Iyad Halak: l’ennesimo caso di violenza

Il fatto è accaduto in Israele, nella Vecchia Città di Gerusalemme

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Nel mese di maggio, ha fatto clamore il caso di George Floyd. L’accaduto, successo il 25 maggio 2020 nello stato del Minnesota, riguarda l’uccisione di quest’uomo da parte della polizia locale. Si è trattato dell’ennesimo omicidio ingiustificato da parte delle forze dell’ordine, negli Stati Uniti D’America. Il nome di George Floyd è risuonato in tutto il mondo, riportando alla luce l’atrocità del fatto, nonché l’abominevole potere del quale il razzismo dispone ancora nel 2020. Tuttavia, gli USA non sono l’unico stato nel quale si è consumata una tragedia simile. Spostiamoci in Israele, nella Città Vecchia di Gerusalemme. In questo luogo, si è svolto l’assassinio di Iyad Halak.

Caso Iyad Halak: cos’è successo?

Iyad Halak è un ragazzo di trentuno anni. E’ la mattina del 30 maggio 2020, e l’uomo si sta dirigendo verso la scuola in cui lavora accompagnato dalla figura di sostegno di Warda Abu Hadid. Questo, poiché Iyad Halak soffre d’autismo. Quel mattino i due stanno camminando come al solito verso il posto di lavoro, quando d’un tratto si accorgono di un movimento sospetto. Qualcuno li sta inseguendo. Si tratta di due uomini in divisa, membri della polizia di frontiera. I loro passi si fanno sempre più svelti. Minacciano di sparare. Iyad Halak e Warda Abu Hadid, terrorizzati, cercano riparo in una stanza atta allo smaltimento della spazzatura. Vengono inseguiti e trovati. Iyad Halak viene ucciso.

Diversi punti di vista

I fatti sopra riportati, non fanno altro che descrivere la situazione generale. Esistono poi i diversi punti di vista di chi ha assistito alla scena. L’accompagnatrice del ragazzo, racconta che quest’ultimo ha urlato più volte “sono con lei”, riferendosi alla stessa Warda Abu Hadid, al fine di provare la sua innocenza. Nel momento in cui la situazione si è aggravata, la donna dice di aver pregato in lacrime la polizia di non sparare, invano.

Sono invece differenti le dichiarazioni della polizia. Gli uomini in divisa, riportano che in quei giorni nella città si aggirava un terrorista, e che lo stavano cercando. I tratti di Iyad Halak sembravano simili a quelli dell’uomo ricercato. Inoltre, i due poliziotti dichiarano di aver pronunciato più di una volta le parole “fermi o spariamo”, durante l’inseguimento del ragazzo accompagnato dalla donna. A prescindere da quale sia l’autentica versione dei fatti, ciò che è invece oggettivo è che un innocente è stato ucciso. E la sua famiglia, chiede giustizia.

La violenza come arma di punizione

Ciò che dovremmo chiederci in seguito a fatti simili, riguarda l’odierna visione della violenza all’interno della nostra società. Si tende a parlare del fenomeno in senso lato, come se questo avesse solamente un volto. Quando invece, la violenza ha infinite sfumature ed è bene imparare a riconoscerle tutte, al fine di combatterla. Questa vicenda, ci mostra un volto del mostro tanto discusso, quanto nascosto.


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Se la violenza è un problema da combattere, allora perché esistono casi nei quali la si promuove come mezzo di difesa? Perché la si tende ancora a giustificare, entro certi limiti? Il problema potrebbe risiedere in una mentalità ancora parecchio radicata all’interno della società odierna. Dovremmo ricordarci che privare qualcuno della propria vita, non si può considerare una punizione qualsiasi. E’ molto di più, è un atto estremo. Ciò che si dimentica è che la violenza richiama sempre e comunque altra violenza. Quando parliamo di terrorismo, ci riferiamo alla disumanità dell’essere umano. E’ però inopinabile, che assassinare senza qualcuno senza riguardi, non può dirsi un gesto atto alla sua sconfitta. Anzi, è a sua volta un gesto di disumanità.

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