lunedì, Luglio 22, 2024

Intervista esclusiva al direttore scientifico dell’Osservatorio Nazionale della Salute

Molto scalpore ha suscitato nelle Marche lo studio dell’Osservatorio Nazionale della Salute, che prevede il raggiungimento della soglia 0 soltanto a fine giugno (vedi https://www.periodicodaily.com/marche-e-data-0-contagi-e-scontro-aperto-con-losservatorio-nazionale-della-salute/).

Da una parte la Regione e alcuni Sindaci della costa, che contestano apertamente il modello previsionale e i dati  – il sindaco di Gabicce Mare ha scritto direttamente al premier per protesta, il collega di San Benedetto del Tronto parla di «pesante danno di immagine» per l’intera Riviera delle Palme -, dall’altra l’Osservatorio che, invece, difende lo studio. 

In mezzo, i marchigiani che, già stremati dal lockdown e disorientati dalle proiezioni, temono che la Fase 2 possa allontanarsi.

Abbiamo contattato il direttore scientifico dell’Osservatorio Nazionale della Salute, Alessandro Solipaca, che, occorre precisarlo per dovere di cronaca, ha subito accettato di rispondere a tutte le domande, nonostante l’incandescenza del tema, a lui ben nota.

Professor Solipaca, il vostro studio tiene in considerazione i dati dell’intero periodo dell’emergenza o soltanto delle ultime settimane, quando la curva è iniziata a scendere?

Ci tengo a sottolineare che i dati sui nuovi contagi utilizzati per le stime costituiscono una serie storica che va dal 24 febbraio al 17 aprile. Il fenomeno in studio ha un suo andamento caratteristico: inizia con i nuovi contagi che crescono a una certa velocità (dipendente dai parametri di cui sopra), raggiunto il massimo della velocità, iniziano a crescere più lentamente, fino ad azzerarsi. Quindi osservare solo una parte di esso non appare condivisibile.

A proposito di velocità, da cosa dipende l’accelerazione e il rallentamento dell’aumento dei contagi di cui tanto abbiamo sentito parlare in queste settimane?

La pandemia è un fenomeno di contagio esteso che si sviluppa nel tempo, spesso con elevata velocità, questa ultima legata alla costante R0, un parametro importante nei modelli di tipo epidemiologico, insieme a quello relativo all’ammontare della popolazione suscettibile, cioè quella più a rischio di contagio.La scelta dell’Osservatorio, per supportare i policy makers per le decisioni sull’allentamento del lockdown, è stata quella di non stimare un modello di tipo epidemiologico, per la difficoltà di stimare i parametri segnalati in precedenza, soprattutto durante la pandemia. Per questa ragione abbiamo scelto di effettuare, per ogni regione, alcune stime basate su modelli di interpolazione non lineari, che non fanno nessuna assunzione a priori, ma si basano solo sui dati osservati.

Tradotto in parole semplici per noi comuni mortali?

Si tratta di curve predisposte in modo tale da passare tra i punti osservati e quindi di approssimarne l’andamento generale.

Il modello previsionale adottato dalla Regione Marche, come detto, tiene conto della variabilità dei tamponi. Non sarebbe stato più corretto anche da parte vostra considerare il rapporto positivi/tamponi svolti, considerando anche la forte variabilità giornaliera di questi ultimi?

La scelta di utilizzare i nuovi casi positivi, senza rapportarli ai tamponi, è dettata da due ordini di ragioni: il non chiaro significato del dato, poiché i tamponi possono essere replicati sulla stessa persona, a secondo anche della tipologia del test; la seconda è di natura più concettuale. Per questi motivi ho preferito non utilizzarlo, segnalandolo come fattore confondente nei caveat delle analisi».

In poche parole, Lei sta sostenendo che prendere in considerazione il tampone può essere fuorviante in quanto la loro somma non corrisponde al totale dei pazienti sospetti, essendo ripetuti più volte?

Esatto. Inoltre, la probabilità è il rapporto tra il numero di eventi e il numero degli esposti al rischio di tale evento; nel caso specifico delle Marche, la Regione ha considerato al denominatore le persone che sono state sottoposte a un tampone perché presentavano sintomi o per scelta da parte del Servizio sanitario regionale (le Regioni si sono comportate diversamente). Il denominatore corretto sarebbe stato la popolazione suscettibile che purtroppo è sconosciuta.

Cioè quella che comprende anche gli asintomatici o coloro che magari hanno avuto raffreddore e tosse, ma hanno preferito non dire niente al medico di famiglia? 

No, la popolazione suscettibile è quella a rischio di contagio. Per questo motivo, ritengo un errore considerare questo rapporto come la probabilità di essere positivo, con l’aggravante metodologica che il numeratore e il denominatore di questo rapporto non sono indipendenti.

Ovvero?

Come detto, il rapporto in questione varia anche rispetto alle scelte: si tampona tutta la popolazione o solo i sintomatici? Per esempio, se all’inizio della pandemia una Regione si limita a testare solo i sintomatici si avrà una probabilità maggiore di positività, se invece venisse ampliata la platea anche agli asintomatici, si avrebbe una probabilità più bassa. Questo potrebbe spiegare i risultati ottenuti dai tecnici regionali. A tale proposito, vi segnalo un articolo della ISPI il quale mette in luce che l’elevata letalità osservata in Lombardia è verosimilmente dipendente dal fatto che in questa Regioni si sono effettuati pochi tamponi e solo ai sintomatici (in questo lavoro le Marche ha avuto, almeno nel momento dello studio citato, lo stesso comportamento della Lombardia).

Dica la verità, siete pentiti di avere fatto questo studio? Se poteste tornare indietro, cambiereste prospettiva?

Assolutamente no. Siamo consapevoli che proiettare il passato nel futuro è sempre un’operazione ardita, ma lo abbiamo fatto per fornire uno scenario verosimile ai policy makers. D’altra parte, proprio perché siamo consapevoli dei limiti legati ai dati disponibili, abbiamo voluto evidenziare nel comunicato stampa che il numero di nuovi contagi è probabilmente sottostimato a causa dell’assenza degli asintomatici, i più pericolosi, perché ignorano il loro stato e, oltre a non entrare nelle statistiche, possono contagiare molto di più degli altri.

Senta, Professore, cambiamo argomento. Considerato che il ruolo dell’Osservatorio è fondamentale per le scelte dei policy makers, in primis Governo e Regioni, e considerato che i dati forniti dalla Protezione Civile sono suddivisi per provincia, non ritiene che sarebbe più corretto fornire proiezioni su base sub-regionale, al fine di dare indicazioni più veritiere al Governo e non creare allarmismi presso un’opinione pubblica già stremata?

Ci siamo focalizzati sul livello regionale e non abbiamo approfondito quello provinciale, anche perché sarebbe stato troppo oneroso stimare modelli per provincia. Sono d’accordo con lei che alcune realtà provinciali possono condizionare l’intera Regione.

Se dovesse dare un consiglio al Governo, ma soprattutto a una Regione sostanzialmente spaccata in due sotto il profilo del contagio come le Marche, rispetto alla Fase 2, cosa direbbe?

Purtroppo non mi sento in grado di rispondere a questa domanda, anche se – sulla scorta del solo buon senso, quindi non considerando altri tipi di valutazioni politiche ed epidemiologiche – trovo molte similitudini tra il problema interno alle Marche e quello che sta affrontando il Governo per tutte le Regioni. Come avrà letto, il Governatore della Campania minaccia la chiusura dei confini regionali qualora si “aprisse” nelle regioni del Nord.

Torniamo un attimo a parlare delle Marche: tra qualche settimana sarà pronto il nuovo ospedale No-Covid a Civitanova Marche (MC), per la cui realizzazione è stato chiamato l’ex capo della Protezione Civile Guido Bertolaso. Si tratta di un investimento per il futuro nel caso di un ritorno dell’epidemia. Le chiedo: pensa che la presenza di una struttura sanitaria dedicata possa costituire un fattore da tenere in considerazione rispetto al modo in cui strutturare la Fase 2?

Io per il futuro mi sentirei di consigliare la stesura di protocolli per fronteggiare le emergenze di questo tipo, per non trovarci tra 10 anni con carenza di personale sanitario, mascherine, posti letto in terapia intensiva, senza piani di chiusura aree, di isolamento strutture ospedaliere o residenziali per anziani. Immagino che il Ministero della Difesa abbia un Piano di emergenze in caso di rischio di guerra, per esempio un elenco dei riservisti da richiamare, scorte di razioni alimentari, munizioni, tende per postazioni militari mobili. Ecco, mutatis mutandi, il Sistema sanitario non ha nulla di simile, dovrebbe averlo. Quindi l’ospedale Covid è utile, ma lo dovevano aver previsto prima.

Questi protocolli dell’emergenza cosa dovrebbero prevedere?

Non sono un esperto di igiene pubblica, ma immagino stilare un documento tecnico con tutte le procedure necessarie in casi di emergenza, per esempio individuare una serie di parametri che siano un campanello d’allarme del possibile inizio di un’epidemia, ipotesi di chiusura tempestiva di aree, individuazione dei luoghi a rischio elevato, protocolli per limitare i contagi, procedure per la prevenzione attiva (mascherine, guanti, distanziamento sociale, disinfettazione, ecc), scorte di questi ausili di protezioni e un piano di approvvigionamento rapido,  un piano per il reclutamento urgente di personale medico e tecnico, posti letto in strutture di emergenza, attivazione di canali di informazioni utili alla popolazione.

Il vostro studio ha suscitato molte polemiche che rischiano di disorientare i cittadini. Da scienziato, quale messaggio si sentirebbe di lanciare ai marchigiani, anche a quelli del sud che hanno vissuta l’emergenza in maniera emotivamente meno forte, che leggendo le proiezioni dell’Osservatorio temono che la Fase 2 possa partire dopo il 4 maggio, e con modalità più severe che altrove?

La faccio io una domanda alla popolazione del Nord delle Marche: sarebbero contenti che qualche contagiato proveniente dalle Marche del sud attivasse un focolaio Covid-19 nella loro zona, come quello di Codogno? Ricordo che chi non è mai entrato in contatto con il virus non ha anticorpi e si classifica nella popolazione suscettibile, cioè quella più a rischio.

Un’ultima domanda, quella che tutti i marchigiani le rivolgerebbero fossero al mio posto: ma le Marche dovranno aspettare il 27 giugno per riaprire?

La data individuata è quella relativa al possibile inizio della fase a zero nuovi contagi, ma la politica può scegliere di accettare un rischio maggiore e scegliere di allentare il lockdown anche in presenza di nuovi contagi superiori allo zero. Mi rendo conto del problema economico, vale per tutto il Paese, purtroppo si tratta di decisioni in cui il prezzo da pagare in caso di fallimento è alto, o per la salute o per l’economia.

Pensa che queste sue parole possano bastare per spegnere le polemiche e le preoccupazioni delle famiglie, degli imprenditori, degli artigiani?

La politica, mi sembra di capire, ha già scelto di riaprire, quindi la polemica non ha più motivo di esistere. E allora, credo di dover sperare che abbiano ragione loro.

Anche noi lo speriamo.

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