“La poesia è un atto di pace” eppure è obbligata a combattere

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“La poesia è qualcosa, o qualcuno, che dentro di noi vuole disperatamente essere.” disse Marina Cvetaeva, famosa poetessa russa del XX secolo. Un’esigenza che si traduce in versi, che richiede raccoglimento, silenzio, introspezione. Caratteristiche che sembrano fare a pugni con l’attuale modo di comunicare. Superficiale e caotica, la comunicazione di oggi è vittima di una disarmonia profonda, derivata dalla necessità di rincorrere i tempi sempre più ristretti e incalzanti che ci siamo imposti di rispettare.

Dagli anni 2000 in poi, infatti, si è sviluppato un acceso dibattito volto a determinare quale ruolo avrebbe occupato la poesia nel nostro quotidiano. “La poesia non muore mai del tutto”. Indubbiamente, se essa scomparisse, “si atrofizzerebbero e si impoverirebbero mortalmente anche il linguaggio e il pensiero”. Questa l’opinione di Conte tratta da un articolo del 15/01/2003 sul Corriere della Sera. E come Conte, tanti altri hanno difeso e continuano a difendere l’eternità della poesia. E’ “il linguaggio dei bambini” ha dichiarato Gramellini nel 2002; forse “è viva e lotta con noi” ha aggiunto Raboni nel 2003. Ma lotta contro cosa? Contro la torrenziale produzione di versi che inevitabilmente comporta un abbassamento della qualità, una non-attenzione al dettaglio. Ma se da un lato, la massificazione mette in pericolo la sopravvivenza di quest’arte inizialmente elitaria, dall’altro è forse l’unico mezzo adatto a garantirne la persistenza. Quindi è inesatto dire che nessuno scrive più poesie, ma è corretto invece affermare che non si riesce più a distinguere il confine tra la moda di autoproclamarsi poeti e il vero talento di creare musica con le parole. Perchè se in passato la poesia si faceva portavoce di grandi ideali e grandi cause, sfruttando la sua funzione civilizzatrice e catartica al tempo stesso ed entrando in punta di piedi nel cuore e nella memoria di una determinata epoca, oggi è potenzialmente un mezzo messo a disposizione di tutti. Dal giovane sognatore innamorato che cerca un contatto, che descrive un odore, un’emozione inspiegabile, all’anziano, solo e sfiduciato, che il mondo non ascolta più. Chiunque può essere poeta se riusciamo ad abbandonare la ricerca disperata del grande campione di versi. In questa fase di transizione ricca di tentativi ed esercizi stilistici, non per forza bisogna parlare di crisi della poesia.

E in molti, in effetti, anche in tempi più recenti, sostengono che quest’ultima sia viva e in ottima salute, lo scrittore Paolo di Stefano, per esempio, che ha proposto su “La Lettura” una selezione di 9 poeti viventi rappresentativi della nostra epoca; Alberto Casadei, critico e docente di Letteratura italiana all’Università di Pisa, che ha parlato di una “ricostruzione di un pubblico competente”; Alessandro Trocino, giornalista del Corriere della Sera, che si è concentrato sul risvolto economico della questione, sottolineando come un poeta possa anche essere nel panorama culturale odierno, un generico qualcuno in grado di vendere e avere successo (citando come esempio Guido Catalano); Giovanna Rosadini, poetessa, che ha evidenziato come il dibattito sull’esistenza di questa preziosa arte non abbia fatto altro che renderla ancora più viva sui giornali e anche in rete; e tanti altri.

Insomma non mancano le teorie, le opinioni, perfino le sensazioni manifestate sulla questione, che risulta inevitabilmente ancora aperta e lontana da una conclusione universalmente riconosciuta come tale. Il denominatore comune, forse, tra tutti questi filoni di pensiero è che la poesia non si è arresa, è stata ferita in battaglia, ma non ha ancora abbandonato le trincee. E speriamo che, terminata la guerra, rimanga ancora nel ventaglio di possibilità che l’arte ci offre.

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