«In God We Trust». Da circa due secoli, ormai, questo è il motto nazionale degli Stati Uniti d’America e, al contempo, anche della Florida. Prima di questo (che, tradotto in italiano vuol dire «Noi confidiamo in Dio») c’era stato «E pluribus unum» (ovvero «Da molti uno») introdotto come metafora delle 13 realtà territoriali che, in seguito alla loro unione, diedero origine agli Usa. A partire dal 1782 si decise di introdurre la locuzione latina nel Gran Sigillo degli States, e qualche anno dopo cominciò a comparire anche su alcune monete e banconote. Anche se tutti avevano cominciato ormai a considerarlo come il vero motto del sentimento nazionale, in realtà non era stato mai approvato dalle autorità politiche e giudiziarie.

Diverso, invece, fu il percorso di «In God We Trust». Innanzitutto si presume che questa frase possa essere stata tratta in qualche modo dalla strofa conclusiva di The Star-Spangled Banner, canzone scritta nel 1814 da Francis Scott Key, divenuta negli anni a venire l’inno ufficiale americano. In effetti, nel brano si legge: «And this be our motto: in God is our trust». Un’altra ipotesi sulle origini dell’ormai celebre esclamazione statunitense è legata a John Milton Hay, segretario personale del presidente Abraham Lincoln, il quale si laureò presso la Brown University, il cui motto è sempre stato: «In Deo Speramus» che, tradotto dal latino, vuol dire «Confidiamo in Dio».

In God We Trust: storia del motto Usa.

L’11 luglio 1955 rappresenta una data importante per gli States ma soprattutto per il motto «In God We Trust». Infatti, proprio in questo giorno, il presidente Dwight D. Eisenhower appose la sua firma al disegno di legge che stabiliva che la storica frase comparisse su tutte le banconote e monete nazionali. Si dovette però attendere il 1957 affinché fossero immesse in circolazione le valute recanti l’iscrizione, ovvero dopo che il Congresso ebbe proclamato la locuzione come motto nazionale.

Bennett, il principale promotore di «In God We Trust» sulle banconote

Il politico Charles Bennett fu il principale sostenitore dell’inserimento di «In God We Trust» sul dollaro americano. Questi, infatti, in un discorso ufficiale sostenne la necessità di introdurre la frase sulle banconote, poiché tra le certezze degli Stati Uniti vi era proprio quella che il Paese fosse stato fondato in piena «atmosfera spirituale» e con una profonda e inossidabile fede in Dio. Al contempo, aggiunse che, se da un lato la fede verso il Signore è un qualcosa di «universale e senza tempo», la storica locuzione invece era «indigena», pienamente radicata nelle origini degli Usa.

In God We Trust sulle banconote: il ruolo di Bennett.

Inoltre, quando presentò il disegno di legge poi sottoscritto dal presidente Eisenhower, Bennett (che sarebbe stato membro del Congresso per ben 44 anni) chiamò in causa la Guerra Fredda, dicendo che mentre il «comunismo imperialista e materialista» della Russia cercava di minare le libertà americane, il Paese doveva rispondere proprio per rafforzare ulteriormente i suoi principi liberali. I primi ad appoggiare l’iniziativa del deputato furono i democratici Eberharter della Pennsylvania e Harris dell’Arkansas. Successivamente anche il Comitato Bancario e Valutario diede il proprio benestare alla misura. Dopo circa tre settimane, il Senato approvò il provvedimento.

L’accusa di incostituzionalità

La legge che sancì l’approdo di «In God We Trust» sulle banconote e monete statunitensi ovviamente ebbe anche degli oppositori. In particolare il provvedimento fu accusato di essere in aperto contrasto con il Primo Emendamento della Costituzione americana che sanciva (e sancisce ancora) la libertà religiosa di ciascun individuo. Questo principio, infatti, indicherebbe che si abbia anche tutta la libertà di non credere in Dio, di essere atei, dunque l’imposizione del suddetto motto sulla valuta nazionale andrebbe contro i diritti dei non credenti.

In God We Trust sui dollari: le controversie.

I fautori del disegno di legge, invece, ci tennero a sottolineare che il Primo Emendamento si riferirebbe a qualsiasi divieto nei confronti del Congresso di imporre una religione di Stato o di bandirne qualcuna dal Paese. Infine bisogna ricordare che tra i maggiori oppositori del motto americano sulla banconote vi fu il presidente Theodore Roosevelt, per il quale rappresentava una sacrilegio scrivere il nome di Dio su un bene meramente materiale come il denaro.

Roosevelt: il primo ad aver capito il potere dei media

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