«È sorprendente che il legislatore italiano debba ricorrere ad un anglismo». Così l’Accademia della Crusca bacchetta il Parlamento italiano sull’uso di termini inglesi nella proposta di legge sulle attività di ristorazione svolte fra le mura domestiche. “Home restaurant” è la terminologia sotto accusa. Secondo la Crusca non vi è necessità di «ricorrere all’anglismo “home restaurant”, quasi che l’arte culinaria casalinga del nostro Paese abbia origini oltre Manica». La lingua italiana, secondo l’Accademia, dispone di un termine per designare ciò di cui si legifera, immediatamente comprensibile per tutti e che «riunisce semanticamente tutti gli elementi della definizione che il testo di legge fornisce dell’attività in questione: ristorante domestico».  

La Crusca si “appella” ora al Senato, dove la proposta di legge sbarcherà per la discussione e approvazione, affinché «valuti criticamente l’opportunità di introdurre nella legislazione un termine straniero che, oltre a non apportare alcuna chiarezza supplementare, pare in netto contrasto con gli obiettivi della normativa».

Non è la prima volta che la nota Accademia richiama il Parlamento sull’uso di inutili forestierismi nella stesura delle leggi, basti ricordare i termini “hot spot” (centro di identificazione), “voluntary disclousure” (collaborazione volontaria), “smart working” (lavoro agile), “stepchild adoption” (adozione del figlio del partner).

È indubbio che in Italia si faccia spesso uso di parole per lo più inglesi per far credere di conoscere una lingua straniera, così un compito diventa “mission”, una tappa “step”, un avversario “competitor”.

Al popolo italiano manca forse quel senso di identità collettivo che rende uno Stato saldo nella coscienza di cittadini e la conoscenza della proprio storia e della propria lingua.

Gli italiani non amano la lingua italiana? Proprio così, secondo i dati Ocse che disegnano un quadro allarmante: i giovani e gli adulti italiani sono all’ultimo posto in classifica nella comprensione di un testo in lingua madre.

Perché, invece, la politica sostituisce spesso le parole italiane con quelle inglesi? Forse per dare l’illusione di aver cambiato le cose?


Fernando Parrotto Rizzello 

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