La famiglia Ovitz, sopravvissuta ad Auschwitz

Ecco la storia della famiglia Ovitz, anche conosciuta come "i nani di Auschwitz"

0
616

La famiglia Ovitz, non era una famiglia ordinaria. Essa, era formata da soggetti estremamente uniti fra di loro. I fratelli Ovitz, tenevano sempre a mente le parole che la loro madre pronunciò sul letto di morte: “Restate insieme. Sempre”. E così fecero. Non si lasciarono mai. Neanche quando la vita li mise di fronte a una delle atrocità più enormi di sempre: l’esperienza nei campi di concentramento.

La famiglia Ovitz  venne deportata ad Auschwitz la sera del 19 maggio 1944 dal regime nazista. Quando un ufficiale delle SS li notò, andò immediatamente a chiamare il Dottor Mengele. Quest’ultimo, a sua volta, appena li vide esclamò: “Ho lavoro per i prossimi vent’anni!
Perché questa frase? Scopriamolo insieme.

La famiglia Ovitz, alias “I nani di Auschwitz”:

Addentriamoci adesso nel cuore del discorso: ciò che cadde subito all’occhio all’ufficiale delle SS e al Dottor Morte, fu l’aspetto dei componenti della famiglia Ovitz. Essi erano in tutto dieci, e sette di loro erano affetti da pseudoacondroplasia, ossia una forma di nanismo.
Lo scopo del Dottor Mengele, era quello di dimostrare la superiorità della razza ariana sopra qualsiasi altra etnia, categoria o minoranza. Perciò, dai suoi esperimenti non erano di certo esclusi soggetti portatori di malattie genetiche.

La famiglia Ovitz

All’epoca, egli aveva già eseguito numerosi test su gemelli, individui affetti da malformazioni, persone acondroplasiche e altre tipologie di “pazienti”. Quello però della famiglia Ovitz, appariva ai suoi occhi come un caso più unico che raro.

Sette persone consanguinee affette dalla stessa patologia. Inoltre, il medico voleva comprendere come fosse possibile che tre familiari fossero di dimensioni normali.
Ecco che allora, da quel 19 maggio del 1945, ha inizio il calvario della famiglia Ovitz. Un calvario durato ben sette mesi.


Witness: Auschwitz, la tragedia della Shoah raccontata con la realtà virtuale


Le origini della famiglia Ovitz

La famiglia Ovitz, come abbiamo detto, era formata da dieci membri. Shimson Eizik Ovitz, il padre famiglia, era affetto da acondroplasia. Egli si sposò due volte, entrambe con donne a loro volta acondroplasiche.
Dal primo matrimonio nacquero Rozika nel 1886, e Franzika, nel 1889.

La seconda moglie, gli donò ben otto figli: Avram nel 1903, affetto da nanismo, Freida nel 1905, affetta da nanismo, Sarah nel 1907, di altezza normale, Micki nel 1909, affetto da nanismo, Leah nel 1911, di altezza normale, Elizabeth nel 1914, affetta da nanismo, Arie nel 1917, di altezza normale e l’ultima, Piroska o “Perla” nel 1921, affetta da nanismo.  Quest’ultima, morì solo nel 2001, ed è perlopiù grazie a lei che ad oggi possediamo il racconto di questo pezzo di storia.

La famiglia Ovitz era di origini ebraiche e proveniva dalla Romania. In arte, erano la Lilliput Troupe. Già, in arte, poiché essi giravano l’Europa cantando, ballando e recitando. Il loro nome, come si può ben intendere, non era stato scelto a caso. Lilliput, è infatti il paese immaginario nel quale si racconta nel libro “I Viaggi di Gulliver” di Jonathan Swift. Nel villaggio di Lilliput, è abitato da animali e persone particolarmente piccoli. Proprio come i componenti della famiglia Ovitz.

La famiglia Ovitz spettacolo

Uno stralcio di pietà pagato a caro prezzo

Come abbiamo detto, gli Ovitz suscitarono fin da subito un certo interesse nei confronti del Dottor Mengele. Difatti, egli utilizzò queste persone per numerosi studi ed esperimenti.
Egli mise la famiglia Ovitz in condizioni piuttosto agiate, rispetto agli altri membri del campo. Essi possedevano uno spazio tutto loro, nel quale potevano restare insieme senza essere separati.
Già questo poteva considerarsi un grande privilegio, data la divisione forzata alla quale venivano sottoposti i prigionieri dei campi di concentramento.

Non è finita qui. Agli Ovitz era inoltre concesso d’indossare abiti ordinari, invece che le divise di Auschwitz.
Avevano un bagno riservato invece che le latrine comuni, vasini sottratti ai bambini assassinati per i loro piccoli.
D’altra parte però, il cibo che potevano consumare era comunque scarso e il loro spazio riservato era circoscritto in alcune baracche. Inoltre, essendo loro cavie da laboratorio del Dottor Morte, venivano costantemente sottoposti a esami ed esperimenti brutali e dolorosi.

Si parla di continui prelievi di sangue e midollo, raggi x, estrazioni di denti e capelli sani, sostanze tossiche iniettate nell’utero delle donne, getti d’acqua ghiacciata e poi bollente nelle orecchie. E infiniti altri tipi d’esperimenti.
A differenza di altri prigionieri del campo, a loro anche durante i test venivano concessi dei piccoli privilegi.

Ad esempio, nel momento in cui venivano sottoposti a eccessivi sforzi fisici o psicologici, o quando il dolore era particolarmente lancinante, potevano godere di alcuni minuti per riprendersi. Certo, potrebbe sembrare nulla, data la disumanità che veniva imposta loro. Ricordiamoci però che ciò non avveniva con gli altri deportati nei campi di sterminio, che, al contrario, spesso e volentieri andavano in contro alla morte in maniera lenta, brutale e dolorosa.

Come andò a finire?

La famiglia Ovitz, al contrario di molte altre, doveva essere mantenuta in vita. Non per pietà o presa di coscienza. Piuttosto, perché essa era ritenuta utile ai fini del regime nazista e, secondo Mengele, a scopo scientifico. Non possiamo dunque trovare alcun spiraglio di umanità nel loro trattamento. Il lato positivo fu che undici prigionieri di Auschwitz riuscirono a dimostrare legami di parentela con gli Ovitz, dunque riuscirono a mettersi in salvo dall’olocausto.

La famiglia Ovitz 2

Anche la famiglia Ovitz vi riuscì. Essi sopravvissero fino al 27 gennaio 1945, giorno nel quale vennero finalmente abbattuti i cancelli di Auschwitz, rivelando l’infinità di orrori e morte che essi racchiudevano.
Solamente uno dei fratelli, Arie, tentò nel 1944 dal campo, ma venne successivamente rintracciato e ucciso.
L’ultima degli Ovitz, Perla, come detto in precedenza, morì nel 2001.

“Non lo scorderò mai. Ogni fiamma sembrava un essere umano.” . Sono queste le parole con le quali Perla Ovitz ricorda i forni crematori. Un paragone che ci può intendere, quanto questo pezzo di storia sia stato profondamente disumano. E’ grazie alle parole dei sopravvissuti, che noi possiamo ricordare. E ricordiamoci che questo non è solo un dono, bensì un dovere.
Perché, come disse Primo Levi: “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”.

La famiglia Ovitz 3

Commenti