La fine del calvario

L’11 Novembre del 1918 l’impero tedesco e le potenze alleate, firmarono l’armistizio di Compiègne. Il trattato sottoscritto all’interno di un vagone ferroviario pose fine alle ostilità che hanno caratterizzato i primi anni del novecento.

Dopo 52 mesi, l’incubo della morte imminente abbandona gli uomini che sono stati chiamati alle armi. Le complicazioni diplomatiche che preoccupano i governi sembrano non sortire alcun effetto sugli uomini di trincea. Il congedo è imminente.

Parigi è in festa. La città che più di tutte ha udito il tuonare dei cannoni negli ultimi anni, si colora di soldati e uomini che baldamente sfilano verso Piazza della Concordia per rendere omaggio al monumento che ricorda la liberazione di Strasburgo dalla tirannia. Anche a New York, Times Square si riempie di uomini che nell’ardore della pace chiedono il rientro dei soldati dall’Europa. In Italia il re Vittorio Emanuele  rende omaggio a Dante, simbolo di unità della patria.

La guerra, durata quattro anni, ha provocato più di 14 milioni di morti, furono schierati più di 50 milioni di soldati e coinvolti 32 paesi.

Ma cosa è costato agli uomini che vi hanno partecipato?

Nel 1914, la guerra è stata accolta positivamente dai nazionalisti. Le aspettative di una guerra breve facilitarono l’arruolamento di giovani che vedevano nella guerra un giusto atto volto alla difesa della patria. Ma non solo. A presentarsi presso gli uffici di reclutamento ci andarono anche coloro che non si sentivano più parte della società.

Imbracciando il fucile per la prima volta, il coscritto si distacca dal contesto sociale di cui faceva parte. Il volontario si spoglia degli abiti che lo categorizzavano a livello sociale divenendo parte di un unico grande apparato bellico. Come suggerito da Roger Caillois, la guerra – al pari di una festa – è un’esperienza collettiva e in quanto tale elemento aggregante. L’individualità si sacrifica in favore di un bene superiore: la collettività.

Il contraccolpo psichico per i soldati fu devastante.

La guerra aveva il compito di distruggere il materialismo in favore di un ordine economico e sociale diverso, ma le cose andarono diversamente.

Coscritti e volontari si resero conto fin da subito che l’elemento che più caratterizzava la guerra era il tanto disprezzato materialismo. Le innovazioni tecnologiche dominavano di fatto le strategie militari.

Pian piano iniziarono a sgretolarsi tutte le convinzioni che un tempo dominavano la mente e il cuore dei soldati.

Il soldato eroe  non esiste; non si batte per la patria ma combatte per la vita. È una lotta continua contro il destino e l’artiglieria nemica.

L’elevato numero di nevrosi accusate dai soldati sono da imputare in buona parte al tradimento dei miti che accompagnavano l’immagine della guerra. La carica di ideali e le false promesse che accompagnarono il conflitto nel 1914 si dimostrarono del tutto infondate, segnando il definitivo passaggio del soldato da eroe fiero a vittima della tecnologia. Le turbe psichiche aumentavano nel momento in cui il veterano tornato a casa si rese conto di abitare nuovamente in un luogo fatto di posizioni e status.

Nel labirinto della guerra, fatto di trincee e fossi,  i soldati persero più che compagni e ideali,persero loro stessi.

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