Italiani e digitalizzazione: un rapporto complicato

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Un rapporto complicato quello degli italiani con la digitalizzazione. Il nostro Paese infatti, arretra nella classifica UE posizionandosi ultima per competenze digitali, senza dimenticare che solamente il 13% della popolazione ha accesso alla banda ultralarga. Oltre a questo il 42% dei cittadini ha solamente competenze di base in ambito informatico, e i laureati Ict sono appena l’1%. A riportare questi dati non certamente confortanti è l’amminstratore delegato di Infratel. Facciamo insieme il punto della situazione.

La digitalizzazione in Italia: il punto della situazione

Come anticipato, l’Italia resta sempre più indietro rispetto al resto d’Europa in merito al grado di digitalizzazione. Gran parte della responsabilità di questa condizione è da attribuirsi alla scarsa educazione tecnologica. Sicuramente si sta cercando di rimediare, e il fatto che dal 2022 nelle scuole d’infanzia e nelle elementari verrà reso obbligatorio lo studio del pensiero computazionale e del coding ne è la testimonianza.

Anche alcune realtà innovative come aulab stanno investendo molto in questa direzione. Questa scuola di formazione permette di diventare sviluppatori web tramite l’Hackademy, un corso di coding e di programmazione, che consente di studiare e approfondire differenti linguaggi tra i più utilizzati e richiesti dall’attuale mondo del lavoro. Grazie alla piattaforma di aulab è possibile seguire le lezioni online in live streaming, rivederle on demand e fare tantissima pratica, imparando a programmare lavorando in team.

L’Italia in Europa: indietro nella digitalizzazione

Peggio di noi solamente Romania, Grecia, e Bulgaria. Il quadro generale è abbastanza allarmante, considerando che solamente il 42% della popolazione italiana possiede delle competenze digitali, ma considerate solamente di base. La media europea è invece attestata al 58%. Una carenza impressionante che inevitabilmente si riflette anche nel modo in cui vengono utilizzati internet e i servizi online: il 17% degli italiani non ha mai utilizzato il web in vita sua.

Stiamo parlando di un dato doppio rispetto alla media europea. Tra i principali servizi utilizzati troviamo sicuramente lo streaming audio video, i videogames, la lettura di notizie, social network e videochiamate. Ancora troppo poco diffuso invece e l’e-learning. Purtroppo questo è un gran peccato, perché solamente il 9% degli studenti è solito frequentare corsi online. Dobbiamo dire comunque che alcuni segnali positivi si intravedono all’orizzonte.

Il 2020 infatti, a causa del lockdown dovuto alla pandemia di Covid-19, ha chiuso milioni di italiani in casa. Questa spiacevole condizione ha costretto moltissime persone a ricorrere alla didattica a distanza e allo smart working. D’altronde il web rappresentava l’unico modo possibile per proseguire almeno in parte alcune attività indispensabili per il paese. I primi tempi sicuramente non si sono rivelati semplici per tutte quelle persone che non avevano dimestichezza con gli strumenti informatici.

Per quanto riguarda la DAD, gli studenti davanti ad un computer, uno smartphone o un tablet sono stati circa 6,7 milioni (81%). Anche nel mondo universitario la situazione è stata del tutto analoga, e 8 universitari su 10 hanno proseguito il percorso formativo online, continuando a dare esami tra le loro mura domestiche. Ad ogni modo, di riflesso a subire questo ritardo generale del grado di digitalizzazione è l’intero mondo della piccola e media impresa.

Le aziende infatti, sono alla ricerca di competenze che permettano loro di espandere i rispettivi business e rimanere competitivi soprattutto sul mercato europeo. Il mondo delle università infatti, non riesce a stare al passo con la velocità dell’evoluzione tecnologica, e di conseguenza non prepara adeguatamente gli studenti. L’unico modo per quest’ultimi di avere una chance nell’attuale mondo del lavoro dunque, è quello di proseguire il percorso formativo con master e specializzazioni, rivolgendosi a scuole apposite. Resta da vedere come verrà risolto il conflitto che vede il nostro Paese tra i primi dieci industrializzati al mondo, e invece tra gli ultimi nel ricorso all’innovazione. 

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