Iraq 8 marzo Papa: donne più forti dei soprusi (Video)

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Papa Francesco è ripartito dall’Iraq l’8 marzo, il giorno dedicato alle donne. Prima di salutare la meta del suo pellegrinaggio, però, il Santo Padre ha voluto riconoscere il coraggio dimostrato dalle donne irachene che da anni sopportano soprusi e violenze. Anche loro “meritano di essere rispettate”, ha ribadito il Pontefice. Del resto, come si potrebbe rimanere indifferenti dopo aver ascoltato le loro storie?

Iraq 8 Marzo: le donne festeggiano?

In Iraq l’8 marzo non è una giornata come le altre. Specialmente dopo la visita del Santo Padre che si conclude oggi. Un viaggio che, a detta del Papa, “Rimarrà sempre nel mio cuore“. Ma prima di salutare la meta del suo pellegrinaggio, Papa Francesco ha voluto celebrare na ricorrenza importante quanto significativa. In particolare, Bergoglio ha ringraziato tutte le “Donne coraggiose che continuano a donare vita nonostante i soprusi e le ferite“. Da anni, infatti, moltissime di loro sono subiscono ogni sorta di abuso e violenza. Solo aggravate dal terrorismo e dalla guerra. Eppure, “Le madri consolano, confortano, danno vita” ha ribadito il Santo Padre. E ciò è innegabile. Pertanto, il Papa ha auspicato “Che le donne siano rispettate e tutelate, che vengano loro date attenzione e opportunità“.

La sofferenza delle donne in Iraq

Da Qaraqosh, dove vive una comunità cristiana distrutta nel 2014 dal sedicente Stato islamico (Isis), il Santo Padre ha ribadito: “Vorrei dire grazie di cuore a tutte le madri e le donne di questo Paese“. Come ha appreso Papa Francesco durante la sua visita, le donne in Iraq vivono una condizione difficile. Non solo per una cultura patriarcale che le vuole subalterne al padre, ai fratelli o al marito. Ma soprattutto perché anni di terrorismo e guerre le hanno private di quanto avevano di più caro. I propri figli e i propri e mariti. Com’è accaduto a Doha, che ha visto uccidere il figlio di 4 anni dalle milizie Isis nel giardino di casa, a Qaraqosh. O a Rafah, che è rimasta sola a Bassora perché tutta la sua famiglia è fuggita dall’Iraq per cercare fortuna altrove.


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Iraq 8 Marzo: la solidarietà del Papa

In questi giorni Papa Francesco ha visitato i luoghi dove migliaia di fedeli, cristiani e musulmani sono stati uccisi o costretti ad abbandonare le loro abitazioni. La visita apostolica è valsa proprio a questo. Portare un messaggio di solidarietà e di speranza a tutti coloro che in questi anni hanno sofferto le gravi conseguenze della guerra e del terrorismo. Tra cui le donne. In effetti, sul volo diretto in Iraq il Papa ha ricevuto un biglietto da una giornalista spagnola. Si trattava di una riproduzione del “listino prezzi” delle donne irachene. Come ha scoperto Francesco, biglietti simili venivano affissi sulle porte dei negozi e delle moschee. “Una tragedia“, ha commentato il Santo Padre in preda allo shock. Tuttavia, Bergoglio ha riconosciuto una parte della responsabilità all’Occidente, “dove c’è la tratta” per lo sfruttamento della prostituzione.

Iraq 8 marzo: parola alle donne

Nadia, di fede yazida, ha riconosciuto l’importanze della visita del Santo Padre in Iraq. Un pellegrinaggio storico sotto ogni punto di vista. Eppure lei, insignita del Premio Nobel per la Pace per quello che ha dovuto soffrire, ritiene che ci sia ancora molto lavoro da fare per cambiare le cose. Un’opinione che è condivisa da moltissime donne irachene, indipendentemente dalla confessione religiosa. Cristiane, yazide e musulmane, infatti, condividono la preoccupazioni per le sorti di un paese martoriato dalle violenze e dai conflitti. Nonostante il paese mediorientale si fosse dimostrato progressista in passato. Ad esempio, riconoscendo alle donne il diritto alla scolarizzazione fino agli anni ’70. Oppure il diritto di voto che le irachene hanno ottenuto a partire dagli anni ’80.

Com’è la situazione?

Nel corso degli ultimi quarant’anni, però, tali conquiste femminili si sono sgretolate sotto gli occhi delle interessate. Proprio l’avvento del fondamentalismo islamico tramite l’Isis sarebbe stato il fattore principale del deterioramento della condizione della donna. A cui si sono aggiunti i difficili anni di guerra e terrorismo. “Con grande tristezza, ci guardiamo attorno e vediamo altri segni, i segni del potere distruttivo della violenza, dell’odio e della guerra“, ha osservato Papa Francesco in visita ai luoghi sacri. “Quante cose sono state distrutte! E quanto dev’essere ricostruito!“. Eppure, ha detto Bergoglio, “Il terrorismo e la morte non hanno mai l’ultima parola. L’ultima parola appartiene a Dio e al suo Figlio, vincitore del peccato e della morte“. Perché “anche in mezzo alle devastazioni del terrorismo e della guerra, possiamo vedere, con gli occhi della fede, il trionfo della vita sulla morte“.


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Iraq 8 marzo: le testimonianze

Tuttavia, i sacrifici delle irachene sono stati molti. Specialmente per le donne di fede cristiana. Ad esempio, Doha Sabah Abdallah ha raccontato come abbia assistito all’uccisione di suo figlio di soli 4 anni. “Quella mattina eravamo indaffarati con le solite cose e i bambini stavano giocando davanti alle nostre case, quando è successo un incidente che ci ha costretti ad uscire“. “Ho sentito un colpo di mortaio e sono uscita da casa di corsa“. Poi, ha spiegato: “Le voci dei bambini sono ammutolite mentre aumentavano le urla degli adulti“. Il suo piccolo e il cuginetto non c’erano più. Non avrebbero più giocato insieme. Mentre i loro genitori non avrebbe più ascoltato le loro voci gioiose. Da madre, Doha ha sopportato un dolore straziante. Ma da cristiana ha perdonato.

C’è speranza?

Rafah Baer appartiene alla piccola comunità dei mandei in Iraq. Lei, di Bassora, è rimasta la sola a non trasferirsi mentre tutti i componenti della sua famiglia sono fuggiti. Questo nella speranza di costruire un domani migliore. Come ha spiegato Rafah: “Anch’io ho il passaporto pronto”. Però, ha continuato, “voglio restare nella mia terra” ed “essere sepolta qui“. Soprattutto, Rafah vorrebbe “sperare che ci sia rispetto per tutti, a partire dalle donne“. Anche la comunità yazida in Iraq ha risentito pesantemente dei crimini commessi dall’organizzazione dello Stato islamico (Isis). In particolare le donne che, tra le altre cose, hanno dovuto sopportare stupri organizzati, schiavitù sessuale e matrimoni forzati.

La comunità yezida

Alcune sopravvissute hanno raccontato come ognuna di loro avesse un prezzo, assegnato in base all’età, alla religione e all’etnia. Molte di loro hanno raccontato di essere state rapite e imprigionate. Oltre che abusate ogni giorno per tutto il periodo di detenzione. Anche le bambine. Quel che è peggio è che quando gli aggressori hanno confessato in tribunale i loro crimini i pubblici ministeri non li hanno perseguiti per stupro. Un reato punibile con una condanna fino a 15 anni di reclusione. Piuttosto, gli inquisitori hanno incentrato l’impianto accusatorio sull’appartenenza, l’affiliazione o al sostegno a gruppi come l’Isis in base alla legge sull’antiterrorismo.

Una riparazione?

Nadia Mourad, Nobel per la Pace nel 2018, è stata a sua volta imprigionata e vittima degli abusi dei militanti dell’Isis. La giovane curda di etnia yazida ha scritto una lettera aperta in occasione della visita apostolica. Lei ritiene che sia “Un’opportunità per affrontare in modo completo i bisogni delle comunità colpite“. Come ha spiegato la giovane, infatti, ancora oggi c’è bisogno di “supporto terapeutico ai sopravvissuti, in particolare alle donne“. Anche se un primo timido passo era stato tentato il 7 aprile 2019, quando il presidente Barham Salih ha presentato un disegno di legge al Parlamento. La proposta sarebbe stata a favore delle donne yezide “sopravvissute” all’Isis.

Il disegno di legge

In particolare, il disegno di legge si ripropone di riabilitare e reintegrare le sopravvissute alle violenze dell’Isis. Oltre che permettere loro di emanciparsi economicamente. Se approvato, sarà “un riconoscimento simbolico del genocidio commesso contro gli yezidi“. Nonostante l’intento sia meritevole, però, il progetto di legge palesa già numerose lacune. A partire dalla definizione stessa di sopravvissuta, che sembra circoscrivere eccessivamente i requisiti di cui una donna debba disporre per accedere alla riparazione. Inoltre, secondo molti critici la legge dovrebbe ricomprendere una platea maggiore. Quindi estendersi a uomini e ragazzi così come ai sopravvissuti e alle vittime di altre comunità. Del resto, la stessa comunità yezida ritiene che nel paese non si sia ancora fatto abbastanza.


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Iraq 8 marzo una ripartenza?

In definitiva, la condizione vissuta dalle donne in Iraq resta alquanto precaria. Lo dimostrano le piccole cose. Ad esempio, il fatto che il paese non abbia ancora adottato una legge contro la violenza domestica. Al contrario, l’ordinamento riconosce come un “diritto” la facoltà di “punire una moglie da parte del marito“. Basti pensare che un primo progetto di legge sulla violenza domestica era stato presentato al Parlamento nel 2014. Ma i suoi progressi erano stati arrestati dall’opposizione della maggioranza politica. In particolare da quella conservatrice che riteneva pericoloso un provvedimento simile. Soprattutto perché avrebbe potuto “erodere” il tessuto sociale iracheno. A tal proposito, il deputato Jamal al-Mohammadawi del National Approach Block aveva dichiarato: “Non possiamo semplicemente fare un copia-incolla delle esperienze occidentali che avranno un impatto negativo sulla nostra società“.

La violenza come prassi?

Indipendentemente da guerre e terrorismo, dunque, la violenza dei confronti delle donne resta universalmente riconosciuta e accettata dalla società irachena. Anche dalle donne. Lo conferma anche uno studio del 2012 del ministero della pianificazione, secondo cui oltre la metà delle donne intervistate riteneva che non costituissero violenza le percosse alla moglie per aver disobbedito a un ordine del marito. Mentre le Nazioni Unite hanno rilevato che almeno il 46% delle donne attualmente sposate in Iraq hanno subito almeno una volta una qualche forma di violenza da parte del coniuge. Che fosse emotiva, fisica o sessuale.

In conclusione

I valori sociali e le usanze considerano vergognoso per la donna sporgere denuncia contro suo marito o suo fratello“, ha detto l’avvocato Marwa Abdul Redha. Da difensore nei casi di violenza domestica, Abdul Redha non è riuscito a riferire ad Al Jazeera nemmeno un singolo caso che abbia portato alla condanna di un aggressore. Questo dimostra come in Iraq sia ancora lungo il percorso affinché possa dirsi raggiunta la piena tutela dei diritti della donna.


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