di Dejan Uberti TW @9Deki6

Honeybird and the birdies, ricordatevelo perché lo sentirete molto spesso. E’ il nome della band formata da Monique Mizrahi, detta “Honeybird”(cantante), Federico Camici, il “Walkietalkiebird” (basso), e infine Paola Mirabella, “P-birdie” (batteria, percussioni e cori), che ci concederà anche un’intervista coi fiocchi! Parlare di loro non è per nulla facile.

Infatti non sono la classica band borchie, pelle e aria di sfrontatezza che aleggia nei dintorni, sono invece un gruppo solare, aperto, simpatico e colorato. Ed è proprio questo il trucco che li sta portando al successo. Infatti spezzano i canoni musicali a cui ormai siamo abituati, trattando anche argomenti seri, e non soffermandosi solo all’ex, all’amico perduto, o all’indecisione tra Alejandro, Fernando e Roberto. Nel loro ultimo album “You should reproduce“, v’è anche una canzone interessante che potrebbe risolvere quei “Ti mando a… ” tanto sgarbati. Insomma, non voglio annoiarvi molto, quindi lascio la parola alla mitica P-Birdie. Vi invito anche a guardare il video di “East Village“, un’ estratto dal loro ultimo album.

Los Angeles, Catania e Torino. Tre città ben distanti, che non vi hanno però impedito di far nascere il vostro gruppo. Come è stato possibile? Fondamentalmente ci siamo ritrovati a Roma per motivi diversi: io da Catania andavo a Roma per studiare, Monique da Los Angeles ha deciso di venire a vivere in Italia e anche Federico per motivi legati alla famiglia. Quindi ci siamo incontrati 6 anni fa, prima io e Monique ad una festa dove lei suonava un brano. E’ stata una cosa cosi.. Abbiamo iniziato a suonare insieme e siamo qua. Il fato insomma, perchè io ero venuta a Roma per studiare musica, da quando ho conosciuto lei però, ho accantonato lo studio (stavo al conservatorio e mi sono dedicata a questo progetto al 100%) e ho continuato attraverso il live.

La vostra musica è tutt’altro che comune, proprio come uno degli strumenti che utilizzate: il charango. Quando è nata la passione per questo strumento? E perché la scelta di renderlo uno dei suoni più frequenti nelle vostre canzoni? Per la musica si, penso sia dovuto al fatto che venendo da tre posti diversi abbiamo background musicale diversi. In questo modo ognuno di noi porta la propria musica e diventa una cosa molto spesso inqualificabile spesso nemmeno noi riusciamo a categorizzarla. Il charango è uno strumento boliviano, una specie di mandolino che Monique a conosciuto in un suo viaggio e lo ha portato in questa nostra musica che diventa molto etnica, creando così anche questa diversificazione linguistica… c’è un po di tutto.

Nelle vostre apparizioni in pubblico, siete soliti adornare il palco con fiori e ghirlande colorate, trasmettendo così spensieratezza e divertimento tra la folla. Questi sono sentimenti molto frequenti nelle vostre canzoni (per fortuna). Quanto vi rispecchiano anche nella vita di tutti i giorni? Si è pieno di fiori, tanto che ci danno dei “freak”. Ci piace essere molto particolari e colorati, pensa che abbiamo quando partiamo in tour un baule pieno di fiori, controfiori, costumi particolari, colore da stendere sul viso. La cosa principale è la naturalezza e la spontaneità, come siamo sul palco siamo anche fuori, poi ora stanno accadendo tante cose. Noi siamo cosi. Come siamo nelle nostre case, e come parliamo tutti i giorni, e quello che si vede anche sul palco.

Lanciate dei bellissimi messaggi nel vostro ultimo disco, come ad esempio quello del riciclo dei rifiuti nella canzone “To The Earth’s Core”, e anche nel vostro “abbigliamento live”. Credete quindi che in questo modo si possano diffondere dei concetti importanti, alleggeriti però dal ritmo della musica? Forse in questo modo è più facile che arrivino direttamente “To The Human’s Heart”? Assolutamente si, perchè, ripeto, mettiamo nella nostra musica tutto quello che pensiamo noi quindi tutto quello in cui crediamo noi. E ci piace tantissimo dare dei messaggi. Per quanto riguarda poi il brano, che vuol dire “al centro della terra”, immaginiamo di prendere tutte le persone che se ne approfittano e le portiamo al centro della terra e li scompaiono. C’è anche un altro brano che è “Parejil” che è una canzone dove parliamo del genocidio.Ci sono dei temi anche un po’ forti, poi ci sono anche i testi più leggeri siete riusciti a mescolare l’importanza del concetto con la tranquillità che trasmette la vostra musica e questo è sicuramente un’accoppiata vincente.

Nella vostra carriera avete già avuto molte soddisfazioni. Avete già collaborato alle soundtrack di alcuni film, come con “Don’t trust the butcher” ne “La Passione”, e avete anche vinto alcuni premi, tra cui “Best Italia Wave Band 2011″. Altri progetti per il futuro? Si, con il tempo sono arrivate, e stanno arrivando, cose belle. Ad esempio Arezzo Wave nel 2011 dove ci eravamo iscritti come band emergente, che ci ha poi rinvitato nel 2012 e ora ci ha lanciati come band italiana all’ estero. Siamo tornati da poco dall’Olanda infatti, dove siamo andati a suonare all’ “Eurosonics” in cui c’erano solo 5 band italiane, e noi eravamo la band italiana per Arezzo Wave. E’ stato bellissimo toccare con mano com’è la muisca fuori dai confini nazionali, per la nostra musica abbiamo trovato tantissimo riscontro. Adesso vogliamo muoverci. Adesso ci diamo da fare.

Avete altri progetti in ballo? Per la band, adesso abbiamo tantissimi concerti, principalmente in Italia. A Febbraio un tour in Sicilia e Calabria, poi date in nord Europa e a Marzo a Bratislava e poi si vedrà. Al momento suonare suonare suonare.

 

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