Oggi ricorre un anniversario molto importante per gli egiziani, la fine dell’era Mubarak.

Era l’11 febbraio 2011 e il rais Mubark aveva rassegnato le dimissioni da quarto presidente della repubblica egiziana. Le sue dimissioni erano state chieste a gran voce dai manifestanti di piazza Tahrir. Come si è giunti a questo punto? Come ha fatto Mubark a detenere le sorti del Paese per quasi trant’anni? .

Per capirlo, bisogna ripercorrere un po’ la storia di colui che molti giornali hanno soprannominato “l’ultimo farone”. L’ex rais intraprese una brillante carriera nell’areonautica egiziana. Si distinse per il coraggio mostrato nella guerra del Kippur nel 1973, tanto che fu nominato maresciallo dell’aria. Molto importante è il 1978, perchè a Mubarak vengono affidate le redini del Partito Nazionale Democratico (N.P.D.), dopo essere stato nominato vice-presidente dell’Egitto tre anni prima.

La svolta politica per il destino del futuro faraone arrivò nel 1981 con la sua nomina a capo dello stato, quando il presidente della repubblica Anwar al-Sadat rimase vittima di un attentato che la “Jihad Islamica egiziana”, ramo della fratellanza musulmana, aveva compiuto ai suoi danni.

Dopo l’assassinio di Sadat, sotto la presidenza di Mubarak, nel Paese entrò in vigore la legge marziale, o altrimenti detta “legge d’emergenza”, che consentiva al governo di controllare i media e arrestare gli oppositori politici.

Nei primi anni ’90 il consenso nei confronti di Mubarak cominciò a declinare, sia per la forte crisi economica, sia per la mancanza di riforme politiche.

La situazione economica ebbe un certo miglioramento nei primi anni duemila, ma a fare da contraltare a questo ritrovato benessere economico, fu l’alto livello di inoccupati. Forse proprio la forte disoccupazione insieme ad altri fattori, ha condotto alle proteste del 2011 e quindi alle dimissioni di Mubark.

L’anno successivo alle proteste di maidan at-tahrir (piazza tahrir), l’ex rais e il suo ministro degli interni furono condannati all’ergastolo dalla magistratura, con l’accusa di non aver impedito la morte dei manifestanti. Due anni dopo, La corte di cassazione però annullò la sentenza e decretò che il processo era da rifare. Nel 2017 la corte di cassazione assolse completamente Mubarak dalle accuse riguardo ai fatti accaduti durante i giorni delle proteste.

Per fare un passo indietro, nel 2012 si svolsero le elezioni per eleggere il nuovo presidente dell’Egitto, a vincerle fu Muhammad Morsi, candidato dei Fratelli musulmani. Questo è un evento significativo, poichè era il primo presidente democraticamente eletto, non proveniente dalle fila dell’esercito.

Questa breve parentesi democratica durerà appena un anno, poichè la crisi economica e il turismo che stentava a ripartire, innescarono nuove proteste e i manifestanti tornarono a farsi sentire a piazza tahrir, ormai divenuta simbolo della rivoluzione.

Le prime avvisaglie di un nuova rivoluzione, già si erano viste a novembre del 2012, quando Morsi aveva deciso che i decreti del presidente della repubblica erano inappellabili. Qualche mese più tardi nacque il movimento d’opposizione al presidete Morsi, meglio noto come “Tamarrud” (Ribellione in arabo). L’escalation delle proteste arrivò al culmine il 3 luglio 2013, quando i manifestanti iniziarono a invocare l’intervento dell’esercito, che dopo un ultimatum lanciato e rifiutato dal governo per trovare un accordo con l’opposizione, decise di muovere i carri armati verso il Cairo.

Il nuovo intervento dell’esercito sulla scena politica, probabilmente è avvenuto, non solo per ripristinare l’ordine, ma secondo alcuni, anche per la crisi economica imperante nel Paese che aveva colpito anche gli interessi economici dei militari stessi; secondo alcune statistiche, i settori economici controllati dall’esercito, formavano il 20- 25% del pil nazionale.

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