Sembra che l’Iraq, culla delle civiltà più antiche, quali sumeri, babilonesi e assiri, oggi, dopo la fine di Daesh ha davanti a sè un’altra sfida , ossia la lotta alla corruzione, un problema, quest’ultimo, endemico e che non riesce a trovare soluzione.

Secondo il sito Trasparecy International, su una scala che va da 0 (livello più alto di corruzione nel settore pubblico) a 100 (livello più basso di corruzione), l’Iraq è al 18° livello, e si posiziona al 168° posto su 180 tra i Paesi più corrotti.

Volendo fare un paragone con la situazione di due anni fa, ossia quando il Paese era impegnato a combattere Daesh, si nota un lieve miglioramento dal punto di vista della corruzione, poichè, in quel periodo, l’Iraq si piazzava all’11° livello nella scala poc’anzi menzionata.

Certamente questo è un punto a favore per tutti gli iracheni, cittadini e politici che vogliono un Paese scevro dalla malversazione in tutti gli ambiti della società, ma la strada è ancora lunga e irta di ostacoli, tuttavia con l’impegno politico sarà possibile sconfiggere, o quanto meno ridurre a proporzioni più accettabili questo cancro della società.

Dove nasce la corruzione?

Per capire come curare questa malattia, è necessario capire l’origine del problema.

Il petrolio è la fonte, per così dire, di reddito dell’Iraq. Il 98% delle entrate, infatti, deriva dall’esportazione del greggio, di cui buona parte era estratta a Bassora, almeno fino a due anni fa, quando lo Stato islamico controllava molte altre zone petrolifere.

Daesh, dunque, ha causato danni non solo geopolitici, ma anche economici all’Iraq. Questa situazione così complessa, infatti, ha avvantaggiato alcune zone del Paese, come il Kurdistan iracheno, che ha trattenuto i ricavi dell’estrazione del petrolio, rifiutandosi di consegnarli al governo centrale.

Se la situazione nelle zone non controllate dal governo è fuori controllo, in quelle in cui esso governa non è migliore.

A Bassora ad esempio, dove la presenza governativa è molto forte, si trovano gli oleodotti e gasdotti che pompano il petrolio verso i terminal di Khor al-Amaya, che a loro volta, conducono il petrolio verso il Golfo Persico e da lì viene esportato verso gli altri Paesi.

Il linea teorica questo è il percorso che dovrebbe fare il greggio prima di essere esportato.

Dal 2014 in poi, il fenomeno della corruzione e il contrabbando di petrolio non hanno accennato a diminuire, anzi sono aumentati. Va detto che il commercio illegale del greggio in Iraq non è un effetto dell’apparizione di Daesh sulla scena irachena, anzi, già ben prima della comparsa del sedicente califfato, l’ex presidente Nouri al-Maliki aveva istituito una commissione d’indagine sulla dispersione del petrolio nella zona di Bassora. Quest’organo, creato ad hoc, tuttavia, non arrivò ad alcun risultato concreto.

Si scoprì successivamente, che alcuni membri della suddetta commissione ricevevano proventi del contrabbando di petrolio.

Insomma, questi cosiddetti “membri” ricoprivano la loro carica non per accertare la verità, ma per insabbiarla.

Il ministero del petrolio, dal canto suo, ha deunciato il furto di quasi 300mila barili di petrolio, spariti appena arrivati a Bassora. Alcune società internazionali chiamate per esaminare lo squilibrio tra il petrolio estratto e quello giunto effettivamente a Bassora, hanno dichiarato che ben il 50% del greggio totale è finito sul mercato nero del contrabbando.

Qual ‘è il segreto di questo mercato illegale?

E’ ovvio che questo genere di attività si mantiene solo con le dovute coperture politiche, che permettono il traffico illegale dell’ oro nero.

A questo proposito, sembra opportuno riportare le parole di Sadeq al-Mhanna, parlamentare sciita della National Alliance, il quale ha affermato che: “Molti partiti sono coinvolti nel contrabbando di petrolio, e dovrebbero essere ritenuti responsabili per questo. Ho intrapreso le misure giuridiche necessarie e affrontato il primo ministro e il Ministero del Petrolio, esortandoli ad agire contro la corruzione dei partiti, ma senza risultato[…] anche se il ministero del Petrolio ha installato contatori per misurare il petrolio nei porti di Bassora, questi contatori non sono stati calibrati correttamente. Nel 2013 sono stati sostituiti, ma il problema persisteva, il ministero del Petrolio ha accusato della dispersione di petrolio i contratti di servizio stipulati con compagnie petrolifere straniere. Tuttavia, non può essere, poichè queste società non sono responsabili per i contatori di petrolio”.

Il direttore del porto di Bassora ha risposto al deputato, tramite il suddetto ministero, indicando altrove la fonte della dispersione in questione, poichè all’interno del porto ci sarebbero ben due commissioni addette alla misurazione del greggio, una in entrata e una in uscita.

Nonostante un intervento volto alla semplificazione della procedura di controllo, essa, in concreto, resta complessa, coinvolgendo un certo numero di persone: forse è proprio questa “catena di sant’ Antonio” che permette il furto del greggio e ostacola così l’ individuazione degli autori.

Quali sono i provvedimenti del governo?

Quelle che abbiamo appena esposto, sono questioni che datano qualche anno, ma ancora attuali, visto che il governo iracheno sta ancora tentando di combattere la corruzione e il furto del greggio.

L’attuale primo ministro abd al-Mahdi ha dichiarato che, a breve, sarà discusso un progetto di lotta alla corruzione, di cui i dettagli non sono ancora noti, che colpirà tutti a prescindere dall’appertenza politica.

Questo è un progetto ambizioso e sicuramente degno di lode, tuttavia difficile da realizzare, secondo alcuni, poichè il problema, in Iraq, come già detto, è l’enorme corruzione che intacca tutti i livelli dello stato, quindi è difficile che una legge che sarà promulgata tra qualche settimana (forse), risolva tutto di un fiato, quello che non è stato fatto in tanti anni.

Per realizzare l’obbiettivo dichiarato da al-Mahdi sono state avanzate due proposte: o l’amnistia per i corrotti, con la conseguente interdizione dagli incarichi pubblici, parlamentari, economici per almeno dieci anni; oppure che i corrotti facciano rientrare i capitali, frutto delle ruberie, considerate come debiti nei confronti dello Stato, da pagare entro un limite di tempo.

Questi provvedimenti sono lodevoli, ma i politici saranno tutti d’accordo ad approvarli? Difficile saperlo con certezza.

Con ciò non si intende bocciare già in partenza il progetto di al-Mahdi o le proposte fatte, piuttosto si vuole sottolineare che per fare quanto dichiarato dal primo ministro, occorre tempo e soprattutto la volontà politica di realizzarlo.






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