giovedì, Luglio 18, 2024

La madre rifiuta di incontrarla e chiede silenzio. Ma diventa un caso.

In questi giorni un fatto di cronaca è stato ripreso da giornali e televisioni, suscitando un clamore probabilmente eccessivo, trattandosi di una situazione molto particolare e legata alla sfera personale della protagonista. Lei è Luisa Velluti, una bella signora ventinovenne, che, non essendo stata riconosciuta alla nascita dalla madre biologica, ha fatto un’istanza al tribunale dei Minori di Venezia per risalire alle sue generalità. In tali casi ( come previsto dalla Sentenza della Corte Costituzionale n.278/2013 e della Corte di Cassazione n. 1946/2017)  il Giudice provvede ad interpellare la donna in modo riservatissimo, attraverso un contatto diretto dei servizi sociali, che escluda, nella maniera più assoluta, il coinvolgimento di qualsiasi altra persona o familiare che sia. E ciò nell’ottica di  non violare la volontà di anonimato a suo tempo espressa (anche se in molti casi soltanto presunta ) dalla donna che partorì senza poter riconoscere la propria creatura che veniva affidata alle istituzioni, nella speranza che, tramite una regolare adozione, potesse trovare una famiglia  e, con essa, la cura e l’amore mancati. A questa donna la legge prevede che spetti l’ultima parola: acconsentire a ritirare l’anonimato, oppure confermare la propria volontà di non essere conosciuta. Nel caso di Luisa Velluti purtroppo la madre ha espresso volontà negativa.

In questi anni abbiamo assistito a emozionanti ricongiungimenti da parte di madri che per tutta la vita avevano atteso quel giorno, magari bloccate da sensi di colpa e di paura delle eventuali reazioni del figlio, che,invece, quando sono state cercate per desiderio di pacificazione e di ringraziamento rispetto al grande dono della vita, hanno potuto liberarsi di un fardello troppo pesante per qualsiasi donna. Abbiamo conosciuto madri alle quali avevano fatto credere che il figlio fosse morto alla nascita, magari per salvare l’onore della famiglia, o che erano state obbligate da una visione patriarcale e rigida a rinunciare alla propria maternità, avvenuta al di fuori del matrimonio, o, ancora, abbandonate dall’uomo che le aveva messe incinte, lasciandole sole e nell’impossibilità di crescere il proprio bambino. Ma ogni regola ha le sue eccezioni. In qualche caso, pochi per la verità, la madre biologica si è rifiutata di aderire alla richiesta di conoscenza del figlio, per vari motivi, tra cui, il più frequente, la paura che venisse alla luce una verità nascosta per decenni al marito, ai genitori, agli altri figli. In altri, come quello della madre di Luisa la realtà sembra essere ancora più dura: una violenza subita che si è desiderato dimenticare per sempre.In ciascuno di questi casi di diniego il Giudice chiude il fascicolo e dà all’interessato la spiacevole notizia che quell’incontro, tanto desiderato, non si potrà fare, e che la storia di vita che il figlio sperava di recuperare rimarrà per sempre nell’ombra, impedendo alla persona di costruire la sua piena identità.

Una condizione infelice e ingiusta legata, però, al sussistere della possibilità di partorire in anonimato, diritto ancora oggi riconosciuto dallo Stato italiano con un limite temporale a dir poco assurdo: cento anni

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Stando così le cose al figlio che ha avuto questo rifiuto non resta che accettarlo, elaborarlo e farsene una ragione, perché l’etica suggerisce che la propria libertà  finisce  dove inizia quella dell’altro. Ma l’umano desiderio di Luisa l’ha condotta a fare un appello alla madre nella trasmissione Chi l’ha visto, in seguito al quale le è arrivata una lettera molto dura, non firmata, dove la presunta madre le dice di non volerla vedere perchè frutto di una violenza.

Il Comitato nazionale per il diritto alle Origini, che da anni sostiene una legge volta appunto al riconoscimento del diritto alle origini, tuttora bloccata in Senato, in merito alla vicenda della sig. Velluti, ritiene che essa rappresenti un uso scorretto da parte dei media, rispetto alle nuove opportunità offerte dalle succitate Sentenze. “In esse, infatti – sottolinea la Presidente Anna Arecchia – risulta fondamentale l’accento messo sul diritto alla riservatezza, e l’assoluto rispetto della privacy della donna, e della sua volontà e, pertanto, consideriamo inopportuna e scorretta qualsiasi altra attività volta a richiedere tale consenso se esso è stato negato, in particolar modo poi se trattasi di attività pubblica, come quella del mezzo televisivo”.

Il rischio emotivo insito nella ricerca delle origini è evidente, e si suppone che chi abbia deciso di percorrere la strada del passato l’abbia accettato, consapevole della necessità del bilanciamento dei diritti delle due parti in causa. Se dal punto di vista umano certe reazioni sono comprensibili, non possono esserlo da quello etico. Rimane un sospetto sull’eccessiva pubblicità intorno a questo caso sporadico, che poteva rimanere silenzioso nonostante l’insistenza della figlia. Inoltre la lettera da questa ricevuta è anonima e  non può avere alcun valore reale né dovrebbe essere presa in considerazione, come è stato fatto, suscitando un dibattito connotato da reazioni spesso intensamente emotive e poco critiche, tanto che diventa lecito pensare a una chiara volontà di  mettere in risalto il  rischio della ricerca da parte dei detrattori della legge. Speriamo che su questa storia scenda il silenzio del rispetto, sia che la madre risulti l’autrice della lettera, sia che si tratti di uno scherzo di cattivo gusto,o, peggio, finalizzato politicamente. Quel silenzio che sarebbe stato opportuno fin dall’inizio di questa storia dolorosa. I nostri auguri vanno a Luisa, nella speranza che il tempo, a riflettori spenti, possa indurre sua madre a sentirsi tale, nonostante tutto.

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