La Cina reinveste in Africa per il prossimo triennio

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L’Africa è sempre più cinese? Da ciò che esce dall’ultima FOCAC (Forum on China- Africa cooperation / Tavola di cooperazione Africa-Cina) sembrerebbe di sì. L’incontro tenutosi nella grande Sala del Popolo (e trasmesso in diretta televisiva) di Pechino, ha visto ospiti del governo cinese più di cinquanta rappresentanti provenienti da tutti i paesi africani (tranne lo Swaziland che mantiene rapporti economici con Taiwan).

Il presidente cinese Xi Jinping ha annunciato il nuovo investimento per i prossimi tre anni di 60 miliardi di dollari (stessa cifra investita dal paese asiatico in Africa negli ultimi tre anni. Questa cifra utilizzata dal 2015 ha portato la Cina al centro di forti polemiche poichè i progetti di investimento avrebbero avuto forti oneri economici per i paesi africani, facendo aumentare l’indebitamento. Esempio il Gibuti che ha visto il proprio debito pubblico aumentare dal 50 all’85%) che coinvolgeranno in vario modo molte aree del continente africano. La Cina si conferma così il primo alleato economico del continente, creando preoccupazione negli USA e all’Europa (che però vedono sempre più l’Africa come luogo di instabilità politica e di partenza di immigrati irregolari).

Il presidente Jinping ha anche spiegato come saranno composti i 60 miliardi di dollari investiti. Quindici miliardi saranno impiegato in aiuti e prestiti a interessi zero, venti in linee di credito, dieci in un fondo specifico per lo sviluppo, cinque per l’importazione di prodotti dall’Africa e altri dieci in progetti privati delle imprese cinesi.

La presenza cinese in territorio africano non è un fenomeno nuovo, anche se negli ultimi anni la presenza e gli investimenti sono aumentati per raggiungere il più velocemente possibile l’obiettivo del governo cinese di Jinping, la ricostruzione della Via della Seta con lo slogan One Belt One Road, progetto che mira al rilancio del ruolo economico e il commercio ferroviario, stradale e marittimo della Cina in Africa ed Europa. La strategia non è esente da polemiche, mettendo la Cina al centro di accuse di neocolonialismo e sfruttamento del lavoro minorile.

A sua discolpa Jinping tenta di rendere gli intenti della Repubblica Popolare Cinese più vicini ai bisogni degli abitanti dei due territori, dichiarando di voler evitare la costruzioni di cattedrali nel deserto, optando invece per progetti che possano creare benefici tangibili per tutti i popoli. La verità che però non si può nascondere è che la Cina, uno dei paesi più popolosi del mondo, ha bisogno di nuovi territori dove inviare parte dei propri abitanti e nuove opportunità di lavoro per le proprie aziende.

L’Europa e gli Stati Uniti rimangono intanto a guardare, sempre più impauriti di essere invase dai giovani provenienti dall’Africa, proprio quei giovani che dovrebbero essere coinvolti (ma evidentemente non lo sono sufficientemente) nelle costruzioni delle infrastrutture cinesi nel territorio africano e che invece vedono il proprio futuro in altri continenti.

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