Paul Wittgenstein moderno filosofo del linguaggio cento anni fa scriveva “I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”.

Le parole che noi usiamo per descrivere la realtà sono lo specchio di ciò che abbiamo dentro e che condividiamo con gli altri in una sorta di inconscio collettivo.

Usiamo dare un nome a tutto, lanciando categorie come incantesimi di un libro di fiabe, e poi vivendo la realtà che noi stessi abbiamo creato come unica realtà possibile, sia nel bene che nel male.

Più persone condividono un arbitrario concetto di normalità e più essa diventa reale.

Il problema però sorge quando a lungo andare si finisce per allargare a queste categorie anche un assoluto principio di giustizia: chi è dentro il mio cerchio va bene ed è normale, mentre chi è fuori è sbagliato e quindi da aggiustare o allontanare. Poco importa se così annulliamo la personalità individuale, la libertà di cambiare e spesso l’umanità, che pur ci accomuna tutti.

Ritenere di essere giusti solo perché si è parte della maggioranza delle persone al mondo, è di fatto una generalizzazione illogica. Pochi riflettono sul punto fondamentale e cioè che essere normali è puramente un concetto statistico.

Cosa succede quando si nasce o si diventa diversi dalla norma? Si perde forse il diritto di essere umani solo perché non si è più comuni? Diventiamo dis-abili in tutta la nostra capacità umanità?

Visto e considerato che la normalità è una strada irta di sterpaglie dalla quale, per un aspetto o per l’altro, è facile discostarci possiamo considerare l’essere non normali a tutti gli effetti una parte della vita che come tale può succedere più spesso di quanto pensiamo.

Chi non cammina è “dis”abile, estendendo il giudizio spesso a tutto il suo essere; chi è autistico ha subito un danno esterno; chi a scuola non ha i tempi di attenzione della maggioranza degli altri bambini è problematico, necessita di sostegno e deve essere curato; chi non parla va aiutato a parlare, come se questo fosse il solo modo corretto per comunicare; chi non ama secondo i canoni sociali va curato; chi non ama il mio Dio è un nemico; chi non è cresciuto assieme a noi va temuto e chi parla da solo è matto.

Io propongo di cambiare le parole per descriverci. Cominciando dalla cosiddetta disabilità, diamo il nome che meglio descrive questa condizione, senza pregiudizi, senza limitazioni, chiamiamola atipicità: neuroatipicità, atipicità motoria o relazionale. Smettiamo di dividere i fratelli in disabili e normodotati, riconsegniamo tutti i pezzi di umanità, abbiamo figli tipici e figli atipici, ognuno di essi ha caratteristiche comuni o non comuni per le quali ha bisogni specifici, siano essi educativi, ausili motori o medici.

E tu, in cosa sei atipico?

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