La Cina dimostra aperto sostegno ad un rogue state

0
512
Siria

La recente visita del ministro degli esteri cinese, Wang Li, al Presidente Bashar Al-Assad e al ministro degli esteri del paese, Walid al-Mouallen, è stata una mossa per ribadire il proprio sostegno politico ed economico al regime siriano in contrapposizione all’Occidente a guida americana.

Cosa ha proposto Wang Li a presidente siriano?

Il ministro degli esteri cinese ha proposto quattro punti su cui ragionare per risolvere il conflitto, in corso da dieci anni. La Cina vuole esportare il principio dell’unica Cina anche in Siria e candidarsi come alleato del ventennale presidente Bashar al-Assad. Soprattutto, in funzione anti americana. Difatti, gli Stati Uniti hanno indicato la Siria come rouge state (stato canaglia) sin dal 1979. Poiché, il paese è considerato come uno stato che mette in pericolo la sicurezza internazionale statunitense o dei suoi alleati. Principalmente per la sua attività di finanziamento del terrorismo palestinese. Inoltre, la Siria è ritenuta dalla comunità internazionale uno Stato Paria. Ossia, uno Stato che non rispetta le regole internazionali o che si rifiuta di cooperare con la comunità internazionale. Coloro che non cooperano incorrono, quindi, in delle sanzioni. Tale classificazione è dovuta alla durezza del proprio governo autocratico, il quale mette spesso in pericolo le sorti della propria stessa popolazione.


Siria: cosa spinge gli Stati Uniti a proseguire la guerra?


La proposta di Wang Li

La proposta di Wang Li verte sull’attuare il modello “leadership della Siria e accessori della Siria” stabilito dal Consiglio di sicurezza dell’Onu. Per la Cina gli stati facenti parti delle Nazioni Unite dovrebbero fare ulteriori sforzi per risolvere il problema. Mentre, il Dragone si candida come investitore, con la propria nuova via della Seta, nella ricostruzione di un paese ancora in guerra e pieno di rovine.

Il primo punto cinese

Innanzitutto il ministro degli esteri, Wang Li ha proposto che si deve rispettare la sovranità nazionale e l’integrità territoriale siriana. E il rispetto internazionale della scelta del popolo siriano per la conferma del presidente. Ma, nel 2011, anno in cui iniziò il conflitto, lo stesso popolo siriano era sceso un campo per chiedere le riforme democratiche al suo Presidente. Dieci anni fa, le proteste in Siria erano sorte sull’onda lunga della visita di Obama in Medio Oriente. Da quella visita, infatti, iniziarono le primavere arabe, le quali si trasformano in grandi manifestazioni di massa che portarono ai cambi dei regimi decennali in diversi paesi. Questo, però, non accadde in Siria, le proteste vennero, infatti, represse dal governo siriano. Così, la voglia di democrazia di un popolo si trasformò in guerra civile. Perciò, milioni di siriani scapparono e scappano nei paesi limitrofi per mettersi in salvo.

Il secondo punto cinese

Per il ministro degli esteri cinese, il benessere della popolazione siriana deve essere una priorità e il processo di ripresa deve essere accelerato. Per far ciò, la Cina ritiene che sia fondamentale il ritiro di tutte le sanzioni internazionali e il blocco economico che perdura da decenni nella repubblica araba. Ma, anche senza blocco economico ricostruire una nazione dilaniata dalla guerra sarà molto difficile. Anche perché mancherebbe la manodopera per ricostruire la Siria. Ad oggi, secondo le stime di Medici Senza Frontiere gli sfollati siriani all’interno della Siria o fuori dai confini sono sono all’incirca dodici milioni di persone.


Cina in Siria: l’eterno dilemma della ricostruzione


Il terzo punto cinese

La lotta al terrorismo è prioritaria per Pechino come per Damasco. Secondo la Cina, tutte le parti elencate come terroristiche devono essere soppresse e abbandonare anche i doppi standard interpretativi. Perciò, Wang Li aumenterà gli sforzi per la cooperazione globale contro il terrorismo. Però, la stessa Cina opera per propria interpretazione. Infatti, la classificazione cinese del terrorismo comprende anche gli uiguri i quali, attualmente, sono costretti a vivere in moderni campi di concentramento ed essere soggetti all’egemonia Han cinese.

Il quarto punto cinese

L’ultimo punto portato da Wang Li è quello di trovare una politica globale e conciliante al problema siriano. La soluzione sarebbe quella di avviare il dialogo e la consultazione politica tra le minoranze in Siria. Ma non come avviene in Cina, per esempio nei confronti di Hong Kong dove le proteste democratiche e pacifiche per l’autonomia sono poi state represse da Pechino. Perciò, la Cina non sembra l’esempio ideale di dialogo conciliante tra le sue minoranze. Anche perché ci sarà sempre un’unica e sola Cina e se le minoranze vorranno rivendicare una qualche forma di autonomia sarà impossibile o quasi ottenerla.


Mercenari russi al fianco di Assad


I veri motivi della visita di Wang Li

La prima visita di un diplomatico estero cinese al neo eletto presidente, nello stesso giorno in cui presta giuramento, è significativa soprattutto dal punto di vista simbolico. Ed anche per le future relazioni internazionali tra i due paesi, principalmente in funzione anti americana. Inoltre, per confermare l’intesa tra i due regimi, Bashar al-Assad ha garantito il pieno appoggio siriano sulle questioni dei diritti umani nello Xinjiang, e l’autonomia di Hong Kong e Taiwan. Tutte questioni per cui l’Occidente atlantista guarda alla Cina con preoccupazione. Dal canto suo, la Cina non è più disposta a stare a guardare il gioco degli Stati Uniti nel Medio Oriente e nei cosiddetti rogue state, in virtù della propria forza economica e il mutamento del contesto internazionale post Trump.