La crisi della Fiorentina è un’occasione per parlare della nostra società

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Il calcio è un gioco di squadra dove vince chi fa un gol più dell’avversario – e non è detto sia chi ha giocato meglio o il più forte. Secondo alcuni (io tra loro), la sua versione migliore è quella che esalta il collettivo, ma negli anni ci siamo abituati a vedere come alcuni fuoriclasse riescano, da soli, ad alzare il livello.

Per provare a capire quali sono i meccanismi che governano il rendimento delle squadre, dobbiamo sempre tenere presente quelle che sono le due caratteristiche principali di questo sport: innanzi tutto il calcio è un gioco, e quindi divertimento – anche se muove miliardi di euro; e il suo obiettivo (come tutti quelli di squadra) è quello di esprimere qualcosa che vada oltre la somma dei singoli giocatori.

Una allegoria per la migliore organizzazione sociale a cui possiamo aspirare.

Grandi giocatori o forti collettivi?

Ovviamente la formula ideale è quella di avere grandi giocatori inseriti in un collettivo che li esalta; ma è anche la più difficile da ottenere, per ovvi motivi: la quasi totalità delle squadre privilegia l’uno o l’altro aspetto.

Le grandi società hanno rose incomparabilmente più costose (e potenzialmente più forti) delle più piccole, eppure a volte i risultati non rispecchiano questo divario, e il motivo risiede proprio nella capacità di esaltare il gruppo così da aumentare il rendimento dei singoli e compensare, almeno parzialmente, il gap.

I limiti di questa concezione del calcio sono esterni ad essi: solo se le squadre potessero contare sul medesimo monte ingaggi (così come i pugili si affrontano a parità di peso, i piloti corrono con mezzi della stessa cilindrata…) il fattore “collettivo” potrebbe essere pienamente espresso. Le squadre ai vertici del mondo sono infatti sempre le stesse, e sono quelle che possono contare su maggiori risorse.

(è tuttavia doveroso osservare che ai successi a livello di club corrispondono sovente fallimenti a livello nazionale, poiché in queste squadre giocano i migliori stranieri, chiudendo la strada alla crescita dei giovani: per raggiungere determinati obiettivi, se non ci sono vincoli di spesa, è infatti più semplice arruolare giocatori pronti piuttosto che farli maturare).

Fare gruppo

Solo poche, grandissime squadre, puntano sul tasso tecnico e sul collettivo, molte grandi sul tasso tecnico e tutte le piccole sul collettivo. L’espressione che si usa in questi casi è quella di “fare gruppo”, ma cosa significa? In psicologia sociale esiste una vastissima letteratura in merito: sinceramente sono stupito che negli staff a sostegno dell’allenatore non sia prevista una figura del genere.

Perché non è semplice gestire un gruppo, specie se è impegnato in una forma di lavoro che ha bisogno in modo particolaredi esprimersi attraverso il divertimento dei suoi interpreti, fermo restando che un buon clima lavorativo migliora la produttività in ogni settore. Ed è proprio questo il vero problema della Fiorentina, prima ancora che tecnico. Il clima che si respira nella società.

Fiorentina: l’inizio della crisi

I problemi della squadra viola partono da lontano: almeno dalla sfortunata stagione 2013/14, quando gli investimenti della proprietà (su tutti Rossi e Gomez) non rispecchiano in pieno le attese; dall’anno successivo, due evidenze parallele delineano il percorso della squadra: un progressivo indebolimento della rosa, e un sempre più marcato disimpegno della proprietà, non solo in termini di strategie e disponibilità economiche, ma anche di vicinanza.

Nel campionato 2017/18, la famiglia Della Valle consegna a Pioli una squadra tecnicamente debole, infarcita di prestiti, promesse mancate e scommesse. I protagonisti della gestione Montella – Bernardeschi, Kalinić, Borja Valero, Gonzalo Rodriguez e Vecino – vengono venduti, e, eccetto i due nuovi centrali Pezzella e il giovanissimo Milenkovic, nessuno dei nuovi arrivi è destinato a lasciare il segno.

In questo telaio fragile si inserisce la peggiore delle disgrazie: l’improvvisa morte del capitano David Astori. Il gruppo, anche per merito di Pioli, reagisce alla scossa nervosa, inanellando una striscia positiva di vittorie, poi le ultime giornate tolgono ogni dubbio sull’effettiva qualità della rosa, ma anche sulla tenuta mentale della squadra.

I rischi del post trauma

La società, però, non prende atto della situazione, e, con l’eccezione di Milan Badelj, riconferma in blocco il gruppo che si è forgiato attorno alla tragedia del capitano scomparso, esponendosi così a tre rischi prevedibili.

Innanzi tutto, il consolidarsi di rapporti estranei al piano puramente tecnico, e per questo difficilmente gestibili in caso di problemi sul campo; quindi, per gli stessi motivi, la difficoltà dei nuovi arrivati ad integrarsi. Ma soprattutto, il fatto che la tragica motivazione alla base della coesione del gruppo avrebbe inevitabilmente finito per ritorcersi contro quando i risultati sarebbero venuti a mancare, trasformando la rabbia in depressione.

La scelta più opportuna, dopo quello che i giocatori avevano vissuto, era quella di rifondare la squadra, onorando la memoria di Astori ma liberandola da quella triste eredità, così da evitare – come è poi accaduto – che la reazione nervosa e il senso di appartenenza divenissero una attenuante che avrebbe inconsciamente giustificato qualunque calo di rendimento.

I giocatori sarebbero stati liberi di rielaborare la loro esperienza in un luogo diverso, dove avrebbero potuto riprendere a giocare con maggiore serenità. Alcuni di loro sono rimasti schiacciati dal clima che si respirava nella squadra, e si sono ripresi solo dopo la cessione; altri non ne sono più usciti e ancora oggi stentano a ritrovarsi.

Il secondo errore della società

Dopo un anno, la risposta emotiva si era naturalmente esaurita, ma aveva consolidato una cappa di piombo che opprimeva una squadra che giocoforza si identificava in quello che aveva vissuto, e il rendimento ha cominciato a risentirne pesantemente. Tutto questo, naturalmente, favorito dal tasso tecnico complessivo non eccellente.

A quel punto la società ha commesso un altro errore, entrando in contraddizione con le scelte compiute e mettendo in discussione lo stesso Pioli nel corso del brutto inizio del girone di ritorno, spezzando così il fragile equilibrio della squadra e destabilizzando l’intero ambiente. Non solo il clima era pesante, ma improvvisamente veniva meno anche l’unico riferimento dei giocatori.

Pioli si dimette – e i motivi, è noto, sono più emotivi che tecnici – e la squadra sbanda; i giocatori perdono la persona che li aveva guidati nei giorni più bui e stenta a ritrovarsi. Montella, aldilà del suo temperamento e della sua idea di gioco, non viene accettato – così come non sarebbe stato accettato nessuno. La Fiorentina si salva all’ultima giornata, dopo un fallimentare score di cinque sconfitte ed un pareggio senza storia.

La mancata discontinuità

A quel punto la famiglia Della Valle decide che è il momento di lasciare: nonostante queste premesse, la nuova proprietà subentrata, come primo atto, anziché provare a ripulire l’ambiente, crea una continuità confermando l’allenatore e gran parte della rosa. Dei nuovi acquisti solo Caceres entra in pianta stabile tra i titolari: Frank Ribery, che continua ad essere un fuoriclasse nonostante le età, giocherà solo poche partite a causa di un grave infortunio.

Di quelli che già c’erano due anni prima, qualcuno non vede l’ora di ritrovare il suo vecchio allenatore Pioli che è stato per lui un sostegno nei giorni terribili della scomparsa di Astori, qualcun altro sono anni che spinge per andare a giocare in una società con altri obiettivi e ha detto pubblicamente che non intende rinnovare il contratto.

Poi ci sono le scorie di una confusa gestione che ha finito col penalizzare alcuni giovani che hanno finito per giocare poco e non fare esperienza, come i tre attaccanti e il secondo portiere, promosso titolare senza aver praticamente mai essere sceso in campo per tre anni.

Chi resta contaminato da questo malumore silente, chi teme di rimanere intrappolato nel grigiore della squadra. E infine c’è un allenatore che la squadra non ha accettato.

Una squadra senza appeal

La Fiorentina, nonostante il blasone, non è più la società appetibile di Prandelli e del primo Montella, dove accettano di di venire a giocare calciatori del calibro di Toni, Gilardino, Frey, Mutu, Rossi, Quadrado, Aquilani, Pizarro. Altre squadre hanno fatto progressi importanti, come Atalanta e Sassuolo; il mercato estero attira grazie a stipendi faraonici, e diventa difficile persino trattenere chi è sotto contratto.

L’unica speranza per un cambio di rotta è quella di gettare le basi per un progetto importante, con una programmazione a lungo termine che coinvolga il comparto tecnico ma anche quello dirigenziale. Affidarsi innanzi tutto ad un allenatore e ad un management esperto che facciano da garanti nel mondo del calcio, di cui Commisso non è esperto.

Invece il presidente, dopo aver confermato Montella, allarmato dai cattivi risultati della squadra, dopo poche giornate lo sostituisce con Iachini, confermando (soprattutto ai suoi calciatori) che la società non riesce a fare programmi a lungo termine. Poi, dopo la fine di un altro campionato stentato, lo riconferma (seppure nel difficile clima creato dal covid).

Il dilemma di Iachini

Iachini si trova a dover gestire un gruppo demotivato, e che deve farlo sapendo benissimo che non gli sarà perdonato nessun errore, vale a dire che deve raccogliere punti, e da subito, altrimenti la sua panchina sarebbe stata messa in discussione. Una battaglia persa in partenza.

Di una cosa sono sicuro: lui, come gli altri allenatori che si sono succeduti alla guida della squadra, senz’altro capiscono di calcio più di tutti i tifosi. E che, non potendo vedere gli allenamenti, e neppure respirare l’atmosfera dello spogliatoio, troppi elementi di valutazione sono sottratti al giudizio del pubblico.

Però non posso sapere se, oltre alla loro competenza in ambito sportivo, ne abbiano altrettanta relativamente alla gestione delle dinamiche di gruppo, come detto oggetto di studio ma soprattutto di applicazione pratica di diverse discipline, tra cui quella della psicologia sociale.

Come tutte le abilità, oltre all’istinto e all’esperienza, è fondamentale lo studio: in questo senso, aver giocato a calcio anche ad alti livelli, non è necessariamente sinonimo di garanzia.

La scommessa di Prandelli

Iachini ci ha provato; ed ha dimostrato che, se la squadra non gira, la colpa non è (soltanto) sua: negli ultimi tre anni si sono seduti sulla panchina viola Pioli – attualmente capolista con il Milan, peraltro – Montella, Iachini e infine Prandelli, subentratogli dopo due mesi di campionato, e, al momento, nessuno è riuscito a risollevare la squadra dallo smarrimento in cui si trova.

La qualità della rosa, a detta di tutti, è superiore al suo rendimento. Quello che non funziona è il clima in cui lavora, e di conseguenza la coesione del gruppo: due elementi fondamentali per permettere al collettivo di esprimersi.

È questa la sfida che Prandelli, credo con piena consapevolezza, ha deciso di affrontare: ricostruire una identità di squadra che restituisca ai giocatori voglia di giocare divertendosi e una prospettiva di crescita nel tempo, e con essa un sentimento di appartenenza.

Significa privilegiare il lavoro sul piano emotivo rispetto a quello tattico; lavorare sulle motivazioni (che non c’entrano niente con i lauti stipendi) che trasformano la pesantezza dell’impegno in uno stimolo positivo. Significa ricreare un clima nel quale ognuno di loro, dal più forte all’ultima riserva, possono sentirsi accolti e valorizzati per il loro contributo.

Solo così il meccanismo può funzionare: non attraverso sanzioni, minacce, assunzioni forzate di responsabilità, ma recuperando quella spontaneità che rende il gioco qualcosa nel quale profondersi con tutto se stessi, allentando la distinzione tra noi e gli altri, trovando gioia non solo nel fare goal, ma nel vincere tutti assieme.

Una allegoria che richiama la migliore organizzazione sociale a cui possiamo aspirare, dove il senso di appartenenza è conseguenza dell’essere soggetto di diritto, il rispetto delle regole, del riconoscimento di una cultura condivisa, e la solidarietà nient’altro che la consapevolezza che la piena libertà si realizza solo attraverso unarelazione positiva con gli altri.

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Sono nato a Firenze nel 1968. Dai 19 ai 35 anni ho speso le mie giornate in officine, caserme, uffici, alberghi, comunità – lavorando dove e come potevo e continuando a studiare senza un piano, accumulando titoli di studio senza mai sperare che un giorno servissero a qualcosa: la maturità scientifica, poi una laurea in “Scienze Politiche”, un diploma di specializzazione come “Operatore per le marginalità sociali”, un master in “Counseling e Formazione”, uno in “Programmazione e valutazione delle politiche pubbliche”, un dottorato di ricerca in “Analisi dei conflitti nelle relazioni interpersonali e interculturali”. Dai 35 ai 52 mi sono convertito in educatore, progettista, docente universitario, sociologo, ma non ho dimenticato tutto quello che è successo prima. È questa la peculiarità della mia formazione: aver vissuto contemporaneamente l’esperienza del lavoro necessario e quella dello studio – due percorsi completamente diversi sul piano materiale ed emotivo, di cui cerco continuamente un punto di sintesi che faccia di me "Ein Anstàndiger Menschun", un uomo decente. Ho cominciato a leggere a due anni e mezzo, ma ho smesso dai sedici ai venticinque; ho gettato via un’enormità di tempo mentre scrivevo e pubblicavo comunque qualcosa sin dagli anni ‘80: alcuni racconti e poesie (primo classificato premio letterario nazionale Apollo d’oro, Destinazione in corso, Città di Eleusi), poi ho esordito nel romanzo con "Le stelle sul soffitto" (La Strada, 1997), a cui è seguito il primo noir "Sotto gli occhi" (segnalazione d’onore Premio Mario Conti Città di Firenze, La Strada, 1998); ho vinto i premi Città di Firenze e Amori in corso/Città di Terni per la sceneggiatura del cortometraggio "Un’altra vacanza" (EmmeFilm, 2002), e pubblicato il racconto "Solitario" nell’antologia dei finalisti del premio Orme Gialle (2002). Finalista anche nel 2014 al festival letterario Grado Giallo, sono presente nell’antologia 2016 del premio Radio1 Plot Machine con il racconto "Storia di pugni e di gelosia" (RAI-ERI). Per i tipi di Delos Digital ho scritto gli apocrifi "Sherlock Holmes e l’avventura dell’uomo che non era lui" (2016), "Sherlock Holmes e il mistero del codice del Bardo" (2017), "Sherlock Holmes e l’avventura del pranzo di nozze" (2019) e il saggio "Vita di Sherlock Holmes" (2017). Negli ultimi anni lavoro come sociologo nell’ambito della comunicazione e del welfare, (in particolare mi occupo di servizi socio-sanitari, disabilità e violenza di genere, di cui curo una collana di pubblicazioni), e svolgo attività di docenza e formazione in ambito universitario. Tra i miei ultimi saggi: "Modelli sociali e aspettative" (Aracne, 2012), "Undermedia" (Aracne, 2013), "Deprivazione Relativa e mass media" (Cahiers di Scienze Sociali, 2016), "Scenari della postmodernità: valori emergenti, nuove forme di interazione e nuovi media" (et. al., MIR, 2017), Identità, ruoli, società (YCP, 2017), "UniDiversità: i percorsi universitari degli studenti con svantaggio" (et. al., ANCI, 2018). Con "Linea Gotica" (Damster, 2019) ho vinto il primo premio per il romanzo inedito Garfagnana in giallo Barga noir. Il breve saggio "Resistere è fare la nostra parte" è stato pubblicato nel numero 59 della rivista monografica Prospektiva dal titolo “Oltre l’antifascismo” (2019). Dal 2015 curo il mio blog di analisi politica e sociale osservatorio7 (www.osservatorio7.com, oggi su www.periodicodaily.com). Tutto questo, tutto quello che ho fatto, l’ho fatto a modo mio, ma più con impeto che intelligenza: è qui che devo migliorare.