Con un discorso dagli stessi toni della campagna elettorale inizia la presidenza Trump, un discorso che vuole guardare al futuro e al popolo americano. Il nuovo presidente si presenta fin da subito con la mano tesa verso quelle fasce sociali che sono stati il nocciolo duro del suo bacino elettorale. “oggi non stiamo trasferendo solo il potere da un’amministrazione ad un’altra, ma stiamo trasferendo il potere da Washigton DC e lo stiamo dando al popolo”. Frase simbolica, che si presta a riassumere l’intero discorso e l’intero senso di questa presidenza; se proviamo a confrontare il discorso di Trump con quello di otto anni fa tenuto da Obama vediamo come allora il discorso, nonostante le difficoltà in cui versava l’America in piena crisi economica, intendeva dare fiducia ai cittadini ricordando che si doveva pensare alle loro speranze e non alle loro paure; il discordo odierno di Trump sembra quasi pronunciato in un paese disastrato in cui il nuovo presidente deve dissipare le paure e i pericoli che una politica che è stata lontana non ha saputo risolvere.

Se Obama era il volto dell’America globale e multiculturale, Trump è il volto di un’America diversa, protezionista, che è quanto mai lontana dalla visione del presidente precedente, ed è sorprendente questa capacità eccezionale dell’America di reinventarsi da un presidente ad un altro, che spiega la vitalità di questo paese. Non ci può essere contrasto più netto con la presidenza Obama di quella di Trump che lascia come monito “prima di tutto l’America”. Risulta di tutto evidente che la politica del nuovo presidente è di stampo protezionistica, “Gli Americani assumeranno gli Americani” può ben figurare quest’altro cardine della visione politica di Trump.

È presto per dare giudizi su quali conseguenze avranno queste diverse visioni del mondo, ma di sicuro è un cambiamento netto, di rottura, nei confronti della presidenza precedente. Un America che il nuovo presidente vuole grande di nuovo e non teme di affermare che quando si apre il cuore al patriottismo non c’è spazio al pregiudizio. È lecito pensare che con la fine della presidenza Obama e l’inizio della presidenza Trump, con tutti gli eventi avvenuti nel corso del 2016, sia finita una certa visione del mondo, che lascia il posto ad una nuova visione del mondo che trova nel nuovo presidente americano e nel primo ministro inglese i maggiori paladini. Il linguaggio del discorso di insediamento di Trump ha ricordato per certi aspetti il discorso di insediamento di Theresa May, se non il discorso pronunciato in questi giorni dal primo ministro britannico a Davos, ovvero questa idea di lotta alle disuguaglianze, di dare più importanza ai cittadini, di portare il governo dalla parte delle famiglie. Tutto questo lascia intendere  che tra Londra e Washigton nasce oggi una nuova stagione di sintonia che dovrà cimentarsi fin da subito con politiche sociali di correzione del la globalizzazione che potranno portare a politiche commerciali destinati a superare gli equilibri multilaterali.

L’impostazione della politica che si sta configurando della nuova presidenza sembra voler formare un nuovo asse politico con la May, in cui l’appoggio di Trump alla Brexit, questo suo non occuparsi dell’unione Europea e delle sue sorti configura un nuovo modello di relazioni con l’Occidente. Trump ha scelto una linea diversa da quella di Obama; il precedente presidente ha visto nella Germania il principale interlocutore europeo  ed ha cercato di evitare l’uscita del Regno Unito dall’Europa.  Trump fa esattamente l’opposto ricreando un asse del mondo anglosassone dando la possibilità alla May di uscire dall’isolamento in cui si può trovare nel corso delle trattative con l’Europa.

Si può a buona ragione dire che è finita una certa visione del mondo, con la fine del sogno di Obama, ed inizia una nuova  visione di direzione opposta a quella precedente.

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