di tutto questo? Circa 108 miliardi di lire siriane.

Insomma anche all’interno del Paese, malgrado tutto, si respira area di ricostruzione

Conclusioni

Come abbiamo già affermato all’inizio, per il regime siriano parlare di ricostruzione, significa dichiarare apertis verbis che la guerra è finita e Assad è il vincitore salvo colpi di scena dell’ultima ora. Certo, l’idea che il conflitto si sia risolto a favore del dittatore siriano non fa piacere alle cancellerie europee e forse neppure agli Stati Uniti, sebbene quest’ultimi abbiano scelto di ritirarsi progressivamente dagli scenari di guerra mediorientali (vedi Afghanistan e Iraq).

Un altro indizio che porta a considerare la vittoria di Assad è il possibile rientro della Siria all’interno della Lega Araba, di cui si parla già da tempo, e che sarà oggetto di discussione nella prossima riunione della Lega, il prossimo 31 marzo in Tunisia.

Per Assad la ricostruzione non significa solo affermare la propria vittoria, ma anche vendetta nei confronti di quei siriani che si sono ribellati alla sua autorità.

La legge n°10 del 2018, infatti, prevede l’espropiazione delle propietà private delle comunità oppositrici al regime, senza che quest’ultime ricevano un indennizzo adeguato, o abbiano alloggi alternativi.

Questa legge è assolutamente incostituzionale perchè non garantisce la pacificazione sociale, ma piuttosto, darà adito a successive rivendicazioni, senza che il Paese giunga mai a una sicura stabilità.

I Paesi occidentali che hanno sostenuto le fazioni ribelli non sono esclusi dalle ritorsioni di Assad, infatti quest’ultimo ha deciso di non accettare gli aiuti dell’occidente, colpevole, secondo il presidente siriano, di sostenere l’opposizione che, da otto anni, cerca di destituirlo. Inoltre, egli ritiene che i suddetti aiuti potrebbero esporre il Paese a futuri rischi di stabilità e di sicurezza interne.

A tutt’oggi, il destino di Bashar al-Assad è nelle mani dei suoi alleati e della controparte occidentale, ma a prescindere da ciò, il presidente siriano dovrebbe lasciare la guida del Paese e essere processato per i crimini che ha commesso. Poco importa se ha ancora il sostegno di Russia, Iran e Cina, che legittimano di fatto la sua “presidenza”, poichè egli ha perso il sostegno del suo popolo che non lo riconosce più come suo interlocutore ufficiale.

Se rimanesse al potere un solo giorno di più, sarebbe anche un giorno di troppo.


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