La piaga del volontariato nella cultura: le conseguenze e i numeri

0
1185
volontariato cultura

Non solo il Touring Club Italiano con il progetto Aperti per Voi. In Italia l’uso alquanto esagerato del volontariato è diffuso in tutto il settore della cultura, fino a diventare una vera e propria piaga per tanti professionisti e laureati che operano in questo campo. Anche i numeri attestano questa situazione allarmante.

Il volontariato nel Touring Club Italiano

Dal 13 al 26 settembre 2021 il Touring Club ha spronato il pubblico, attraverso un SMS solidale al numero 45590, a donare fondi per sostenere il progetto Aperti per Voi. Questa iniziativa permette l’apertura di quei luoghi altrimenti chiusi per mancanza di personale specializzato. Per sopperire a questa lacuna, vengono assunti dei volontari, invece di personale qualificato che quindi andrebbe pagato per il servizio che offre. Dal 2005 il TCI ha incluso nel progetto 82 luoghi distribuiti su 33 città in 13 regioni, che hanno garantito un afflusso di 19 milioni di visitatori (oltre 1 milione di visitatori l’anno) servendosi di ben 2.200 volontari.

Con questi fondi si assumeranno altri volontari

Il Presidente del Touring Club, Franco Iseppi, ha dichiarato: “Investire nella cultura e nelle realtà del terzo settore come punti cardine per prenderci cura dell’Italia come bene comune e, quindi, per rilanciare anche il turismo sono parte della ricetta per risollevare il paese. La cultura da sempre rappresenta il primo ingrediente per le più importanti innovazioni capaci di disegnare un futuro migliore”. Il problema è che i fondi raccolti, oltre che per organizzare altre attività, saranno destinati alla formazione non di personale specializzato, bensì di nuovi volontari.

La campagna “Mi riconosci? Sono un professionista dei beni culturali”

Ormai da anni il settore della cultura è caratterizzato da forme di lavoro atipico, precario o coperto dalla maschera del volontariato, che arrivano a svalutare il lavoro stabile e regolare. In maniera particolare, il ricorso esagerato al volontariato per rimpiazzare il lavoro pagato è diventato nel mondo della cultura una vera e propria piaga. Nemmeno altri ambiti professionali se la passano bene. Per opporre un argine a questa tendenza, nel 2015 un gruppo di studenti e giovani professionisti hanno fondato la campagna Mi riconosci? Sono un professionista dei beni culturali.

La proposta di legge per regolamentare il volontariato nella cultura

Dopo una serie di incontri, nel 2018 hanno presentato alla sala stampa della Camera una proposta di legge per la regolamentazione del volontariato culturale. “Questo uso anomalo del volontariato”, aveva affermato Leonardo Bison, archeologo e attivista di Mi riconosci, “sembra quasi un espediente per abituarci all’idea del lavoro gratuito. Vige, purtroppo, il luogo comune che se si ama tanto una cosa, non sia necessario essere pagati per farla: è un concetto aberrante. Così, negli ultimi anni, è stata condotta una grande operazione legislativa per sdoganare questa cattiva prassi”.

Dove ha origine il problema del volontariato nella cultura

Bisogna tornare al 1993, quando l’allora ministro dei Beni culturali, Alberto Ronchey, varò una legge, tuttora in vigore, che permette al ministero di stipulare convenzioni con le organizzazioni di volontariato “per assicurare l’apertura quotidiana, con orari prolungati, di musei, biblioteche e archivi di Stato”. Da questo momento il volontariato emerge fino ad avere negli anni successivi la strada sempre più spianata. Lo dimostra il fatto che sei anni più tardi, con Giovanna Melandri, il ministero stabilì un protocollo d’intesa per definire un modello di convenzione per disciplinare la partecipazione dei volontari ad attività come l’ampliamento della gamma dei servizi culturali, la promozione delle mostre, lo sviluppo delle attività didattiche.

Il volontario come professionista della cultura

Nel 2014, il ministro Dario Franceschini, durante il summit europeo della cultura presso la Venaria Reale, auspicò l’impiego di giovani volontari in attività di tutela del patrimonio. Perciò, in poco più di un ventennio, il lavoratore volontario ha assunto sempre più i connotati di un vero e proprio professionista del settore, coprendo delle mansioni che andrebbero svolte con un bagaglio di conoscenze e competenze. Basterebbe dare un’occhiata alla Carta delle professioni museali redatta da ICOM.

Cosa produce in negativo il volontariato nella cultura

“E se andiamo a mettere in competizione il volontariato con il lavoro”, aveva continuato Bison, “otteniamo due effetti negativi: l’abbassamento degli stipendi e il deterioramento della qualità del lavoro. Il volontariato non può fare concorrenza al lavoro: deve tornare a essere una risorsa sociale come lo è sempre stata fino a poco tempo fa”. La legge quadro del 1991 definisce in maniera inequivocabile il volontariato come un’attività “prestata in modo personale, spontaneo e gratuito, tramite l’organizzazione di cui il volontario fa parte, senza fini di lucro anche indiretto ed esclusivamente per fini di solidarietà”.

Gli esempi di Expo 2015 e del Servizio Civile Nazionale

All’Expo 2015 furono coinvolti settemila volontari, che avrebbero dovuto svolgere funzioni d’accoglienza e orientamento lavorando per più di cinque ore al giorno in cambio d’un pasto quotidiano e del rimborso per le spese di trasferta. Per non parlare dei progetti di Servizio Civile Nazionale che coinvolgono una mole di volontari tra i 18 e i 29 anni provenienti da tutta Italia presso enti pubblici come musei, archivi e biblioteche. Come se nel nostro Paese ci fosse un assenza di personale specializzato disoccupato o appena laureato. In questo caso c’è almeno l’attenuante che l’operatore volontario percepisce una retribuzione mensile di 433,80 euro. Come aveva spiegato sempre Bison, “il ricorso scriteriato al volontariato è il principale problema che affligge il lavoro nei beni culturali”.

I numeri allarmanti del volontariato nella cultura

Il Rapporto annuale 2018 dell’Istat ha evidenziato che in Italia il 56,6% dei volontari prestava servizio in ambito culturale, e per ogni dipendente delle associazioni no profit erano presenti ben 67 volontari. Numeri da capogiro. Nel settore culturale, sportivo e creativo si concentra il 57,0 per cento del volontariato. Proprio nel settore delle attività artistiche e culturali, sportive e di socializzazione, il volontariato è maggiormente presente (quasi 220 mila istituzioni, 65 per cento del totale nazionale).

Il censimento delle istituzioni no-profit

Dando uno sguardo al censimento delle istituzioni non-profit, si osserva che sul totale di 5.528.760 volontari che hanno prestato servizio in Italia nel 2015, ben 3.128.701 afferiscono al settore cultura, sport e ricreazione. Si tratta del 56,6% sul totale dei volontari delle istituzioni no profit. I dipendenti delle associazioni culturali, sportive e ricreative (46.803 in tutto), invece, rappresentano solo il 5,9% del totale (che è di 788.126). Sono dati a dir poco allarmanti che dimostrano come nella cultura si faccia un uso troppo esteso del volontariato, al di sopra di ogni media. Se infatti a livello nazionale per ogni dipendente delle istituzioni no profit ci sono 7 volontari, il numero, come detto, sale a 67 volontari per 1 dipendente nell’ambito della cultura.

Il confronto con altri settori

Guardando altre realtà, nella sanità c’erano allora circa 4 volontari per ogni dipendente. Nell’istruzione il rapporto era quasi alla pari (124.879 dipendenti contro 161.028 volontari). Nello sviluppo economico il numero dei dipendenti era doppio rispetto a quello dei volontari. Nelle associazioni religiose era presente un dipendente ogni 25 volontari. Nelle associazioni sindacali i volontari erano 4 per ogni dipendente, e ancora, nella protezione civile 3 volontari per dipendente. Peggio della cultura se la passa solo il settore ambiente, con 90 volontari per dipendente.