Joe Petrosino, il poliziotto che sfidò la mafia in America

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Oggi si commemora la nascita di Joe Petrosino, poliziotto italiano naturalizzato statunitense pioniere nella lotta contro la mafia italo americana ed il crimine organizzato, le cui tecniche procedurali e investigative di cui il commissario è stato l’ideatore e il protagonista sono a tutt’oggi ancora praticate dalle forze dell’ordine. Quando ancora la mafia negli Stati Uniti era agli albori, Petrosino, di mentalità e nascita italiana perciò grande conoscitore degli stilemi e delle manovre mafiose, seppe ben lungi accorgersi dell’insorgenza, lo sviluppo, le modalità nonché della pericolosità di quell’apparato di criminalità organizzata chiamato mafia, in america parola ancora sconosciuta o non del tutto assimilata e nella cultura, vuoi all’interno delle istituzioni amministrative e giudiziarie.

Joe Petrosino

La Mafia

Il termine mafia, sebbene l’origine del lemma sia sconosciuto, si ritiene si sia originato per ispirazione della setta segreta della Garduna spagnola, società criminale che operava nella Spagna e nelle sue colonie dalla metà del XV secolo sino al XIX oppure, o come altra interessante proposta, dalla setta italiana dei Beati Paoli nata presumibilmente a Palermo intorno al XII secolo.

Busto di Pietro Calà Ulloa

Quello che invece è certo è che la mafia, così come la conosciamo oggi, le cui peculiari caratteristiche sono lo strozzinaggio, l’omertà e il fenomeno illegale dell’aggregazione a fini speculativi effettuato attraverso il ricatto e l’assorbimento delle istituzioni all’interno dell’organizzazione mafiosa costruita e perpetrata su basi familiari, elemento, quest’ultimo, tipico del quadro mafioso almeno fino alla fine del secolo scorso, sorse agli inizi dell’Ottocento per volontà diretta o indiretta dal ceto dei proprietari terrieri possidenti di latifondi i quali, grazie al supporto di massari, di campieri, ossia le guardie armate dei terreni agricoli, e dei gestori dei fondi a gabella, tenendo nell’ignoranza e nella povertà i poveri contadini, riuscivano, magari anche con il contributo di briganti e sporchi faccendieri, a costringere letteralmente in ostaggio i sottoposti incrementando così il loro potere al punto da riuscire ad infiltrarsi fin negli apparati statali. Come riporta un documento redatto in Sicilia dal funzionario dell’allora Regno delle due Sicilie, Pietro Calà Ulloa, datato al 1837, una delle prime descrizioni storiche di un certo rilievo sul fenomeno mafioso dell’epoca:

“Ci sono in molti paesi delle fratellanze, specie di sette che diconsi partiti, senza riunione, senza altro legame che quello della dipendenza da un capo, che qui è un possidente, là un arciprete. Una cassa comune sovviene ai bisogni, ora di fare esonerare un funzionario, ora di conquistarlo, ora di proteggerlo, ora d’incolpare un innocente… Molti alti magistrati coprono queste fratellanze di una protezione impenetrabile”

Il primo documento trattante l’evoluzione della mafia negli Stati Uniti, detta Cosa Nostra Statunitense o Our Thing , il cui nome venne reso noto pubblicamente da Joe Valachi, mafioso italo americano considerato uno dei primi collaboratori di giustizia, perché originatasi verso la metà dell’Ottocento come associazioni di mafiosi siciliani, alcuni stabilitisi in America in seguito ad emigrazione a cui si aggiunsero gangster di origine campana e calabrese, risale alla primavera del 1869.

Joe Valachi

I primi gruppi di mafiosi siciliani che operarono negli Stati Uniti si stabilirono nell’area di New York e New Orleans, occupandosi di estorsioni e rapine ai danni delle comunità italiane attraverso lettere ricattatorie accompagnate da minacce di morte, di sfregi e danneggiamenti, attività solitamente svolte, almeno in un primo tempo, dai criminali italiani appartenenti alla Mano Nera ai danni dei connazionali abitanti nei ghetti di queste città. Fu in questi anni che il Petrosino si trovò ad operare contro questo tipo di società criminali, più tardi più specializzate e potenti, che ebbe arditamente a contrastare. Per arrivare in epoca più recente, alcuni studiosi ritengono che un’evoluzione della mafia ottocentesca sia nata dall’ondata migratoria dei primi anni del Novecento, in particolare durante il proibizionismo, e con quella generatasi dalle due guerre mondiali, nonché incentivata, sia in suolo italiano che americano, dalle stesse truppe angloamericane che nel nostro Paese vennero in contatto con forme più o meno forti di criminalità organizzata proprio nel periodo bellico.

Biografia e Carriera

Joe Petrosino, detto Joe, nacque Giuseppe Petrosino a Padula, provincia di Salerno, il 30 agosto 1860 da famiglia modesta che gli permise un buon percorso di studi. Emigrato con la famiglia a New York nel 1873, crebbe nel sobborgo di Little Italy in cui cominciò a lavorare in mansioni occasionali come venditore di giornali e lustrascarpe fin quando con l’assunzione a netturbino avvenuta nel 1877, anno in cui riuscì ad ottenere la cittadinanza statunitense, non trovò un’occupazione più sicura. In quegli anni erano cominciate ad arrivare in America fitte schiere di emigranti italiani, fenomeno che aveva posto le autorità americane di fronte a gravissimi problemi, primo fra tutti quello dell’ordine pubblico.

Il quartiere di little Italy, oggi

I poliziotti, infatti, non riuscivano a capire gli italiani né a farsi capire da loro, circostanza che generava un clima a favore delle organizzazioni criminali che giunsero in breve a controllare una parte del quartiere. Dipendente dal Dipartimento di polizia come spazzino, Petrosino era stato poi impiegato come informatore, fintanto che nel 1883 non senza difficoltà, era stato ammesso alla polizia. Una volta entrato in polizia, da subito si fece notare sia dai suoi superiori che dai pari in comando, la sua fama aveva iniziato a prendere il decollo. Sicuramente, determinante ai fini della sua carriera, oltre al suo impegno, era stata la stima riposta in lui da Theodore Roosvelt al tempo della poltrona all’assessorato alla polizia di quest’ultimo prima di diventare presidente, grazie al quale il poliziotto venne promosso sergente e sollevato in grado, ora Petrosino sarebbe stato destinato a condurre personalmente le indagini, mansione che gli permise di evidenziare ulteriormente le capacità gestionali e creative.

Theodore Roosvelt

Immediatamente Petrosino sfruttò la posizione dando prova di sé, dopo numerosi piccoli e grandi successi una delle sue prime glorie arrivò nel 1903 col celebre caso, risolto brillantemente, del delitto del barile, così chiamato per il fatto che il cadavere di Benedetto Madonia, malavitoso membro di una banda di falsari, venne ritrovato dentro un barile in mezzo alla strada crudelmente oltraggiato e sfigurato. A seguito delle capacità dimostrate dall’uomo e della sensazionale chiusura del caso Madonia, sempre per decisione di Roosvelt, fu messo a capo di una squadra di poliziotti italo americani, il soprannominato e famigerato gruppo, composto da poliziotti italiani, dell’Italian Branch, da cui si può dire iniziò la leggenda, dalle tinte vere, di Petrosino quale acerrimo rivale della mafia e intransigente seguace della pace, della giustizia e della legge. L’uomo, dal forte carisma e dalla mente acuta, la cui personalità venne presto apprezzata ed invidiata dai colleghi, fu un poliziotto moderno, in quanto intuì l’importanza di una mappatura della criminalità di New York attraverso un lavoro certosino, i cui dati sarebbero stati ottenuti direttamente dalle stesse organizzazioni criminali grazie ad infiltrazioni e a tecniche di ricerca programmata e approfondita in ogni campo di dominio delle stesse associazioni mafiose, affinché le informazioni potessero essere il più possibili esaurienti ed attendibili.

William McKinley

In questo modo l’efficienza della polizia, accompagnata dall’immediatezza e dalla rapidità degli interventi, sarebbe stata impeccabile, poiché solo adottando tali metodi si sarebbe riusciti a sconfiggere il crimine in tempi ridotti e con modalità mirate. Sprezzate dei pericoli, non precludendosi il rischio di avere finita la vita, Petrosino stesso s’infiltro in varie organizzazioni mafiose e anarchiche, una di esse responsabile della morte del re d’Italia Umberto I, indagine che lo portò a scoprire, nel 1901, l’intenzione di assassinare il presidente americano William McKinley durante la sua visita all’Esposizione Panamericana di Buffalo. Abile nel travestirsi, rapido nell’azione, inflessibile e intransigente verso la lotta al racket, aiutò anche il tenore Enrico Caruso, ricattato da dei gangster durante una tournée americana. Inflitti numerosi altri duri colpi ai malavitosi, Petrosino, sostenuto finanziariamente dai magnati Rockefeller e J.P. Morgan, decise di recarsi laddove le associazioni mafiose erano sorte e radicate, la Sicilia, ritenendo che per estirpare la criminalità americana si dovesse strozzarla sul nascere. Voci di Petrosino in Italia corsero, sostenute anche da alcuni giornali newyorkesi che annunciavano la tappa effettuata dal poliziotto nello Stivale, viaggio che avrebbe dovuto restare segreto. Non troppo tempo dopo il suo arrivo nella Trinacria e l’inizio di indagini in loco, alle ore 20:45 di venerdì 12 marzo 1909 Petrosino venne assassinato, trucidato da colpi d’arma da fuoco, freddato nel giardino dell’Hotel de France in Piazza Marina, nel centro storico di Palermo, mentre camminava lungo la cancellata del parco.

Don Vito Cascio Ferro

Le indagini svolte sul suo delitto portarono alla figura di Vito Cascio Ferro, considerato l’esecutore materiale del terribile omicidio, del cui uno dei principali mandanti si ritenne potesse essere quel Giuseppe Morello indagato per il caso del delitto del barile, capo dei una delle cinque cosche rivali che vanno sotto il nome di cinque famiglie impegnate allora in un conflitto interno tra clan per il predominio, la cosiddetta guerra castellammarese. Ai funerali del poliziotto parteciparono circa 250000 persone, le esequie solenni resteranno nella storia per essere state le più importanti e partecipate del nuovo secolo. Una incredibile revisione alle indagini si ebbe soltanto nel giugno del 2014 quando, a distanza di più di un secolo, Domenico Palazzolo dichiarò in un’intercettazione realizzata durante l’Operazione Apocalisse della Guardia di Finanza, che a sparare a Petrosino fu lo zio del padre, Paolo Palazzolo indagato, processato e poi prosciolto per l’omicidio del poliziotto. Con queste parole Palazzolo ammise la colpevolezza del parente:

“Lo zio di mio padre si chiamava Paolo Palazzotto, ha fatto l’omicidio del primo poliziotto ucciso a Palermo. Lo ha ammazzato lui Joe Petrosino, per conto di Cascio Ferro”

A Petrosino ed alla sua mirabile carriera sono state dedicate numerose opere storiche, letterarie e cinematografiche, una fra le molte The Black Hand (La mano nera, la vera storia di Joe Petrosino) con Leonardo Di Caprio, il quale veste i panni del poliziotto, adattamento del romanzo biografico omonimo di Stephan Talty.

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