Mail bombing contro informazione tossica e violenta

Parliamo di un atto di violenza ancora troppo diffuso. E di come cinque giorni fa ci si è mobilitati per sconfiggerlo.

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Informazione tossica 25 novembre 2020

Sono passati cinque giorni da una data importante. Il 25 novembre 2020 si è celebrata la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. La pandemia globale che stiamo vivendo non ha impedito alle persone di fare sentire la loro voce. Il frastuono che combatte il mostro non si arresta per via di questo virus. Piuttosto, cambia forma. E così, le manifestazioni in piazza si sono trasferite sul web. E non stiamo parlando solamente di conferenze e flash mob online. Quest’anno quest’onda si è prodigata ancora più verso il cielo. Portando con sé anche quegli aspetti che troppo spesso vengono taciuti. Uno di questi è l’informazione tossica. Quest’ultima rappresenta un atto violento. Chi lo mette in pratica si macchia di sangue. È colpevole del maltrattamento e della morte di migliaia di donne.

Informazione tossica: di che cosa si tratta?

“Il folle gesto”. “Quell’amore malato”. “L’uomo non sopportava più gli atteggiamenti della moglie, così la gelosia ha preso il sopravvento”. “La ragazza era ubriaca”. “La donna era troppo poco vestita, non ha calcolato i possibili pericoli di questa scelta”. Queste sono solo alcune delle tipiche frasi violente utilizzate da alcuni media nel narrare femminicidi o altre forma di violenza sulle donne. Purtroppo quest’abitudine è ancora troppo diffusa. Molti giornalisti tendono a romanzare i fatti. Vogliono a tutti i costi edulcorare un realtà amara. Peccato che in questi casi “addolcire la pillola” non si possa considerare un’azione su cui passare sopra. Quest’atteggiamento non fa altro che infangare la verità. Si parla di amore malato, quando questo sentimento non c’entra proprio nulla con la violenza.

Si tirano fuori termini come “raptus” o “folle gesto” quando si è di fronte a un omicidio premeditato. Quando un uomo ha messo a punto il proprio incontro con la vittima e l’ha uccisa a sangue freddo. Risultato di tutto ciò? La difesa a spada tratta del carnefice. Oltre che alla colpevolizzazione della vittima. Si dipingono gli stupratori e gli assassini come “uomini che hanno perso la pazienza, che sono stati presi dalla rabbia”. E dall’altra parte si continua a gettare la colpa sulle vittime. Come se la violenza da loro subita non sia abbastanza. E come se siano ree della tragedia. Per quanto tempo andremo ancora avanti ad assistere a questo scenario ripugnante? Per quanto tempo sentiremo ancora giornalisti incompetenti emanare queste violente fandonie? Tutto questo deve finire. Ricordiamoci che così facendo ci si schiera dalla parte dell’oppressore. Ci si macchia del suo stesso reato.

Qualcosa sta cambiando: ecco perché

Nonostante questa realtà sia ancora troppo diffusa, esiste però uno sprazzo di luce. La speranza di un futuro migliore arriva dalle menti di alcune persone. E dalle loro azioni. Proprio cinque giorni addietro, in occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne, qualcosa di speciale è successo. Molta gente ha preso parte alla lotta. Si è gridato un gigantesco no contro l’informazione tossica. E lo si è fatto rivolgendosi ai diretti interessati. Sono state molte le redazioni italiane che hanno ricevuto una serie d’email di protesta. “In occasione della Giornata internazionale contro la violenza maschile sulle donne e contro le violenze di genere la vostra redazione è sotto attacco!”. Così si apre questa lettera. E non è tutto. Il testo si estende a riflessioni profonde e radicate.

“Questo è un attacco costruito dal basso e diretto a tutte quelle persone e istituzioni che sfruttano il loro ruolo per veicolare notizie e narrazioni che legittimano le violenze di genere, con un modo di fare giornalismo che colpisce sempre noi donne, ci ferisce e ci uccide una seconda volta. Da sempre, femminicidi, stupri, abusi, episodi di diffusione non consensuale di immagini, vengono romanticizzati e narrati con toni di finta tragicità. Questa spettacolarizzazione normalizza la violenza che subiamo ogni giorno, rende protagonista chi abusa e uccide descrivendolo con toni affettuosi – come “il gigante buono”, il manager di successo”, “il padre amorevole”, “il brav’uomo ferito” – e dipinge come colpevole – perché “troppo ubriaca”, “troppo provocante” o perché “decisa a interrompere una relazione” – chi la subisce”. Parole che vanno dritte al punto, senza lasciare spazio a fraintendimenti. Solo così si può vincere questa battaglia.

La svolta decisiva?

“Finché non vi smarcherete da questo modo di fare giornalismo, sarete voi, in prima persona, i complici della cultura dello stupro e della violenza che combattiamo ogni giorno. Oggi siete sotto attacco perché vogliamo rispedire questa narrazione tossica e violenta al mittente. Vogliamo dire “basta, non ci stiamo” e puntiamo il dito pubblicamente contro di voi! Vogliamo un mondo libero dalla violenza maschile e di genere. Vogliamo un cambiamento strutturale che non può prescindere da un’informazione che non supporti e non occulti la matrice culturale della violenza, che non protegga lo stupratore, che non legittimi il femminicida e che non dipinga come colpevole chi subisce violenza. Vogliamo un’informazione che sia piattaforma di denuncia e non di legittimazione della violenza.

Vi bombardiamo con il Manifesto delle giornaliste e dei giornalisti per il rispetto e la parità di genere dell’informazione condividendone i 10 punti ritenuti prioritari per la costruzione di un’informazione responsabile e consapevole del fenomeno della violenza di genere. Ve lo invieremo allo sfinimento fino a quando non deciderete di applicarlo! Questo è solo l’inizio!” Così termina l’email. Siamo di fronte a un’azione senza pari. È la prima volta nella storia italiana che ci si muove in questa direzione in maniera così decisiva. Ora, il punto, è che non dobbiamo fermarci. I lettori devono impegnarsi a denunciare ogni volta che notano un caso d’informazione tossica. Dall’altra parte, i giornalisti e gli altri media hanno il dovere di fare informazione pulita. Senza macchiarsi di sangue. Tenendo a mente che il colpevole di una qualsiasi violenza e sempre e solo il carnefice, mai la vittima.




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