Israele festeggia Iron Dome: 10 anni anti missile (Video)

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Israele festeggia il compleanno di Iron Dome. Il suo bambino. E quale modo migliore se non rendere partecipe la comunità internazionale? A 10 anni dalla prima intercettazione operativa del sistema di difesa missilistica, alcune figure di spicco responsabili del suo sviluppo hanno ripercorso le tappe dello sviluppo. E anticipato quali potranno essere le migliorie per il futuro. Un velato monito per i nemici dello Stato ebraico?

Israele quando introduce Iron Dome?

Era il 19 luglio 2010 quando il Ministero della Difesa di Israele annunciava che Iron Dome sarebbe stato operativo a novembre. All’inizio, la Cupola di ferro sarebbe stata posizionata nei pressi di Sderot, vicino alla Striscia di Gaza. A quel tempo, un’area esposta alla potenza di fuoco del gruppo terroristico palestinese di Hamas. Il 7 aprile 2011 era l’alba di una nuova era. Iniziato come ogni altro, quel giorno le forze di difesa aerea e missilistica israeliane constatarono per la prima volta le potenzialità di quel nuovo gingillo. Quel giorno, infatti, assistettero alla prima intercettazione operativa di successo contro una minaccia a corto raggio proveniente dalla Striscia di Gaza. Ora, a un decennio di distanza, è il momento di fare il bilancio di un sistema di difesa invidiabile. Il che darà modo di prospettare anche cosa riserverà la tecnologia bellica per il futuro, quando toccherà ai sistemi laser.

La dichiarazione

Il 9 maggio 2011 il quotidiano israeliano Haaretz riportava le parole dell’allora direttore generale del Ministro della Difesa, il Magg. Gen. Udi Shani. Il funzionario aveva reso noto l’investimento a cui Israele era pronto per lo sviluppo e la produzione delle batterie per alimentare la sua Cupola di Ferro. “Non seguiamo più un approccio in termini di capacità operative iniziali ma stiamo definendo l’obiettivo finale per assorbire i sistemi, in termini di scadenze e fondi“, aveva riferito Shani. “Stiamo discutendo sulla possibilità di avere circa 10-15 batterie di missili Iron Dome“. E aveva spiegato: “Investiremo circa 1 miliardo di dollari in questo“. “Questa è la meta, in aggiunta ai 205 milioni di dollari che il governo U.S.A. ha autorizzato“, aveva concluso.

Israele cerca fondi per Iron Dome

In effetti, il 20 maggio 2010 la Camera dei Rappresentanti Usa aveva approvato il finanziamento quasi all’unanimità, con 410 voti a favore e 4 contrari. Ma solo dopo le pressioni del presidente “pacifista” Barack Obama, che lamentava come la mancanza di fondi avesse provocato gravi rallentamenti al programma. Del resto, il progetto vantava una copertura legislativa. Per la precisione, quella dello United States-Israel Missile Defense Cooperation and Support Act, sponsorizzato dal delegato Glenn Nye dello stato della Virginia. D’altronde, l’impareggiabile successo di Iron Dome sul campo di battaglia aveva conferito alla Cupola il riconoscimento di essere la più importante innovazione israeliana in 70 anni di storia del paese. E a ragione. Da cui lo sproloquio in articoli, interviste, libri e programmi televisivi tutti tesi a migliorare ulteriormente l’efficacia del sistema.


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Le radici di Iron Dome

Ma per capire come Israele sia giunto a progettare e sviluppare Irone Dome, e magari trarne qualche lezione pro futuro, è bene che sia fatta una ricostruzione il più possibile chiara ed esaustiva del suo sviluppo. La quale appare nel rapporto 59A dello State Comptroller, sebbene sia “di parte”. Dal documento emerge come la storia di Iron Dome sia nata molto prima del 2010. Bisogna risalire al 1996, quando Israele e Usa avevano accettato di collaborare al Progetto THEL (Tactical High-Energy Laser). Un progetto sperimentale che era conosciuto col nome Nautilus, ma per errore (che era la precedente sperimentazione Usa in questo campo tecnologico). Ad ogni modo, nel 2001 gli sviluppatori avevano lanciato una prima serie di test per dimostrare che un raggio laser potesse intercettare una minaccia. Ma allora conclusero che un sistema di intercettazione basato su un laser chimico non fosse adatto per Israele.

Una tecnologia da migliorare

La scarsa affidabilità tecnologica, la logistica complessa (per dimensioni, disponibilità, riparazioni e trasferimento da un sito all’altro) e le preoccupazioni ambientali erano solo alcune delle ragioni che avevano spinto Israele e gli Usa a ripensare al progetto. Sulla base dell’esperienza, gli sviluppatori avevano deciso di concentrarsi su un sistema che fosse più piccolo e portatile. Ed è così che nacque il MTHEL (Mobile THEL). Questo spiega anche che l’abbandono del programma THEL non fosse in alcun modo legato all’uscita di Israele dal Libano come alcuni avevano sostenuto. Intanto, Israele e la sua controparte statunitense lavorarono al nuovo progetto dal 2001 al 2005. Fino a quando decisero di interromperlo, nonostante fosse ancora in fase di pianificazione. Questo su consiglio del direttore della ricerca e sviluppo della difesa (DDR&D) del ministero della Difesa, Shmuel Keren.

Non è la strada giusta

Comunque, erano delle valutazioni condivise dagli esperti. Difatti era sembrato uno spreco di tempo e di risorse, dato che gli scienziati ritenevano che il MTHEL non avrebbe portato a un sistema d’arma operativo. Soprattutto perché non si potevano fare previsioni sullo sviluppo di sistemi basati su laser chimici. Era chiaro che qualsiasi futuro sistema di intercettazione laser sarebbe consistito su un laser a stato solido, ma tale tecnologia non sarebbe stata disponibile. Almeno non per un altro decennio. Previsioni poi rivelatesi poi ottimistiche. Alla fine, dopo circa nove anni di lavoro e 600 milioni di dollari investiti (per lo più dagli Usa), il risultato nel 2005 fu un prototipo impossibile da riprodurre o da utilizzare su un campo di prova statunitense. La montagna aveva partorito il topolino. Ma né gli Usa né Israele hanno desistito.


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Iron Dome un miraggio per Israele?

Tanto che nel corso degli anni gli esperti avevano condotto una seconda tornata di test, anche se con scarso successo. Comunque inferiore al 50%, in base a dati ufficiali statunitensi. In quel contesto, gli sviluppatori avevano elaborato un programma cartaceo per un sistema mobile contenuto. Il MTHE, poi ribattezzato SKYGUARD. Ma l’idea era ancora in fase embrionale. Si era lontani da Iron Dome. Lo dimostra la bozza della Northrop Grumman (NG) presentata a DDR&D, che richiedeva costi di sviluppo più elevati di quelli che sono serviti a realizzare la Cupola di ferro da zero. Inoltre, non c’era chiarezza nemmeno tra gli stessi sviluppatori. Alcuni affermavano che il sistema THEL avrebbe potuto essere portato in Israele e reso operativo. Mentre altri che il sistema SKYGUARD sarebbe stato pronto per la produzione nel 2005. Semplicemente, erano proclamazioni tanto inaccurate quanto irrealizzabili. Come rimangono tutt’oggi, a 15 anni di distanza.

Minacce a Israele: urge Iron Dome

Nel 2004, di fronte all’intensificarsi delle minacce soprattutto nel Sud di Israele, era stato istituito un team inter-agenzia per elaborare soluzioni per sistemi difensivi contro minacce a corto raggio. Ma nemmeno il gruppo guidato dal direttore dell’unità di ricerca e sviluppo, Daniel Gold, aveva riscontrato successo. Tanto che aveva pubblicato un invito a presentare proposte e aveva testato dozzine di potenziali soluzioni. Alla fine, allo scadere del 2005, il team aveva raccomandato come ultima spiaggia il sistema che si basava sulla proposta della Rafael. Con le opportune modifiche. Il progetto fu chiamato Iron Dome. La proposta fu approvata da Shmuel Keren, il direttore di DDR&D. A tal fine le autorità sioniste, quasi rassegnate, avevano stanziato un budget relativamente piccolo come extra a quello complessivo del dipartimento. Con queste premesse iniziava quella che si sarebbe rivelata la felice partnership con l’industria bellica Rafael.

Israele non sa ancora di Iron Dome

La Rafael aveva sostenuto la maggior parte dei costi iniziali di ricerca e sviluppo. Nel 2006, alla luce del mutevole scenario mediorientale e la Seconda Guerra del Libano, Keren presentò il progetto all’allora ministro della Difesa Amir Peretz. Il dirigente raccomandò caldamente la Cupola di ferro ancora prima dei test. Comunque, Peretz ne fu persuaso. Tanto che non solo approvò il progetto ma chiese persino l’accelerazione dei termini per lo sviluppo. Ma se non era l’entusiasmo a mancare, di certo scarseggiavano i fondi. Così nell’ottobre 2006, dopo l’esacerbarsi della situazione, Keren nominò un comitato di esperti guidato dal suo braccio destro Jacob Nagel. Il team avrebbe dovuto individuare le soluzioni migliori per proteggere Israele dalle minacce missilistiche a corto raggio.

Il comitato Nagel

Il comitato comprendeva decine di professionalità, anche estere, del settore missilistico. Oltre che esperti di laser e di ricerca operativa. Tra cui il Tenente colonnello Shachar Shohat, in seguito generale di brigata, che servì come rappresentante dell’aeronautica nel team. Per tre mesi, il Comitato Nagel ha lavorato intensamente per testare tutte le potenziali soluzioni israeliane e internazionali. A dicembre, il team aveva presentato i risultati de suo lavoro, corredandoli da alcune raccomandazioni. Non solo a Keren. Ma anche al direttore generale del ministero della Difesa, Gabi Ashkenazi, e a Peretz, che l’hanno approvato. Nel febbraio 2007, queste raccomandazioni avevano raggiunto la scrivania del primo ministro Ehud Olmert, che le ha autorizzate.


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La via giusta?

A quel tempo, Peretz aveva ribadito la validità del progetto di Iron Dome che avrebbe richiesto maggiori finanziamenti esterni per il suo sviluppo. Mentre Olmert spiegava che lo sviluppo della Cupola sarebbe stato inevitabile, pregando il ministero delle Finanze di stanziare il budget necessario. Ma ancora nel giugno 2007 il progetto non aveva ottenuto l’attenzione richiesta. Tanto che progrediva a rilento con i finanziamenti del DDR&D e della Rafael R&D, seppur alimentati da alcune dozzine di milioni di shekel sottratte al budget per la difesa da Peretz e dal direttore generale ad interim, Yehiel Horev.

La Cupola

La Cupola era diventata l’ossessione. Se non altro per gli addetti ai lavori, dato che il Comitato Nagel aveva abbandonato del tutto il sistema THEL come potenziale soluzione. Questo sulla base dei dubbi sul suo potenziale operativo e della sua rilevanza. Oltre che sull’impossibilità di duplicazione. Mentre SKYGUARD, la soluzione di NG, era ancora allo studio. Almeno per un certo tempo. Fino al 2007, per l’esattezza. Dopo il suo insediamento, il ministro della Difesa Ehud Barak aveva richiesto un’altra audizione che presentasse i nuovi risultati del Comitato Nagel su ciascuna delle soluzioni proposte. Tra cui uno studio imparziale del sistema SKYGUARD.


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Israele approva Iron Dome

L’israeliano Barak aveva ratificato poi queste raccomandazioni, dichiarando lo sviluppo dell’Iron Dome “essenziale”. A tal fine, aveva recuperato il budget necessario per il suo sviluppo. Al nulla osta, erano seguite le trattative finali con la Rafael prima che il progetto fosse presentato al governo per l’approvazione definitiva. Nel dicembre 2007, la Rafael ha firmato un contratto governativo per lo sviluppo e l’equipaggiamento delle prime due batterie Iron Dome. Da questo punto, lo sviluppo della Cupola non ha conosciuto soste. Nel frattempo, era iniziata una campagna di lobbying senza precedenti per SKYGUARD, che ha reclutato alti ufficiali militari in pensione, accademici e opinionisti di spicco. Ma la campagna ha prodotto solo attacchi personali contro il direttore generale Pinhas Buchris. Oltre che a Keren e il suo vice Nagel, soprannominati gli “alti sacerdoti di Iron Dome”.

Si diffama Iron Dome?

Di certo, la lobby non mancava di impegno. La sua campagna denigratoria includeva articoli di esperti di pubbliche relazioni come la distribuzione di opuscoli di marketing. Il tutto sia online che su carta stampata. Addirittura, i complottisti avevano cercato di agganciare anche i funzionari statunitensi nel tentativo di danneggiare Irone Dome. Ma le critiche non hanno avuto l’effetto sperato e il trio Buchris, Keren e Nagel hanno continuato a difendere il loro progetto. Ci sono volute decine di incontri tra i leader delle comunità israeliane, ministri, parlamentari. Ma anche esperti accademici, membri della commissione per gli affari esteri ed esponenti della difesa per capire che la campagna diffamatoria fosse aria fritta. Persino un viaggio di Buchris e Nagel in New Mexico, Usa, per vedere il sistema THEL. Al termine del quale erano rientrati in patria più convinti di prima del fatto che il THEL non fosse la soluzione.

Il ballottaggio

Quindi, nel 2008 il ministro israeliano Barak aveva incontrato il segretario alla difesa Usa, Robert Gates. I due avevano discusso dei modi in cui gli Usa potessero sostenere Israele a sviluppare un sistema che li proteggesse dai missili ad alta traiettoria. A detta degli Usa, in questo modo si voleva impedire a Israele di entrare in guerra con Gaza, dalla quale arrivavano la maggior parte delle minacce. Comunque, l’incontro ha prodotto un comitato congiunto, guidato da Nagel e dal generale statunitense Robin Rand. Entrambi avrebbero testato per l’ennesima volta ciascuno dei sistemi allora in fase di studio. Da Iron Dome a SKYGUARD. Ma anche Vulcan Planks e altri sistemi laser proposti. Eppure, la Cupola israeliana ha sbaragliato i suoi avversari. Per l’ennesima volta.


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La Cupola è la soluzione

Il comitato Nagel-Rand aveva confermato che il sistema SKYGUARD fosse inadeguato, sebbene ancora solo sulla carta. Tanto per Israele quanto per gli Usa. Intanto, alcuni esperti statunitensi avevano raggiunto lo Stato ebraico per visitare sia la DDR&D che l’industria della difesa israeliana. All’iniziale scetticismo, la delegazione aveva sostituto incredulità prima. E ammirazione poi. Ma gli esperti d’oltreoceano temevano che il progetto non fosse completato in tempo o nei limiti del budget. Eppure, un anno dopo dovettero ricredersi anche sotto questo profilo. In particolare, la delegazione era rimasta affascinata dal ritmo di sviluppo e dai progressi compiuti da Israele nella risoluzione dei problemi tecnici di Iron Dome. Le raccomandazioni del Comitato Nagel-Rand sono state presentate e approvate da Keren, Buchris e Barak. Quindi, inviate alle parti interessate d’oltreoceano. Fino all’attenzione dell’allora presidente Barack Obama, che aveva insistito per stanziare i 205 milioni di dollari in “assistenza speciale” di cui parlavamo prima.

Da Israele Iron Dome conquista il mondo

Nel decennio successivo, gli Usa hanno solo che incrementato il proprio contributo finanziario per lo sviluppo di altri sistemi e lanciatori Iron Dome. Anche nel Memorandum d’intesa siglato nel 2016 tra Usa e Israele, sulla spinta del primo ministro Benjamin Netanyahu e di Barack Obama. Poi entrato in vigore nell’anno fiscale 2019, il piano aveva aggiunto una nuova “sezione speciale” per 500 milioni di dollari all’anno. Non solo per i sistemi di difesa dai missili balistici, ma anche per l’equipaggiamento dei componenti indispensabili al funzionamento di Iron Dome. Oggi, il sistema di difesa missilistica Iron Dome è molto apprezzato nei circoli professionali, politici, militari e civili. In Israele come all’estero. Lo dimostrano i numerosi premi e riconoscimenti per la sua tecnologia innovativa. Tanto che il termine “Iron Dome” si è radicato nel lessico ebraico, divenendo sinonimo di incredibile successo.

L’ombra su Iron Dome

Nonostante il suo successo operativo e tecnologico, la Cupola non ha persuaso i suoi iniziali detrattori. A livello tattico, ad esempio, le stesse capacità operative dell’Iron Dome sono ancora in discussione. Mentre a livello strategico qualcuno ha espresso la preoccupazione che i danni possano superare i benefici. Soprattutto in riferimento all’impatto negativo sul processo decisionale a livello nazionale e sulla legittimazione internazionale. Quindi Iron Dome è davvero un’arma a doppio taglio? Un progetto di ricerca accademico condotto presso il National Security College ha analizzato l’impatto della Cupola sulla strategia di sicurezza nazionale israeliana. Sotto il profilo economico e militarmente. Ma anche politico e sociale. Dopo dieci di esperienza operativa e oltre 2.500 intercettazioni riuscite, la ricerca ha concluso in modo definitivo che il sistema Iron Dome è una risorsa unica. Se non altro, che ha costretto i nemici di Israele a cambiare i metodi e le tattiche.


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La verità (di Israele) su Iron Dome

L’Iron Dome rappresenta un elemento chiave del sistema di difesa di Israele che si snoda in più livelli. Se la Cupola protegge il territorio ebraico dalle minacce a corto raggio, il sistema David’s Sling intercetta le minacce di medio livello. Mentre i sistemi Arrow difendono da quelle di livello superiore. Il sistema è piaciuto tanto agli Usa che l’esercito statunitense ha deciso di procurarsi due batterie Iron Dome. Una soluzione provvisoria, fintantoché non individui la soluzione più appropriata (e duratura) per le sue esigenze. Allo stesso tempo, anche i Marines statunitensi hanno espresso interesse per il sistema e hanno condotto diversi test di successo in patria. Intanto, la continua collaborazione tra Israele e Usa nello sviluppo e nell’equipaggiamento dell’Iron Dome contribuisce a rafforzare la collaborazione strategica e tecnologica tra i due paesi.

I pro per Israele di Iron Dome

Mentre Israele festeggia i primi 10 anni di Iron Dome, gli esperti ricordano i motivi per i quali era stata creata tale difesa missilistica. Dal salvare vite, prima di tutto e a qualunque costo, al proteggere le strutture strategiche e militari. Oltre che le infrastrutture nazionali. Il che si intreccia all’abbattimento dei costi per i danni economici diretti e indiretti e alla prevenzione di interferenze esterne nell’economia e nel Pil nazionale. Ma anche per fornire margini decisionali ai decisori politici e per aumentare la libertà di azione dei militari. Ora in grado di compiere operazioni offensive senza il timore di attacchi missilistici di ritorsione. E infine, ma non meno importante, Iron Dome è un booster per il morale e lo spirito di coesione nazionale, perché ha ridotto l’impatto psicologico sulla popolazione causato da immagini di danni e distruzione. Specialmente nell’era dei social media.

Onore al merito

Negli ultimi dieci anni, Iron Dome ha fornito una superiorità senza precedenti. Ma non esiste una soluzione definitiva. Da una parte perché non si arresta l’innovazione delle tecnologie belliche. Dall’altra perché proprio le nuove scoperte potranno aiutare a migliorare sempre più il sistema antimissile. Senza entrare nello specifico, è chiaro che ogni sistema ha le sue limitazioni. E le sue vulnerabilità. Quindi, Israele non potrà riposare sugli allori. In questo senso, un settore che acquisirà importanza in futuro sarà proprio quello dei laser, che soppianteranno presto i sistemi basati sull’intercettazione cinetica utilizzata dai missili. Ma ogni soluzione presenta vantaggi e svantaggi.

Le migliorie

L’8 febbraio 2020, il Ministero della Difesa aveva annunciato una vera e propria rivoluzione tecnologica nell’ambito dei laser a stato solido. Un risultato degno di nota per il suo potenziale nel rafforzare le minacce minori a Israele. Ma da solo non potrà rappresentare una difesa efficace. Piuttosto, questa nuova tecnologia si aggiungerà alle capacità di intercettazione affiancando un sistema innovativo ed economico, seppur limitato. Sebbene rimanga una scoperta importante, infatti, tale tecnologia richiederà diversi anni di lavoro (e centinaia di milioni di shekel) prima del suo sviluppo. Di certo, l’aggiunta di un intercettore laser al fianco dell’amato Iron Dome, migliorerà le prestazioni difensive e sarà vantaggioso anche per i partner di Israele. Tra cui gli Usa.

Il punto

Di sicuro, in questi ultimi anni Israele ha compiuto uno sforzo formidabile per progettare un sistema di difesa antimissile efficace. Ancorché culminato nella Cupola di ferro. Infatti, Iron Dome non è altro che il risultato di sacrifici, prove, tentativi falliti. E determinazione. Di certo, non si può dire che sia un sistema perfetto. O del tutto completo. Ma di sicuro Israele ha intenzione di apportare continue migliorie in futuro, che possano tendere a questo obiettivo. A ben vedere, forse una perfezione non la raggiungerà mai. Perché dovrà costantemente adattarsi alle innovazioni belliche. Anche, e soprattutto, quelle dei nemici dello Stato ebraico.

Iron Dome in azione in Israele