Indipendenza Israele 2021: il momento dell’autoanalisi?

Lo Stato ebraico ha solo 73 anni mentre la sua popolazione vanta una storia secolare: ma com'è cambiato il paese dalla sua Proclamazione? E cosa riserverà il futuro?

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Israele celebra la sua Indipendenza: una festa “commercializzata” o un’occasione per ritrovare l’unità nazionale? Un occhio esterno potrebbe propendere per la prima. Lo Stato ebraico sta assistendo all’aumento di tensioni sul piano interno prima ancora che su quello internazionale. In Israele un gruppo di esperti ha provato a fare un bilancio di questi “ultimi” 73 anni di storia. Ecco che cosa è emerso.

Israele all’autoanalisi nel giorno dell’Indipendenza?

Nel Giorno dell’Indipendenza i caccia hanno sorvolato i cieli di Israele. Le loro evoluzioni hanno affascinato la folla di cittadini che da 73 anni vivono in un paese democratico, indipendente ed ebraico. Yom HaAtzmaut. Moltissime cose sono cambiate da quel 1948. Alcune volte in positivo, come l’arrivo delle automobili e dei telefoni cellulari che hanno reso “il mondo più piccolo e connesso”. Altre in negativo. Una su tutte: la guerra. Per questo una squadra di esperti del Jerusalem Post si è chiesta se non sia il momento di fare un’autoanalisi. Sul piano internazionale, lo Stato ebraico sta assistendo a una ripresa dei bombardamenti in Siria e nella Striscia di Gaza. Oltre agli attacchi che hanno interessato l’Iran, attribuiti a Israele. Sul piano interno, il paese sta vivendo uno stallo politico senza precedenti che deriva da una crisi iniziata diversi anni fa.

Più divisi che mai

In questo contesto il primo ministro Benjamin Netanyahu, lo stesso che dovrebbe formare un governo, è sotto processo per corruzione. Eppure, i festeggiamenti si sono svolti come ci si sarebbe aspettato: la cerimonia, il decoro, i discorsi. Dal tramonto del 14 aprile la Festa nazionale si è protratta fino alla sera del giorno successivo. L’etichetta ha scandito gli eventi, regolando il comportamento di tutti. Dal più alto funzionario all’ufficiale con il grado inferiore. A ben vedere anche il popolo di Israele è cambiato, perché sembra aver accantonato (se non proprio dimenticato) quella coesione sociale che lo rendeva unico al mondo. E che solo l’empatia può dare. Che si stia guardando a un nuovo Israele?

Hard times

Tempi duri per lo Stato ebraico. A partire dalle rinnovate ostilità con l’Iran che lo accusa dell’attacco al Saviz, la nave cargo affiliata al Corpo delle Guardie rivoluzionarie iraniane. La responsabilità dell’operazione, i cui dettagli erano trapelati al New York Times, era stata attribuita alle Idf israeliane. Ciò significa che sia stato proprio Netanyahu a dare l’ordine definivo. Del resto, non è un segreto che il premier sia disposto a sconfiggere il suo acerrimo nemico, l’Iran, a qualunque costo. Anche impedendo a Teheran di proseguire il suo programma nucleare. Qualche sospetto era nato già nei confronti dell’attacco a uno degli impianti di arricchimento iraniano dei giorni scorsi. Ci si riferisce all’esplosione a Natanz, dove alcune centrifughe sotterranee sono esplose a seguito di un blackout.


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La miglior difesa è l’attacco

Benché il coinvolgimento di Israele non sia stato accertato, la tempista non lascerebbe spazio a dubbi. L’esplosione, infatti, è avvenuta il giorno della ripresa dei colloqui tra Usa e Iran per il Jcpoa. Una coincidenza che ha notato lo stesso Jacob Nagel, ex consigliere per la sicurezza nazionale di Netanyahu. A questo punto, però, una domanda sorge spontanea: come mai lo Stato ebraico ha cominciato a rivendicare? E con zelo, se non proprio con esagerazione? Una scelta voluta perché non si può pensare a una leggerezza. Almeno non per Israele, il cui motto è sempre stato: “Se vogliamo parlare, parliamo. Se vogliamo uccidere, uccidiamo” per citare il Western all’italiana Il buono, il brutto e il cattivo.

Indipendenza di Israele a ogni costo

Piuttosto, sono altri i motivi di questo “cambio di regia”. Innanzitutto, questa strategia potrebbe rientrare nella logica della “deterrenza” e degli attacchi preventivi. Per Israele è essenziale evitare che i nemici penetrino in un territorio che un caccia potrebbe attraversare in appena 4 minuti. In secondo luogo, potrebbe essere il modo che ha scelto lo Stato ebraico per mostrare il suo impegno nei confronti degli Accordi di Abramo. Raggiunti allo scopo di normalizzare le relazioni con le petrolmonarchie del Golfo, questi costituiscono una solida alleanza contro Teheran. Infine, la recente sfrontatezza dell’altrimenti riservato Stato ebraico potrebbe derivare dalla personalità carismatica di Benjamin Netanyahu.

Un castello di carte

Così, Bibi sfrutterebbe il successo contro i nemici nazionali per legittimare la sua leadership. In effetti, una minaccia estera potrebbe fare il gioco di Netanyahu per altri due motivi. Il primo è che una crisi potrebbe persuadere i partiti politici ad allentare le proprie rivendicazioni a beneficio dell’interesse nazionale. È pur vero che Gideon Sa’ar e altri cinque parlamentari del suo New Hope hanno escluso che entreranno in una coalizione guidata da Netanyahu. Ma cosa succederà se scoppierà una crisi esterna? In quel caso non sarebbe un dovere civico formare un governo? Se non altro per superare l’emergenza? Ma non solo. Perché Netanyahu riuscirebbe anche a distogliere l’attenzione dal procedimento penale che lo riguarda.


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Cosa rischia?

Mentre la sua figura “aleggia” sul banco degli imputati del tribunale di Gerusalemme, la Vecchia Volpe sta incontrando i capi di partito per formare la sua coalizione. Un proposito più facile a dirsi che a farsi. Nonostante il presidente Rivlin lo abbia incaricato di formare un governo, o almeno di provarci, è indiscutibile che le accuse mosse nei suoi confronti equivalgano a una lettera scarlatta. Un vessillo appuntato sul petto che lo marchia dal punto di vista politico prima che sociale. Eppure, un’alleanza di governo sarebbe l’ultima possibilità che ha Netanyahu per rimanere al potere. Ma Netanyahu dovrà stare attento a scherzare col fuoco.

Alleati in vista?

Soprattutto perché un passato di promesse infrante, fatte allo scopo di confermarsi il leader supremo, potrebbe aver compromesso la sua reputazione. Tanto che i suoi oppositori potrebbero non cadere una seconda volta nella sua rete. Persino quelli più ingenui. Ad esempio, questa è l’esperienza del “sedotto e abbandonato” Benny Gantz, che il premier aveva lusingato con la promessa della rotazione della leadership. Ma che poi si era rivelato un modo come un altro per attrarre il Blu e Bianco del rivale nell’orbita del Likud. Intanto, Bibi cerca sostenitori da ogni parte. Persino tra il giudaismo della Torah unita. Una mossa disperata? Oppure una mossa astuta? Solo il tempo (e la caparbietà di Netanyahu) lo rivelerà.


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Lo stallo politico

Sebbene in passato lo Stato ebraico abbia “lavato i panni sporchi a casa” e trovato una maggioranza alla Knesset, stavolta la situazione sembra diversa. Anche perché sono diversi gli attori politici coinvolti. Di certo, l’instabilità intrinseca della politica israeliana ha richiesto e richiederà un lavorio costante per mantenere soddisfatte tutte le parti. Ma ormai Israele sembra sguazzarci in una crisi politica fatta di amicizie, inimicizie e franchi tiratori. “È il tempo degli intrighi e dei piccoli partiti“, scriveva Alexis De Tocqueville riferendosi all’America del 1800. Una frase sorprendentemente attuale. Ma per gli esperti intervenuti al simposio del Jerusalem Post, Israele dovrà evitare quanto accaduto negli Usa: una guerra intestina tra Biden e Trump.

Israele rischia la sua indipendenza?

Proprio questo impasse potrebbe minare dunque l’indipendenza e l’immagine internazionale di Israele. Innanzitutto, l’immobilismo politico dà l’impressione che lo Stato ebraico sia incapace di agire coeso. In secondo luogo, e a maggior ragione, un paese che dopo quattro tentativi non riesca a formare un governo stabile in grado di formulare le proprie politiche ne perde in credibilità. Del resto, non potrebbe essere altrimenti. Con che coraggio potrebbe pretendere di influenzare la politica degli altri paesi quando non sa mettere d’accordo nemmeno i suoi stessi decisori?


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Cosa minaccia l’indipendenza di Israele?

Inoltre, c’è sempre la questione Iran. Una lama a doppio taglio per Netanyahu. Perché se da una parte il fatto di “colpire al cuore” gli sciiti potrebbe favorire la longevità della sua carriera politica, dall’altra potrebbe trasformarsi in un’ossessione pericolosa. Al punto da fargli commettere qualche sbaglio che risulterebbe fatale nelle sue condizioni. Soprattutto, i problemi personali e pubblici che lo riguardano (il suo processo per corruzione) impediscono a Netanyahu quella concentrazione necessaria per affrontare lucidamente la questione iraniana. In questo caso, il rischio che corre Bibi è di offrire un’arma impareggiabile ai suoi oppositori. Ancora più devastante delle bombe.

L’ossessione di Netanyahu

Tuttavia, Netanyahu resta della sua idea. Anzi, rilancia. Durante il suo discorso allo Yad Vashem ha inviato un messaggio piuttosto chiaro all’amministrazione Biden. “Un accordo nucleare con l’Iran che consentirà loro di sviluppare un arsenale nucleare con l’approvazione internazionale è di nuovo sul tavolo“, aveva detto. “Ma la storia ci ha insegnato che accordi come questi non valgono nulla“. “Anche ai nostri migliori amici dico che un accordo con l’Iran che apre la strada alle armi nucleari che ci minacciano di distruzione non ci obbligherà affatto“. E ancora. “C’è solo una cosa che ci obbliga: impedire a coloro che cercano di distruggerci di compiere la loro volontà“. Dunque, Bibi si opporrà strenuamente all’accordo sul nucleare iraniano. L’impressione, però, è che molte questioni essenziali per la sicurezza nazionale siano prese sull’onda dell’emotività.

Le patate bollenti

Poi ci sono decisioni che non sono state prese affatto. O che sono state prese all’ultimo minuto. Ad esempio, Israele ha risposto in via formale alla Corte penale internazionale che sta indagando il paese per crimini di guerra solo un giorno prima della scadenza. Oltretutto per dire che non avrebbe collaborato alle indagini. Allo stesso modo, Israele non ha rilasciato alcuna dichiarazione formale relativa alle elezioni dell’Autorità Palestinese che si terranno il mese prossimo. Ai palestinesi sarà consentito votare a Gerusalemme Est? E Hamas? Pur essendo questioni critiche, la politica israeliana non ha scelto quale sarà la sua posizione ufficiale.


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Quanto inciderà Bibi sull’indipendenza di Israele?

Nell’Universo ideale di Netanyahu, il mondo dovrebbe fermarsi in attesa che lui risolva i guai che ha con la giustizia. Sempre nel suo mondo utopico, questioni urgenti come l’accordo nucleare iraniano, l’accusa della Corte penale internazionale per presunti crimini di guerra e le imminenti elezioni dell’Autorità Palestinese sarebbero tutte sospese. Almeno fino al giuramento del suo governo. Ma Israele non orbita nell’Universo di Netanyahu. Al contrario, senza un esecutivo in grado di prendere le decisioni il paese corre su un pavimento scivoloso, mentre la situazione geopolitica è in rapida evoluzione e le insidie sono sempre dietro l’angolo. Senza una classe politica, il paese non potrà far fronte alle minacce. Specialmente quelle che arrivano dalla Striscia di Gaza e dall’Iran.


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Una giovane vecchia democrazia?

Bibi, melech yisrael. Bibi, re d’Israele“, cantano i sostenitori di Netanyahu. A ben vedere, però, dopo 73 anni la monarchia è ancora una forma di governo estranea agli israeliani. Se non prima, di certo da quando David Ben Gurion assunse la carica diventando il primo premier nella storia politica del paese. Ma 73 anni sono un battito di ciglia. Soprattutto per un popolo la cui storia risale a più di 3.000 anni fa. Allora perché Israele sembra avere una visione distopica del suo futuro? Così disordinato e imprevedibile? Oltretutto in cui contesto nel quale i sogni ebraici di Ritorno, Rinascita e Autonomia si scontrano con una realtà fatta di guerre e minacce regionali. Come di disparità economiche e divisioni etniche, cui si affiancano le aspirazioni parallele di milioni di palestinesi.

Perché sopravviva l’indipendenza di Israele

Israele sembra rimasto, nel profondo, un esperimento di collettivismo relativamente egualitario. Oggi la sua democrazia può apparire logorata da guerre intestine e pretese egoistiche. E forse in parte lo è. Ma stando alla psicologia della Gestalt, “Il tutto è diverso dalla somma delle singole parti“. In questo non c’è giudizio. Quindi, fintantoché il popolo ebraico manterrà quella coesione sociale, quella isresilienza che lo contraddistingue, allora riuscirà a superare le difficoltà. Come scriveva De Tocqueville, un sistema democratico “diffonde un’attività irrequieta in tutta la società, una forza sovrabbondante, un’energia che non esiste mai senza di essa e che, per quanto poche circostanze possano essere favorevoli, può produrre meraviglie“. L’augurio, è che il popolo ebraico ricordi e faccia propria questa importante lezione per superare le difficoltà. Unito.


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