Iraq Siria: sale la paura per la minaccia Isis (Video)

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Iraq e Siria affrontano la rinascita dell’Isis. Sebbene il “califfato” sia stato abbattuto nel marzo 2019, la sua ideologia e le ragioni socioeconomiche alla base sono ancora presenti. Tuttavia, più che una fenice che risorge dalle ceneri sembra una testa di Idra che spunta al posto della precedente. E mentre ci si chiede come si comporterà questa nuova creatura, non si può fare a meno di chiedersi se gli USA abbiano fallito. In Iraq come in Siria.

Isis torna in Iraq e Siria?

In Iraq e Siria si vive ancora nella paura. Non solo di perdere i propri cari. O i propri figli. Ma anche di essere rapiti o violentati. Perché dopo il ritiro delle truppe statunitensi in Medio Oriente gruppi terroristici come l’Isis potrebbero tornare a controllare il territorio. A uccidere e stuprare. Sì, perché il “califfato” si sta ricostituendo. Nonostante si pensasse debellato dopo la caduta della città di Baghouz in Siria, il 23 marzo 2019, l’ideologia e le ragioni socioeconomiche che l’hanno generato sono ancora presenti. D’altronde, gli esperti ci avevano avvertiti. Ad esempio il professor Olivier Roy dell’Istituto Universitario Europeo (EUI), che nel dicembre 2019 aveva spiegato all’ISPI come il sedicente Stato islamico sarebbe potuto “tornare in gioco“.

Com’è la situazione in Iraq e Siria?

In effetti, Roy aveva osservato come in Iraq e Siria la situazione non si fosse risolta. Questo perché “Dopo la sconfitta dell’Isis, non vi sono stati negoziati con i gruppi tribali che lo sostenevano, dunque questi ultimi potrebbero riprendere la lotta, traendo vantaggio dall’assenza di una politica americana di lungo respiro“. Lo ha confermato involontariamente AlJazeera, riferendo che in realtà molti militanti dell’Isis non hanno mai lasciato i due paesi. Piuttosto che varcare i confini gli jihadisti hanno deciso di sparpagliarsi e mantenere un basso profilo. In attesa che la situazione tornasse propizia. Del resto, questa è sempre stata la linea di condotta, se non la politica, del gruppo islamista.

La testimonianza

Più di ogni altra cosa, Rania Najim Abed teme che l’Isis possa tornare a Tel Eskof. La città dov’é nata, nel Nord dell’Iraq, ad appena 15 km dall’ex roccaforte dei ribelli Mosul. Nel 2014 quando Abed aveva 23 anni lei e la sua famiglia, tutti cristiani, avevano cercato protezione nella piana di Ninive. E poi a Kirkuk, per sfuggire all’Isis. Lì, gli jihadisti avevano massacrato le minoranze religiose e stabilito il cosiddetto califfato islamico, a cavallo tra Iraq e Siria. Un’area delle dimensioni della Gran Bretagna. Poi, nel 2016, il gruppo terroristico aveva assaltato anche Kirkuk. Ad Aljazeera Abed ha raccontato: “Ero alla facoltà di medicina a Kirkuk“. “Temevo che potessero rapirmi come avevano fatto con tante altre ragazze. Per fortuna le forze curde ci hanno protetto“.

La rinascita

Più tardi, quello stesso anno, il governo iracheno aveva dichiarato la sconfitta dell’Isis. Così Abed era potuta tornare a casa. Ma la rinascita del gruppo islamista l’ha fatta ripiombare nel terrore. “Viviamo costantemente nell’angoscia“, ha detto la giovane ad Al Jazeera. E ha raccontato: “Nonostante la loro sconfitta in Iraq e in Siria, ci sono ancora così tanti attacchi dell’Isis“. “C’è stato un attacco a Kirkuk, a Diyala, a Salah-ad-din, a Baghdad. So che queste zone sono lontane dalla mia città, ma siamo vicino al deserto e l’Isis è ovunque nel deserto Iraq-Siria“.


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Cosa riferiscono i militari?

Soprattutto, l’intensificarsi degli attacchi in Iraq e Siria nell’ultimo anno sarebbe un’importante campanello dall’allarme secondo AlJazeera. Ad esempio, in Iraq si sono registrati circa 600 assalti del gruppo jihadista solo nel primo trimestre del 2020. Mentre in Siria gli attentati sono all’ordine del giorno. Specialmente a Deir Az Zor, spesso bersaglio di attacchi mirati. Ad AlJazeera, un soldato che fino a poco tempo fa è stato di stanza nella 17a divisione dell’esercito siriano a Deir Az Zor ha riferito: “L’Isis ha attaccato uno dei camion della divisione all’esterno e ha ucciso tutte le reclute nel maggio 2020“.

La dichiarazione

I miei colleghi ed io eravamo molto spaventati e abbiamo trascorso notti insonni temendo un attacco dell’Isis“, ha raccontato. A condizione di rimanere nell’anonimato per evitare ripercussioni, il militare ha ammesso che gli jihadisti “Terrorizzano le guardie ai posti di blocco militari che rischiano la vita ogni giorno e quelle che collaborano con il regime siriano“. Inoltre, ha aggiunto: “Ogni giorno viene fatto rapporto di qualche omicidio“. Secondo queste testimonianze, è innegabile che la minaccia dell’Isis sia sempre più reale. Ma com’è sopravvissuto il gruppo islamista in Iraq e Siria?

Sopravvivenza dell’Isis in Iraq Siria

Una serie di fattori hanno contribuito alla sopravvivenza del gruppo. Compreso il ricollocamento delle forze di sicurezza per attuare i controlli sul rispetto del coprifuoco durante la pandemia. Sebbene nessuno neghi che l’Isis abbia continuato a reclutare adepti per recuperare i militanti perduti, anche la politica estera statunitense ha svolto un ruolo decisivo. Con il cambio di guardia a Washington, infatti, si è riaperta la questione di come arginare la rinascita del gruppo islamista. Specialmente dopo il ritiro di gran parte del contingente americano dal Medio Oriente per sospendere i “conflitti infiniti”. Basti pensare che al momento ci sono appena 2.500 soldati americani in Iraq. E poco meno di 700 nel Nord Est della Siria. Mentre le Nazioni Unite hanno stimato che l’Isis vanti ancora 10.000 combattenti. Oltre a riserve economiche tra i 300 e i 500 milioni di dollari.

Le risorse?

Nonostante il gruppo islamista non detenga le risorse di un tempo, comunque non è da considerarsi sconfitto. Soprattutto perché i ribelli hanno attaccato costantemente la polizia locale e i posti di blocco militari. Inoltre, lo Stato islamico ha lanciato gli attacchi maggiori proprio contro le forze di sicurezza in Siria. Oltre ad aver inviato due attentatori suicidi nel cuore di un mercato affollato come quello Baghdad, che avevano attirato la polizia prima di farsi esplodere. Pertanto Olivier Guitta, un consulente per la sicurezza, ha dichiarato che, in realtà, l’Isis non sia mai stato sconfitto.

Una nuova leadership?

Ad AlJazeera, Guitta ha ammesso: “La minaccia dell’Isis è molto, ma molto reale“. “Per i due anni successivi alla sconfitta, l’Isis si è riorganizzato in Iraq e si sta preparando per la fase successiva“. Inoltre, l’esperto ha osservato che il gruppo jihadista “Ha controllato molti villaggi e instillato la paura nei cuori dei residenti“. Da ultimo, secondo l’esperto il gruppo potrebbe già avere una nuova leadership. Infatti, Guitta ha ipotizzato che si tratti di quei combattenti cui è stato permesso di lasciare Raqqa dalle forze della coalizione.


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Iraq Siria dicono addio all’Isis?

Ma Guitta ha osservato che nell’ottobre 2017 centinaia di combattenti hanno lasciato la capitale del califfato assieme alle loro famiglie. In base a un tacito accordo, molti di loro si sono sparpagliati in tutta la Siria approfittando del conflitto civile. Alcuni sarebbero addirittura giunti in Turchia, la “porta” dell’Occidente. Infatti, Guitta ha chiarito: “La coalizione ha commesso un grave errore lasciando che i jihadisti dell’Isis se ne andassero con le loro armi da Raqqa“. E ha proseguito: “Alcuni dei quadri di livello medio-alto dell’Isis hanno avuto il tempo di pianificare la loro strategia di emergenza“. Mentre l’anno seguente il governo del presidente Bashar al-Assad ha permesso ai membri dell’Isis di controllare Yarmouk, un campo per rifugiati palestinesi. Ma anche di attraversare l’area desertica a Est della Siria conosciuta come Badiya.

L’avanzamento dei ribelli

Questi miliziani in seguito sono tornati a Ovest. Il tutto per attaccare la città drusa di Suweida e scatenare l’inferno contro un popolo che aveva cercato di rimanere neutrale durante i molti anni di conflitto. Diverse persone in città avevano accusato al-Assad di aver inviato intenzionalmente l’Isis nei loro territori per punirli di essersi rifiutati di rientrare nelle fila del suo esercito. Eppure, sia il regime sia i curdi stanno combattendo le cellule jihadiste nelle zone della Siria dove si pensa abbiano trovato appoggio. Per Bassam Barabandi, ex diplomatico siriano, la sfiducia che intercorre tra le forze curde sostenute dagli USA e le tribù arabe è ulteriore ragione di sopravvivenza per l’Isis. Tanto che ritiene che il gruppo jihadista esisterà finché i curdi saranno i principali alleati di Washington.


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Isis in Iraq Siria: errore degli USA?

Gli Stati Uniti hanno commesso un errore quando hanno contato sulle forze curde come unico partner con cui lavorare“, ha spiegato Barabandi. Infatti, il diplomatico ha ribadito che questo abbia di fatto escluso gli arabi anti-Isis che si sono sentiti abbandonati. “Gli Stati Uniti dovrebbero impegnarsi seriamente per ridurre le incomprensioni tra arabi e curdi“. E chiarire che “I territori arabi dovrebbero essere governate dal popolo arabo, non dalle SDF (Syrian Democratic Forces) guidate dai curdi“. Invece, l’amministrazione Biden considera i curdi validi alleati locali, che hanno sconfitto l’Isis senza imporre un costo eccessivo a Washington. Mentre 10.000 curdi sono morti nei combattimenti, i circa 2000 soldati del contingente statunitense hanno agito per lo più da consulenti anziché come truppe in prima linea.

L’opinione degli esperti

Del resto, lo Zio Tom in Medio Oriente è una sorta di equilibrista sul filo. Da una parte, viene visto da molti come una forza di occupazione a cui chiedono di andarsene. Dall’altra, quegli stessi detrattori si affidano alla tecnologia e all’esperienza statunitensi per contenere la minaccia dell’Isis. Ad ogni modo, l’analista iracheno Sajad Jiyad ha affermato che Biden dovrebbe chiarire quanto prima gli obiettivi della sua politica in Medio Oriente. E indicare il tempo che dedicherà per raggiungerli. “La politica statunitense contro l’Isis deve sostenere le forze locali piuttosto che coinvolgere direttamente i ribelli”, ha spiegato. “Ha funzionato bene in Iraq e in altre aree ma questa politica avrebbe dovuto definire degli obiettivi finali“. Così da aumentare “la capacità delle forze nazionali di essere autosufficienti“.

Il commento

Federico Borsari, dell’ISPI Mena Centre, ha commentato la riduzione del numero di soldati americani in Iraq. Secondo l’analista, questa decisione “Conferma che il mantenimento di una forte presenza militare nel paese non è più una priorità per Washington, che invece sta cercando di costruire, in accordo col governo iracheno, una partnership economica e di sicurezza di lungo termine“. “Nel contempo, però, questo parziale ritiro potrebbe favorire gli attori politici e i gruppi filo-iraniani, che lo sfrutterebbero a fini di propaganda, e rischia di lasciare le forze di sicurezza irachene senza il necessario supporto contro la crescente guerriglia condotta dalle cellule legate allo Stato Islamico“.


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Iraq Siria: e l’Europa?

Aron Lund, ricercatore presso l’Agenzia svedese per la difesa, ha affermato che l’Isis rappresenta ancora una minaccia per l’Europa. Anche se non ritiene sia il caso di esasperare le cose. “È sicuramente qualcosa da tenere d’occhio, ma vale la pena mantenere la calma“, ha detto Lund. “Per i paesi europei, il problema principale al momento sembra essere l’auto-avviamento e i pazzi ispirati dalla propaganda online, che a volte avranno un supporto limitato da parte dei gestori in Iraq e Siria“. Soprattutto, il ricercatore ritiene che sia “Una minaccia affrontata al meglio attraverso un lavoro di polizia dotato di risorse adeguate, un coordinamento internazionale e una retorica politica responsabile che non esagera il pericolo“.

Cosa cambia?

In definitiva, la domanda non è se l’Isis risorgerà dalle sue ceneri. Quanto, invece, quale sarà la leadership che si sostituirà al sedicente Stato islamico nel coordinamento delle forze jihadiste locali. Tutte riunite sotto l’egida della jihad globale. E soprattutto se Baghdad sarà in grado di far fronte autonomamente a questa minaccia visto il ritiro delle truppe statunitensi.