La Lega non è un partito nazionale

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cattiva informazione

La notizia, come nel celeberrimo inciso dello storico caporedattore del New York Sun John B. Bogart (un cane che morde l’uomo non fa notizia, ma un uomo che morde un cane sì) non mi pare sia quella della possibile implosione della Lega – ma la sua tentata trasformazione in partito nazionale portata avanti da Salvini nell’ultimo biennio.

Una fusione a freddo

Più di un osservatore non scommise, al tempo, sulla fusione a freddo che sradicava la Lega dai suoi territori di origine per abbracciare il centro e soprattutto il sud dell’Italia, tradizionalmente considerati “nemici”.

C’è voluta tutta la faccia tosta di Salvini per rinnegare quello che sin dall’inizio è stata la caratteristica fondante del partito che fu di Bossi; addirittura gira ancor in Rete un filmato nel quale si lascia andare a beceri cori discriminatori:

https://video.repubblica.it/politica/quando-salvini-cantava-senti-che-puzza-arrivano-i-napoletani/291156/291766

I fatti risalgono al giugno 2009, quando  Salvini, all’epoca capogruppo della Lega Nord al Comune di Milano e deputato al Parlamento europeo, si trovava a Pontida alla Festa del Carroccio.

La legge Mancino

Tra l’altro, per questo fatto, nel gennaio di quest’anno è stata divulgata la notizia di una sua condanna al pagamento di 5.700 euro per aver violato la legge Mancino che punisce atti di discriminazione e razzisti.

Una pena solo apparentemente contenuta, se non fosse perché la stessa Lega solo pochi mesi prima aveva ottenuto una modifica al codice delle candidature che cancella l’impresentabilità per chi è condannato per questi reati. Altrimenti la carriera politica del futuro segretario sarebbe finita sul nascere.

Contenuto (diciamo così) l’incidente (chiamiamolo così), la stagione politica che succede a Berlusconi convince Salvini a fare il grande salto, trasformando il più forte partito lombardo-veneto in una rappresentanza nazionale.

Un partito nazionale

Elezioni anticipate: gli italiani pensano che vincerebbe la Lega.

La nuova identità ripropone imedesimi valori, ma allarga la potenziale base di appartenenza: basta con “Roma ladrona” e le allusioni alla presunta scarsa pulizia dei napoletani (sic). L’attenzione si sposta con maggior forza sui migranti e cerca di compattare così gli italiani di tutto il Paese attorno ad una identità comune.

Il successo che segue è però principalmente frutto dell’insipienza politica dei 5stelle, che, accettando l’accordo di governo, in un solo anno riescono a disperdere il loro ingente patrimonio di voti proprio in favore dell’alleato.

Dopo il ritorno della Lega all’opposizione – i sondaggi che la proiettano al vertice delle preferenze nazionali impongono a Salvini di mantenere la posizione di primo partito del centrodestra (ma io parlerei semplicemente di “destra”).

L’identità nazionale della Lega diviene quindi conditio sine qua non della sua stessa esistenza. Ma è qui che i nodi vengono al pettine.

Il nord chiede il conto

Non voglio entrare nel merito delle proposte politiche, e neppure nelle posizioni assunte dal suo leader (come quella di istigare a non portare la mascherina protettiva per il COVID, salvo fare marcia indietro ma solo per timore di perdere voti). Non è necessario: basta fare due conti.

Nonostante si sia presentata come partito nazionale, il 17% riscosso dalla Lega alle ultime elezioni politiche proviene infatti in larghissima misura dalle regioni del nord in cui è radicata. Quelle che oggi chiedono il conto rivendicando il loro peso nella richiesta di rappresentatività del partito. Se il governatore Zaia – per fare un nome – candidasse una sua lista, svuoterebbe i consensi alla “Lega per Salvini premier”.

È noto che le identità che si definiscono per differenza (e non su valori) sono per loro natura deboli, perché mutano al variare dello scenario; e che la discriminazione è il sentimento divisivo per eccellenza, perché – per citare il famosissimo sermone del pastore Martin Niemöller (superficialmente attribuito a Brecht) “Prima di tutto vennero a prendere gli zingari… Un giorno vennero a prendere me”.

L’ossimoro della Lega partito nazionale sta sempre più affermando la sua natura di bluff, ma: attenzione. Al tavolo da gioco anche un bluff, se giocato bene, può far vincere la mano allo spregiudicato giocatore.  

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Sono nato a Firenze nel 1968. Dai 19 ai 35 anni ho speso le mie giornate in officine, caserme, uffici, alberghi, comunità – lavorando dove e come potevo e continuando a studiare senza un piano, accumulando titoli di studio senza mai sperare che un giorno servissero a qualcosa: la maturità scientifica, poi una laurea in “Scienze Politiche”, un diploma di specializzazione come “Operatore per le marginalità sociali”, un master in “Counseling e Formazione”, uno in “Programmazione e valutazione delle politiche pubbliche”, un dottorato di ricerca in “Analisi dei conflitti nelle relazioni interpersonali e interculturali”. Dai 35 ai 52 mi sono convertito in educatore, progettista, docente universitario, sociologo, ma non ho dimenticato tutto quello che è successo prima. È questa la peculiarità della mia formazione: aver vissuto contemporaneamente l’esperienza del lavoro necessario e quella dello studio – due percorsi completamente diversi sul piano materiale ed emotivo, di cui cerco continuamente un punto di sintesi che faccia di me "Ein Anstàndiger Menschun", un uomo decente. Ho cominciato a leggere a due anni e mezzo, ma ho smesso dai sedici ai venticinque; ho gettato via un’enormità di tempo mentre scrivevo e pubblicavo comunque qualcosa sin dagli anni ‘80: alcuni racconti e poesie (primo classificato premio letterario nazionale Apollo d’oro, Destinazione in corso, Città di Eleusi), poi ho esordito nel romanzo con "Le stelle sul soffitto" (La Strada, 1997), a cui è seguito il primo noir "Sotto gli occhi" (segnalazione d’onore Premio Mario Conti Città di Firenze, La Strada, 1998); ho vinto i premi Città di Firenze e Amori in corso/Città di Terni per la sceneggiatura del cortometraggio "Un’altra vacanza" (EmmeFilm, 2002), e pubblicato il racconto "Solitario" nell’antologia dei finalisti del premio Orme Gialle (2002). Finalista anche nel 2014 al festival letterario Grado Giallo, sono presente nell’antologia 2016 del premio Radio1 Plot Machine con il racconto "Storia di pugni e di gelosia" (RAI-ERI). Per i tipi di Delos Digital ho scritto gli apocrifi "Sherlock Holmes e l’avventura dell’uomo che non era lui" (2016), "Sherlock Holmes e il mistero del codice del Bardo" (2017), "Sherlock Holmes e l’avventura del pranzo di nozze" (2019) e il saggio "Vita di Sherlock Holmes" (2017). Negli ultimi anni lavoro come sociologo nell’ambito della comunicazione e del welfare, (in particolare mi occupo di servizi socio-sanitari, disabilità e violenza di genere, di cui curo una collana di pubblicazioni), e svolgo attività di docenza e formazione in ambito universitario. Tra i miei ultimi saggi: "Modelli sociali e aspettative" (Aracne, 2012), "Undermedia" (Aracne, 2013), "Deprivazione Relativa e mass media" (Cahiers di Scienze Sociali, 2016), "Scenari della postmodernità: valori emergenti, nuove forme di interazione e nuovi media" (et. al., MIR, 2017), Identità, ruoli, società (YCP, 2017), "UniDiversità: i percorsi universitari degli studenti con svantaggio" (et. al., ANCI, 2018). Con "Linea Gotica" (Damster, 2019) ho vinto il primo premio per il romanzo inedito Garfagnana in giallo Barga noir. Il breve saggio "Resistere è fare la nostra parte" è stato pubblicato nel numero 59 della rivista monografica Prospektiva dal titolo “Oltre l’antifascismo” (2019). Dal 2015 curo il mio blog di analisi politica e sociale osservatorio7 (www.osservatorio7.com, oggi su www.periodicodaily.com). Tutto questo, tutto quello che ho fatto, l’ho fatto a modo mio, ma più con impeto che intelligenza: è qui che devo migliorare.