La Brexit ridimensiona la “speciale relazione” tra USA e UK

Il grande entusiasmo manifestato dagli Stati Uniti all’uscita della Gran Bretagna dalla Comunità Europea potrebbe esaurirsi in un nulla di fatto

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Secondo i sondaggi, gli Americani considerano da sempre l’ex Madrepatria come il loro più vicino alleato, status riconosciuto al Regno Unito dopo secoli di storia comune e strette collaborazioni politiche ed economiche.

Pertanto, non c’è da meravigliarsi per le altissime aspettative scaturite dal tanto celebrato “nuovo inizio” e per la gioia con la quale il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, abbia accolto la notizia dell’uscita dell’Isola dalla Comunità Europea, già all’indomani del voto referendario.

Soprattutto, Trump aveva voluto vedere nella Brexit la condivisa avversione della Gran Bretagna per il “multilateralismo” tanto caro alla vecchia Europa.

Tuttavia il post Brexit, per il quale si auspicavano speciali e rinnovate relazioni tra USA e UK, sembra avere un inizio infausto e non rappresentare, dopotutto, l’alba di quel “grande giorno” tanto acclamato.

La prima a esserne intaccata è proprio la “speciale relazione” tra i due leader di spicco, da sempre legati da un certo feeling. La festa sembra essersi guastata subito dopo l’annuncio da parte del Primo Ministro britannico, Boris Johnson, di aver siglato un accordo con Huawei – azienda che Trump non ha mai fatto segreto di detestare – che riconosce al colosso di Shenzhen un ruolo nella costruzione del network 5G inglese, in barba alle veementi obiezioni di Washington.

Come ha riportato il Financial Times Trump se n’è personalmente lamentato in occasione di una telefonata intercorsa con l’attuale inquilino di Downing Street, che pure aveva caldamente consigliato per il posto lasciato vacante da Theresa May.

Il Segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha espresso molto chiaramente che la scelta di un partner come Huawei avrebbe significato rifiutare inequivocabilmente l’America e mettere a serio rischio lo scambio d’informazioni tra le intelligence dei due Paesi, aspetto fino a ora cruciale della speciale relazione di cui si è fatta menzione. 
Pompeo, in una recente apparizione televisiva, è tornato a ribadire – seppure con toni più misurati – che la controparte inglese non si sia ancora resa conto dell’errore commesso nell’inviare e rendere disponibili i propri dati sensibili alla Huawei, marchiata da Washington con la “Scarlet letter” considerandola da sempre estensione del Partito Comunista Cinese e pertanto “principale minaccia dei giorni nostri”, come ha concluso il Segretario.

Da parte sua, la Gran Bretagna si dimostra meno ansiosa di attaccar briga con la Cina, e i funzionari inglesi insistono sul fatto che il ruolo di Huawei sarà limitato e che la scelta sia giustificata dalla mancanza di alternative.

Peter Westmacottex ambasciatore inglese a Washington, minimizza la situazione paragonando tali tensioni a quelle occorse nel periodo Reagan-Thatcher e assicurando che queste piccole incomprensioni – a partire dalla decisione della Gran Bretagna nel 2015 di aderire alla Asian Infrastructure Investment Bank, ad esempio – sono forse in grado di generare forti emozioni e scalpore dell’opinione pubblica ma che in realtà sfumano come un fuoco di paglia senza lasciare conseguenze incisive sulle relazioni diplomatiche, esaurendosi in un laconico comunicato.

Da tre anni a questa parte per Westmacott il Leitmotiv è questo: “Ci siamo, una piccola lite con Trump – che c’è di nuovo?”.

Ma il Regno Unito sembra fornire altre occasioni a Washington per storcere il naso, com’è avvenuto, ad esempio, con la programmata tassa londinese sui servizi digitali contro cui Trump ha promesso rapide ripercussioni, pregiudicando gli stessi accordi commerciali.

Quanto a tali accordi, sicuramente è lecito pensare che all’amministrazione Trump non sarà garantito lo spazio di manovra che il leader della Casa Bianca si aspetta, a partire dalle concessioni sugli standard degli alimenti: ciò significherebbe esclusivamente una cosa, ossia aggiungere ulteriori tensioni e nuove barriere nei confronti dell’Unione Europa verso la quale il Regno Unito invia il 45% delle proprie esportazioni.

Il cuore direbbe America”, scrive Peter Foster, inviato per l’Europa del Telegraph. “La testa, numeri alla mano, dice l’opposto”.

Ma il discorso si può spingere ben oltre le relazioni commerciali. Sui temi di maggior rilevanza politica a livello internazionale – come clima e politica estera (in primis l’Iran) per non menzionare nuovamente il caso Huawei – la Gran Bretagna sembra adottare un’ottica più vicina a quella di Francia e Germania che non agli Stati Uniti.

A incrinare ulteriormente i rapporti con la direzione di Londra è l’attuale ricerca degli Stati Uniti tesa ad individuare nel panorama asiatico un alleato affidabile che gli consenta di contrapporre la propria azione alla Cina: e la scelta potrebbe ricadere proprio sull’India.

L’India potrebbe diventare l’America dell’Asia nel 21° secolo, cosa che era L’Inghilterra per l’Europa durante il 20°, ossia il partner più affidabile nelle grandi competizioni di potere” ha detto Husain Haqqani, ex ambasciatore pakistano a Washington e ora al Hudson Institute.

Per posizione, dimensioni e peso economico, l’India rappresenta il perfetto contraltare alla potenza cinese.

L’india, per di più, ha recentemente mostrato “Grande disponibilità nel contrapporsi all’atteggiamento aggressivo della Cina” ha detto Milan Vaishnav del Carnegie Endowment, candidandosi quale miglior alleato politico per contrastare l’influenza cinese nell’Asia del Sud. 

Tutto considerato, evidentemente il Regno Unito non potrà mantenere a lungo il suo ruolo di paciere tra Washington e Comunità Europea: dopo la Brexit dovrà prendere una posizione netta il prima possibile e smettere di tenere il piede in due scarpe.

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