Kuwait pro Palestina: la guerra apre il dilemma Israele

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Il Kuwait è pro Palestina. Nei giorni scorsi, la più “democratica” delle monarchie del Golfo ha indetto una sessione straordinaria della Commissione araba per i diritti umani (ACHR). Lo scopo sarà valutare le presunte violazioni a Gerusalemme e nei Territori palestinesi occupati da parte di Israele. Nel frattempo, il Kuwait ha invitato le Nazioni Unite a prendere una posizione chiara contro Israele. Tutto questo inciderà sulla normalizzazione delle relazioni diplomatiche dello Stato ebraico con i Paesi arabi? E come?

Il Kuwait è pro Palestina?

L’intero mondo arabo ha seguito con attenzione la guerra tra Israele e Hamas. Per gli Emirati Arabi Uniti (EAU) e il Bahrein, che hanno normalizzato le relazioni diplomatiche con Israele l’anno scorso, gli eventi di Gerusalemme Est e Gaza rappresentano un dilemma “imbarazzante”. Nonostante sia Abu Dhabi che Manama avessero condannato l’incursione di Israele nella moschea di Al-Aqsa, ci si aspetta che i due membri del Gulf Cooperation Council (GCC) non sospenderanno gli accordi di Abramo con lo Stato ebraico. A differenza del Kuwait. Che, al contrario, si oppone alla normalizzazione con Israele. In che modo questo influirà sugli accordi di Abramo?

Il contesto

Ma facciamo un passo indietro. Più precisamente, a quando il bilancio delle vittime aumentava di giorno in giorno a Gaza. Allora gli EAU e il Bahrain avevano sostenuto i palestinesi. Almeno ufficialmente. L’11 maggio, gli Emirati Arabi Uniti assieme ad altri Paesi della Lega araba avevano invitato la Corte penale internazionale (Cpi) a “indagare sui crimini di guerra e sui crimini contro l’umanità“. Un invito poi accolto dal tribunale dell’Aja. Ma in riferimento della guerra del 2014. Ad ogni modo, gli EAU distinguevano “tra il popolo palestinese e Hamas”. Mentre il ministero degli Esteri di Abu Dhabi condannava gli sfratti delle 7 famiglie palestinesi dal quartiere di Sheikh Jarrah, a Gerusalemme Est.


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Kuwait pro Palestina e altri Paesi arabi

Eppure, sia gli Emirati Arabi Uniti sia il Bahrain camminano su un filo. In particolare, devono fare attenzione a esporsi a favore dello Stato ebraico in un momento in cui altre società arabe si sollevano in solidarietà con i palestinesi. Ma per come la vedono i leader degli EAU e del Bahrain, è preferibile scegliere il male minore. Cioè concentrare l’attenzione, regionale e internazionale, sulla guerra tra Israele e Gaza piuttosto che sulla questione aperta tra Gerusalemme e Cisgiordania. Del resto, lo stesso Hamas si era autoproclamato difensore della Città Santa in sostegno ai palestinesi. Il che aveva fornito, a ben vedere, una “copertura politica” ai due membri del GCC negli accordi di Abramo.

L’opinione degli esperti

A meno che il conflitto non torni a Gerusalemme, e in particolare alla Moschea di Al-Aqsa, è probabile che gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrain cercheranno di superare la tempesta, mantenere un profilo basso e consentire a questo confronto di svolgersi con il minimo impegno da loro“. Lo ha spiegato Hussein Ibish, ricercatore senior presso l’Arab Gulf States Institute di Washington. Eppure, se in futuro la lotta dovesse estendersi da Gaza verso i luoghi santi, la situazione potrebbe rivelarsi più difficile da gestire per Abu Dhabi e Manama. Invece, cosa sceglieranno gli altri quattro membri del GCC fuori dagli accordi di Abraham? Ci si aspetta che ora Kuwait, Oman, Qatar e Arabia Saudita avranno meno probabilità di seguire la via della normalizzazione.


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Kuwait pro Palestina contro Israele?

Proprio il Kuwait, tra le monarchie della penisola arabica, è il più risoluto oppositore alla normalizzazione delle relazioni con Israele. “Nel contesto attuale, il Kuwait è l’unico stato arabo del Golfo rimasto senza alcun contatto o relazione visibile con Israele“. Lo ha spiegato la direttrice del Gulf International Forum, Dania Thafer, in un’intervista al New Arab. Dello stesso avviso è Amnah Ibrahim, ricercatrice politica del Golfo all’Università del Tennessee. A TNA, l’esperta ha riferito che “La politica ufficiale è chiara: il Kuwait sarà l’ultimo stato arabo a firmare un accordo di pace con Israele, solo dopo la piena attuazione di un processo di pace che include una soluzione a due stati accettata dai palestinesi“.

La Terza Intifada

Al contrario, il Kuwait ha esortato la comunità internazionale a “raddoppiare i suoi sforzi per costringere Israele a fermare tali decisioni unilaterali e a creare l’atmosfera per la ripresa dei colloqui di pace basati su decisioni di legittimità internazionale, sull’iniziativa di pace araba e sulla soluzione dei due stati“. Negli undici giorni di bombardamenti tra Israele e Gaza, i kuwaitiani non hanno perso tale convincimento. Era la Terza Intifada: la rivolta del mondo arabo contro Israele.


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L’opposizione del Kuwait

In effetti, negli ultimi anni il Kuwait ha intensificato i suoi sforzi in termini di politica estera per sostenere i palestinesi. Ad esempio nel 2018, quando il Kuwait aveva difesa il Libano. In qualità di membro non permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, accusato gli israeliani di averne violato la sovranità durante la campagna Northern Shield. A differenza del Bahrain, che aveva sostenuto di Tel Aviv, i rappresentanti del Kuwait definivano la campagna delle IDF come la minaccia più grave di qualsiasi attacco che sarebbe potuto giungere dal Partito di Dio: Hezbollah. Quell’anno, il Kuwait considerò l’apertura di un’ambasciata in Palestina.

Kuwait pro Palestina oggi

Per tornare agli eventi recenti, dopo l’escalation a Gaza i kuwaitiani si sono espressi ancora a favore dei palestinesi. In particolare, hanno chiesto di istituire una forza di protezione internazionale incaricata di tutelare il popolo palestinese dalla belligeranza israeliana. Dopo l’assalto alla moschea di Al-Aqsa, il Kuwait è stato il primo membro del GCC a rilasciare una dichiarazione ufficiale. Sotto la pressione dell’opinione pubblica kuwaitiana, però, il governo l’aveva ritirata. Ma solo per rilasciarne un’altra dai toni più incisivi. Il 10 maggio Marzouq Al-Ghanim, presidente dell’Assemblea nazionale del Kuwait, aveva condannato la “pulizia etnica” di Israele a Gerusalemme est.

L’appello al mondo arabo

Alo stesso modo, Al-Ghanim invitava la Lega araba a “prendere una posizione chiara e decisa” in merito. Cinque giorni dopo, il 15 maggio, il presidente ha chiamato al telefono il portavoce militare di Hamas, Ismail Haniyeh. Nel colloquio ha ribadito il sostegno del Kuwait al popolo palestinese. Inoltre, il ministero degli Esteri del Kuwait ha convocato l’ambasciatore ceco a Kuwait City, dopo che quest’ultimo aveva espresso solidarietà a Israele su Instagram. Chiedendogli di cancellare il post e scuse pubbliche.


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Kuwait nella guerra pro Palestina

Come riferisce Reuters, il 19 maggio centinaia di cittadini avevano invaso le piazze. Nonostante le restrizioni per la pandemia. Era il clou dei combattimenti. I manifestanti avevano dato fuoco alle bandiere israeliane e inneggiavano slogan. Come “Morte a Israele”. Mentre nello Stato ebraico i sionisti di estrema destra rispondevano “Morte agli arabi”. Nel frattempo, il ministro degli Esteri del Kuwit, Sheikh Nasser al-Mohammad al-Sabah, era intervenuto in merito alla guerra. Proprio prima della sessione del Consiglio di sicurezza dell’ONU sulla Palestina. “Il Kuwait rinnova la sua totale denuncia dei crimini e delle offensive perpetrate dalle forze di occupazione israeliane nei territori palestinesi occupati, compresa la città di Gerusalemme“, aveva detto al-Sabah.


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Kuwait è l’unico pro Palestina

Alla luce di tali considerazioni, il 27 maggio l’Assemblea nazionale del Kuwait ha approvato alcuni emendamenti volti a impedire la normalizzazione dei rapporti con Israele. Lo riporta al-Arab. Come ha spiegato il presidente del Parlamento monocamerale, Marzouq Ali al-Ghanim, si tratta di provvedimenti sanzionatori di natura transitoria nei confronti di chiunque intrattenga relazioni, anche commerciali, con “l’entità sionista”. A ben vedere, si tratta di modifiche volte a inasprire o integrare una legge già in vigore. Il provvedimento è seguito a una riunione straordinaria dei deputati kuwaitiani, focalizzata sulle tensioni susseguitesi tra il 10 e il 21 maggio.

Il nuovo testo

La riforma delle autorità kuwaitiane tende, da un lato, a ribadire la propria solidarietà con il popolo palestinese. Nonché il suo diritto a rivendicare un proprio Stato indipendente, con Gerusalemme come capitale. Dall’altro, l’Assemblea nazionale condanna Israele per la recente “aggressione” e per i “crimini” perpetrati all’interno dei territori palestinesi. Da Gerusalemme Est a Gaza. Fino alla Cisgiordania. Le nuove misure introdotte prevedono pene detentive dai 5-10 anni all’ergastolo. Oltre a provvedimenti amministrativi.


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Perché il Kuwait è pro Palestina?

Rispetto agli altri Paesi del CCG, in Kuwait è “più facile” esprimere la propria opinione. Anche su questioni delicate. Parlando a TNA, la ricercatrice Dania Thafer ha osservato: “Se vuoi sondare ‘l’opinione’ del Golfo, il Kuwait è la migliore cartina di tornasole dato che ha la massima libertà di parola tra gli stati arabi del Golfo“. Secondo l’esperta, “Il Kuwait è lo stato più democratico del GCC e quindi l’opinione pubblica ha un’influenza significativa sui risultati della politica estera“. Molti analisti hanno indicato un divario generazionale nel Golfo con i cittadini più anziani del GCC che si preoccupano più dei cittadini più giovani della Palestina. Eppure questo non sembra il caso del Kuwait.


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Concludendo

Il Kuwait accetterà la “pace” con Israele solo quando cambieranno le condizioni per il popolo palestinese. In un momento in cui la normalizzazione era diventata di tendenza nel Golfo, il Kuwait è rimasto fedele fedele ai suoi principi. Tra cui l’obiezione a normalizzare i rapporti con Israele, aderendo agli Accordi di Abramo. Intanto, il Kuwait ha mandato i suoi convogli di aiuti a Gaza. L’annuncio era stato rilasciato in una conferenza congiunta dall’assistente sottosegretario allo sviluppo sociale presso il ministero degli affari sociali del Kuwait, Hana Al-Hajri; dall’assistente del ministro degli affari esteri per lo sviluppo e della cooperazione internazionale, Nasser Al-Subaih; e quello dell’ambasciatore palestinese Rami Tahboub.