Israele e l’insostenibile leggerezza dell’autodifesa

La legittimazione si misura a suon di bombe?

0
521
israele autodifesa

Israele ricorre al principio di autodifesa per giustificare la sua strenua offensiva a Gaza. L’obiettivo è distruggere i gruppi terroristici della Resistenza palestinese. Nel frattempo, la violenza sconquassa il Medio Oriente, da cui giungono immagini strazianti. Donne e bambini muoiono sotto alle bombe. Crollano i palazzi. Eppure, le forze di sicurezza israeliane continuano la loro offensiva. Che sia legittima l’azione dello Stato ebraico? E quali sono le ragioni di questa guerra?

Israele combatte per autodifesa?

La scorsa settimana il Ministro degli Esteri israeliano ha descritto gli “scontri” a Gaza come una controversia tra privati. Il che appare un modo originale per descrivere quella che le Nazioni Unite chiamano presunto crimine di guerra. Questo sulla base di una risoluzione della Convenzione di Ginevra del 1949, secondo cui il trasferimento di parti della popolazione civile di una potenza occupante nei territori da essa occupati è proibito ai sensi del diritto umanitario internazionale. “I trasferimenti forzati, in massa o individuali, come pure le deportazioni di persone protette, fuori del territorio occupato e a destinazione del territorio della Potenza occupante o di quello di qualsiasi altro Stato, occupato o no, sono vietati, qualunque ne sia il motivo“.

La storia insegna

In simili casi, anche la storia ha la sua importanza. E va considerata. Secondo B’Tselem, la principale organizzazione israeliana per i diritti umani, nel 1980 Israele annetté illegalmente la zona Est di Gerusalemme, quando rivendicò l’intera città come capitale del suo Stato. L’area, che gode del particolare status quo riconosciutole dal diritto internazionale, era popolata in prevalenza da palestinesi. I quali, a quel punto, erano diventati “immigrati scomodi” per Israele. Da allora, le autorità sioniste hanno fatto il possibile per sradicarli dalla Città Vecchia. Lo testimonia il fatto che nel 1967 hanno revocato il diritto alla residenza permanente a migliaia di palestinesi. Il tutto per rivendicare quanto spetta al popolo ebraico: la Terra Promessa (Gen. 15:18-21). Il territorio che apparteneva al popolo di Israele già prima della sua proclamazione, nel 1948.

Un regime di apartheid?

Dal canto loro, le autorità palestinesi e i gruppi per i diritti umani come Human Right Watch accusano Israele di gravi violazioni nei territori occupati. A partire dal cambiamento demografico della popolazione. In effetti, si tratta di una tecnica che sconcerta per la sua semplicità: si sostituisce la popolazione palestinese con i “coloni” ebrei. A causa di tale pratica, nei giorni scorsi si era riaccesa la disputa. Ci si riferisce agli sfratti nei confronti dei palestinesi nel quartiere di Sheikh Jarrah, a Gerusalemme Est. Dapprima, i manifestanti avevano protestato per le vie della Città Vecchia. Altri scontri erano avvenuti sulla Spianata delle Moschee. Di lì, nella Cisgiordania occupata. Fino all’arrivo dei razzi da Gaza. Al momento, centinaia di persone hanno perso la vita. Tra queste oltre 40 bambini. Nella città di Gaza, i bombardamenti delle IDF hanno colpito anche la sede di alcune agenzie di stampa internazionali.


La libertà di stampa a Gaza è letteralmente crollata



Manifestanti pro Palestina forzano il confine israeliano (Video)


Israele e il diritto all’autodifesa

Nel frattempo, l’amministrazione statunitense si mostra accondiscendente nei confronti di Israele. Per il presidente Joe Biden lo Stato ebraico ha esercitato il diritto all’autodifesa. Stavolta, però, appare labile il confine tra autodifesa e aggressione. Perché non si deve dimenticare che una delle fazioni è occupata; mentre l’altra è occupante. Ma facciamo un passo indietro. In passato, tutte le grandi potenze coloniali hanno rivendicato il diritto di autodifesa contro i popoli che soggiogavano. Specialmente nei confronti delle comunità ostili, che avrebbero potuto compromettere la loro permanenza. Sulla scorta di tale giustificazione si sono commessi diversi crimini. Tra cui gli omicidi di massa. Ciò è accaduto, ad esempio, durante la colonizzazione africana. Una storia che è disseminata dei cadaveri di quanti abbiano osato contrapporsi ai colonizzatori europei, militarmente superiori.

Occupazione

Lo descrive bene la storica Caroline Elkins nel libro British Gulag. Più precisamente, l’esperta definisce “campagna omicida” l’occupazione degli inglesi nel Kenya coloniale. Il periodo è quello degli anni ’50. La rivolta dei contadini Mau Mau, così com’è conosciuta, si è conclusa in tragedia. Oltre un milione e mezzo di civili kikuyu sono finiti nei campi di concentramento. In quei campi di sterminio, i colonizzatori avevano istituito un sistema brutale di campi di tortura, dove sono morte decine (centinaia?) di migliaia di persone. Tutte sospettate di aver preso parte alla ribellione. E per questo depredate, brutalizzate e assassinate dagli stessi conquistatori che le avevano invase. Eppure, i poveri contadini kikuyu non avevano dalla loro il diritto internazionale.

Le Nazioni Unite

Se la stessa sollevazione fosse avvenuta nel 1982, avrebbero avuto maggiori chance. Quell’anno, infatti, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite aveva partorito il principio di “autodifesa”. In merito, la risoluzione 37/43 riconosceva “la legittimità della lotta dei popoli per l’indipendenza, l’integrità territoriale, l’unità nazionale e la liberazione dalla dominazione coloniale e straniera e dall’occupazione straniera da parte di tutti i disponibili le significa, compresa la lotta armata”.


Israele festeggia Iron Dome: 10 anni anti missile


Autodifesa di Israele: diritto acquisito

Ebbene, quella risoluzione ribadiva espressamente la valenza del diritto di autodifesa nel caso del conflitto israelo-palestinese. A favore di Israele. Non solo. Negli ultimi decenni, lo Stato ebraico ha professato la sua causa sionista con l’Occidente. In questo senso, presentandosi come l’unica forza nella regione in grado di arginare l’estremismo islamista. Ciò grazie anche alla collaborazione con gli USA, specialmente nel settore tecnologico e nella logistica militare. Della quale Iron Dome, il sistema della difesa antimissile nonché fiore all’occhiello delle forze di sicurezza israeliane, ne è uno dei frutti. Per questo non deve sorprendere se la comunità internazionale ha deciso di non intervenire a Gaza. O meglio: di non decidere.

Il fine giustifica i mezzi?

Nelle varie conferenze stampa, i vari portavoce dei funzionari israeliani ribadiscono le difficoltà che l’autoproclamatosi “esercito più morale del mondo” incontra nello scovare e neutralizzare i terroristi. I quali, dicono, si nascondono dietro ai civili. Una narrazione impacchettata a beneficio dell’opinione pubblica occidentale. Con maestria. Del resto, il messaggio è chiaro: accettate (e sostenete) l’offensiva di Israele contro Hamas e i gruppi estremisti; ne avrete solo da guadagnare. In proposito, una voce fuori dal coro è quella della deputata USA Alexandra Ocasio-Cortez. La rappresentate ha obiettato alla narrazione secondo la quale Israele starebbe esercitando il diritto all’autodifesa. In particolare, ha evidenziato l’ipocrisia di una giustificazione che non considera il contesto di oppressione, anzi lo avvalora. Davvero il fine giustifica i mezzi?


Premier israeliano: speculazioni sulla guerra



Escalation su Gaza: CPI sospetta crimini di guerra


L’Occidente

Intanto l’Occidente osserva, da compunto spettatore, quanto accade nei territori occupati per mano di Israele. Una potenza coloniale che ha confinato i palestinesi in una prigione a cielo aperto. Sebbene con una migliore assistenza sanitaria. Ma quando i media occidentali parlano di “ciclo di escalation”, equiparano l’oppressione alla resistenza all’oppressione. Di conseguenza, presentano la violenza come un conflitto tra due avversari con uguali pretese. In questo modo si ignora il fatto che i palestinesi siano impegnati in una lotta per la liberazione da un’occupazione illegale. Oltre che un regime di discriminazione razziale ed etnica. Un crimine internazionale di apartheid, a detta di Human Rights Watch.

Israele: tra autodifesa e occupazione

Per ciò, la comunità internazionale non potrà esimersi dal compiere una scelta. Qualunque essa sia. Ma che sia consapevole. E della quale se ne assuma la responsabilità. Non bastano le espressioni solidaristiche di “sgomento” e “grave preoccupazione” per la morte dei palestinesi. Per altro, intervallate a singhiozzo con dichiarazioni di “incrollabile sostegno alla sicurezza di Israele e al legittimo diritto di Israele di difendersi”. Del resto, il solo fatto di tollerare la situazione significa prendere una posizione. Perché equivale ad avvallare la delegittimazione della resistenza palestinese in favore dell’occupazione israeliana. Proprio quest’ultima rappresenta il nocciolo del problema su cui si fonda il conflitto attuale. La rivolta, l’Intifada, del popolo palestinese non finirà finché non cesserà l’occupazione dei territori.

Il punto

Ora i palestinesi rivendicano con maggior forza i loro diritti. Tanto che sono disposti a tutto pur di vederli rispettati. A ben vedere, quella che si sta combattendo oggi non è una guerra di conquista. Si tratta di una battaglia per la legittimazione. Un confronto che Israele sta perdendo. Almeno per ora. E che perderà ogni qual volta i suoi razzi provocheranno un massacro. In tal senso, persino un’occupazione via terra della Striscia sarebbe controproducente. Dunque, la violenza non sarà la soluzione. Prima Israele lo accetterà, meglio sarà per tutti.


Conflitto Israele Gaza: sale la tensione in Medio Oriente


Israele esercita l’autodifesa?