Un tribunale iraniano ha condannato al carcere l’attivista anti-hijab
Vida Movahedi.

La donna, mamma di una bambina di due anni, era diventata nel 2017 il volto delle proteste contro il velo obbligatorio. La sua immagine, mentre con il capo scoperto agitava l’hijab in piazza Enghelab, ha fatto il giro del mondo ed è divenuta il simbolo di una protesta repressa con la forza.

La condanna, secondo quanto riferisce l’avvocato Payam Dérafchane, è quella di “aver fomentato la corruzione e la dissolutezza” dei costumi; e risale al 2 marzo scorso, anche se la sua pubblicazione è avvenuta in questi giorni.

Dopo le proteste del 2017, Movahedi era finita nella rete delle autorità, che lo scorso ottobre ne avevano disposto l’arresto.
Durante il processo, la donna ha dichiarato al giudice di essere “contraria al velo islamico obbligatorio” e di aver voluto esprimere la propria opinione attraverso una “rivolta civica”.

La protesta anti-hijab non è un fenomeno recente, ma ha acquistato notorietà e sempre più vigore negli ultimi anni. Attraverso la rete, oggi, gli attivisti condividono video e appelli che incoraggiano le donne a rimuovere l’hijab e a postare il gesto sui social.
Anche l’immagine di Movahedi si era diffusa sui social e il suo gesto aveva spronato altre donne ad imitarla. In seguito queste attiviste erano state ribattezzate “le ragazze di viale Enghelab”. In risposta erano avvenute decine di arresti.

A seguito delle manifestazioni, nel gennaio di quest’anno il vice- presidente del Parlamento aveva lanciato l’ipotesi di un possibile referendum, ma fin’ora non è giunta nessuna proposta ufficiale.

L'obbligo del velo in Iran vige dal 1979; vi sono pene per chi trasgredisce. Oggi è stata condannata al carcere l'attivista anti-hijab
Studentesse iraniane prima del 1979

L’obbligo di indossare l’hijab è entrato in vigore con l’ascesa al potere degli ayatollah, con la Rivoluzione Islamica del 1979.

Nel 1997 il Centro Giudiziario Martyr Ghodusi, una branca della magistratura, specializzata nella lotta contro le manifestazioni della cultura occidentale, emanò un codice del costume. Le donne che indossavano «un foulard leggero che non copra completamente la capigliatura o il collo» delle «gonne senza indossare un lungo mantello sopra» o dei «colori sgargianti» correvano seri rischi di essere arrestate.

Oggi, soprattutto nella capitale Theran, è abbastanza comune vedere donne con hijab che non coprono interamente i capelli. Ma le norme sull’obbligo del velo violano chiaramente la libertà di espressione, di religione e il diritto alla riservatezza.
Inoltre esiste un clima di intimidazione nei confronti delle donne. Amnesty International ha denunciato la presenza di squadre filogovernative che aggrediscono le donne in nome della “pubblica decenza”, le schiaffeggiano, le picchiano, le ammanettano e le costringono a salire sui furgoni della polizia.

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