Per ben due volte è caduta acqua dal soffitto sui capolavori della Pinacoteca di Brera.

La fragilità dell’arte

Qualche giorno fa una cospicua quantità di acqua è filtrata dal soffitto nella sala dei Rubens della Pinacoteca di Brera, a Milano. L’evento, immortalato in un video condiviso nella rete, mostrava una vera e propria pioggia, come se una nuvola passeggera avesse fatto scrosciare un piccolo temporale.

Il fatto ha generato una lettera, scritta da un sindacalista, indirizzata al direttore del museo e al Ministero per i Beni e le Attività Culturali, nella quale in un certo senso lamentava l’assenza di manutenzione. La risposta del direttore, James Bradburne, non si è fatta attendere: si è trattato di un guasto all’impianto idrico, prontamente riparato, nessuna opera ha subito danni. Il ministero ha comunque inviato gli ispettori.

Storia della Pinacoteca di Brera

La Pinacoteca di Brera, all’interno dell’omonimo palazzo, ufficialmente è stata istituita nel 1809, anche se precedentemente si era costituita una raccolta di opere fin dalla fine del settecento, che erano state destinate alla formazione degli artisti, nell’accademia di Belle Arti voluta da Maria Teresa D’Austria. 

Nel 1805, quando Napoleone fondò il Regno Italico, nell’Italia settentrionale, e Milano ne divenne capitale, la raccolta fu trasformata in un museo, in cui confluirono le opere d’arte conquistate dalle armate francesi. La Pinacoteca dunque nasce come museo di stato, a differenza di altri musei che sono il frutto di collezioni private di famiglie nobili. In seguito il museo si arricchì delle opere provenienti dalla soppressione degli ordini religiosi. Questo ha indirizzato molto la tipologia di dipinti che si trovano al suo interno.

La fragilità dell’arte

Nel 2016 la Pinacoteca ha avuto più di 300.000 visitatori ed è stato il ventottesimo museo italiano più visitato. Per chiarire le proporzioni, sempre nello stesso anno il Foro Romano ha avuto 6 milioni di visitatori e gli Uffizi più di 2 milioni. 

Potremmo considerarla un ‘museo minore’ che tuttavia contribuisce alla custodia della nostra memoria, culturale e storica. Così come la memoria umana può essere intaccata dall’invecchiamento dei neuroni, allo stesso modo le opere d’arte possono subire l’effetto del tempo, o degli imprevisti. Acqua, fuoco, terremoti, attentati, guerre, ridefiniscono le nostre reliquie. La Pietà di Michelangelo fu vandalizzata da un folle (1972), San Giorgio in Velabro, riscostruita dopo un attentato (1993), i Budda di Bamiyan, perduti per sempre (2001), la città di Palmira distrutta (2015), Notre Dame bruciata (2019).

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La necessità di un colpevole

Sebbene le memorie culturali siano condivise dai popoli, l’atteggiamento di oggi è sempre quello di puntare il dito, cercare un colpevole o un capro espiatorio, accusare ancora prima di capire. Costringendo qualcuno alla difesa, come il direttore della Pinacoteca, perché in un mondo ‘social’ non puoi ignorare un dito puntato: schiere di seguaci forniti di dita moltiplicano l’indicazione fino a farla diventare una testata nucleare.

Non riusciamo più a vivere in un mondo dove possa prevalere la parola ‘insieme’. Insieme correggiamo gli eventuali errori. Perché l’errore è una caratteristica umana, ma nessuno si sofferma mai a pensare a come si sente chi sbaglia, o pensa di avere sbagliato. Come si potrà sentire colui che si rende conto di aver in qualche modo contribuito a bruciare Notre Dame, magari per una distrazione? Certo non vorrei essere nei suoi panni.

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La condanna prima del processo

Perché non sempre chi sbaglia è un delinquente, o un incapace, a volte chi sbaglia è una persona responsabile, che oltre al peso della propria coscienza, riceve anche il linciaggio della testata nucleare delle dita del mondo. Molto prima dell’intervento della legge. Perché è altrettanto giusto che chi sbaglia paghi, nella certezza del nesso di causalità.

Forse dovremmo essere tutti più accorti nell’utilizzo delle parole, le parole sono pietre, diceva Carlo Levi, dunque con esse si può lapidare.

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