Intervista a ROBERTO VALLEPIANO, l’Agitatore Culturale

L'Agitatore Culturale combatte con l'artiglieria del pensiero per cambiarla. Usa la cultura per dinamitare il presente, creare corto circuiti e innescare detonazioni politiche. Agisce a livello creativo per costruire il cambiamento.

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Che tipo di intellettuale ti definisci in questo momento storico della sinistra italiana?

La verità è che gli intellettuali di sinistra sono una categoria antropologica che andrebbe indagata in profondità. Probabilmente la loro missione esistenziale è diffondere banalità, noia, saccenza e conformismo al resto del mondo. Il ceto culturale dell’attuale sinistra è quanto di più stucchevole, arrogante e supponente sia mai apparso sul Pianeta Terra dalla nascita della vita. Molto più borghesi, convenzionali ed omologati di ciò che vorrebbero far credere. Il conformismo dell’anticonformismo. Furbacchioni capaci soltanto di parlarsi addosso e di farsi scudo con la tessera di partito che gli garantisce le comparse nei salotti televisivi o il paginone su Repubblica.

Una ricercata trascuratezza nel modo di vestire, una naturale inclinazione all’incuria fisica. Carnagioni pallide e molli di chi teme come l’Armageddon un raggio di sole o un po’ di attività fisica. Si crogiolano nella propria dotta ed autoproclamata alterigia nascondendo mestamente dietro quegli insopportabili occhialetti rotondi e quelle fastidiose giacche di tweed la loro boria.

Io abito in un quartiere popolare e vengo da una famiglia di operai. Mia madre e mio padre si sono conosciuti in fabbrica. La mia idea di intellettuale è molto diversa ed è profondamente legata alla mia identità sociale radicata alla classe cui appartengo. Mi rifaccio all’idea Gramsciana dell’Intellettuale Collettivo e attraverso i miei scritti, i miei libri e le iniziative a cui partecipo cerco di dare il mio contributo per ridicolizzare l’informazione manipolata e addomesticata che proviene dal mainstream e sabotare la pervasività soporifera del pensiero unico che colonizza il nostro immaginario.

Ti hanno messo il sopranome di “agitatore culturale” perché ?

E’ un termine che mi affibbiarono durante una delle mie prime apparizioni letterarie e che da allora feci mia. La differenza tra un intellettuale, nell’accezione tradizionale del termine, e un Agitatore Culturale è la stessa tra subire passivamente o vivere attivamente, con una modalità fresca e viva, la società circostante. L’intellettuale tradizionale si accontenta di descriverla, raccontarla. L’Agitatore Culturale combatte con l’artiglieria del pensiero per cambiarla. Usa la cultura per dinamitare il presente, creare corto circuiti e innescare detonazioni politiche. Agisce a livello creativo per costruire il cambiamento.

Parlaci un po delle tue opere, cosa trattano?

Ho pubblicato quattro libri con cui ho realizzato centinaia di presentazioni in Italia, in diversi paesi d’Europa, Asia e America Latina. Ho ricevuto premi e riconoscimenti di cui vado molto orgoglioso da Cuba e dalla Repubblica Socialista del Vietnam. Sono stato invitato, in rappresentanza del nostro Paese, alla Fiera Internazionale del Libro dell’Avana e ho presenziato a diversi Festival letterari tra cui il Salone del Libro di Torino.

Ho dedicato due libri alla decadenza della sinistra italiana e alla sua dipartita: “Svendola. Anche i Nichi piangono” e “Ufficio Sinistri. Il buco nero in cui è scomparsa la sinistra” la cui pagina Facebook si è in breve trasformata in una piccola comunità che conta 28.000 utenti. Gli altri due libri “Cuba. Geografia del desiderio” e “I figli del Vulcano” sono ambientati a Cuba e in Centro-america.

Presentazione del Salone del Libro di Torino, lingua ospite lo spagnolo.

Raccontaci della tua relazione speciale con l’America Latina

Quella con l’America Latina è una connessione sentimentale, umana e politica. Un continente pieno di contraddizioni ma vivo, da sempre avanguardia rivoluzionaria di lotta e cambiamento sociale; quella grande terra che il Comandante Ernesto Guevara chiamava l’America Maiuscola. Non per la vastità dei suoi confini ma per la forza impetuosa delle sue idee.

L’America Latina ci insegna innanzitutto che la vita è un processo dinamico e non statico. Esercita un fascino ammaliante con percorsi inediti che traggono linfa da diverse culture come quelle indigene, di ambientalismo radicale o guerrigliere da cui avremmo soltanto da imparare. Basterebbe pensare alla ricchezza e alla profondità di filosofie umaniste e panteiste legate ai concetti del Buen Vivir o del Socialismo della Pacha Mama, in cui si coglie la bellezza dell’attività conoscitiva che si produce negli esseri umani che si concepiscono come un tutt’uno rispetto alla madre natura che ci nutre e ci ospita e a cui si deve un sacro e ancestrale rispetto.

Per scrivere il libro “Cuba. Geografia del desiderio” ho trascorso circa 9 mesi sull’isola ribelle e poi ci sono tornato in varie altre occasioni. L’ultima volta pochi mesi fa, impegnato in un lungo tour di diverse settimane che mi ha portato in diverse Università, Case della Cultura, Librerie, Biblioteche, Centri Comunitari e strutture sociali di svariate provincie cubane.

Invece per elaborare il libro “I figli del vulcano” ho trascorso tre mesi in Centro-america. Dopo aver toccato Messico, El Salvador e Belize, mi sono fermato a lungo in Guatemala, trascorrendo circa due mesi sugli altopiani in compagnia delle donne e degli uomini della Guerriglia.

Quali sono i progetti in avvenire?

Oltre alle consuete iniziative di presentazione in giro per l’Italia, che hanno subito un duro contraccolpo per via del Covid e che conto di riprendere al più presto, sto lavorando a due diversi progetti letterari: il primo dal titolo “Sole e Rivoluzione” che concluderà la mia trilogia latinoamericana e il secondo che racconterà storie di sconosciuti ribelli che hanno segnato la loro epoca e portato il riscatto della giustizia sociale nella loro terra.

Li sto portando avanti in stretto contatto con la mia Casa Editrice, la BePress di Lecce. Una piccola casa editrice indipendente con il coraggio delle idee, dove regna un clima di amicizia. Gli voglio bene perché a differenza di altri non considerano la cultura una merce ma un avamposto da cui lanciare l’assalto al cielo.

Cosa consigli ai giovani scrittori?

Di affrontare la vita come i rivoluzionari francesi all’assalto della Bastiglia: con furore incendiario. Essere recalcitranti al potere. Divenire sentinelle del giusto. Non rinunciare mai alla propria dignità in cambio del facile compromesso. Imparare a stringere i denti e a lottare perché dire che non è giusto a volte è solo una scusa, perché quando si trova una porta chiusa invece che tornare indietro, la si può buttare giù.

Io mandai “Cuba. Geografia del desiderio” a decine di editori. I pochi che si degnarono di rispondermi mi dissero che Cuba era un argomento fuori moda, che non interessava più a nessuno. Potevo avvilirmi e rinunciare, oppure andare dritto per la mia strada contro tutto e tutti. Decisi di investire i pochi soldi che avevo in tasca per realizzare un’auto-produzione e il libro si diffuse attraverso il passaparola dei lettori. Da allora ne ho venduto migliaia di copie.


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