In esposizione alla Fondazione Beyeler Georgia O’Keeffe

Fino al 22 maggio un percorso tra i paesaggi e i fiori dell'artista statunitense

0
330
esposizione alla Fondazione Beyeler
Un lavoro di Georgia O'Keef

Un’esposizione alla Fondazione Beyeler su Georgia O’Keeffe, rappresentante dell’arte moderna americana per il giubileo dell’Istituzione. Con 85 opere provenienti principalmente dagli Stati Uniti, l’esposizione offre uno spaccato dell’opera dell’artista. Per il  pubblico europeo la retrospettiva costituisce una rara occasione per approfondire la conoscenza della produzione del talento.


Da Beyeler Berthe Morisot e le professioniste del pennello


Com’è concepito il percorso dell’esposizione alla Fondazione Beyeler?

La mostra si concentra sulla maniera particolare in cui O’Keeffe guardava al mondo  circostante. L’attenzione è sul modo in cui traduceva ciò che percepiva in immagini del tutto inedite della realtà. O’Keeffe ha sviluppato un  linguaggio espressivo originale che oscilla tra astrazione e figurazione ed è ancora oggi attuale. La personalissima visione dell’artista è combinata al suo modo delicato e rispettoso di accostarsi alla  natura. L’artista è la più importante e interessante pittrice di paesaggi e scenari naturali del XX  secolo. L’esposizione si apre con uno sguardo ai primi lavori, creati mentre insegnava in Virginia e in  Texas. Disegni a carboncino, “Early Abstraction” del 1915 e “No. 14 Special” del 1916, sono presentati con una selezione di acquerelli di piccolo formato tutto colore e luminosità. Uno dei pochi dipinti a olio del periodo è “Red Landscape” del 1916 e 17 col cielo notturno squarciato da una spettacolare esplosione di luce.

Paesaggi e fiori

Seguono dipinti quali “Blue and green music” e “Series I – from the plains” che rivelano  il confronto dell’artista all’astrazione. Fondamentalmente, però, l’arte di O’Keeffe è caratterizzata  in larga misura dalla giustapposizione di pittura figurativa e vaga. Il mondo vegetale, in particolare  i fiori, sono temi centrali nell’opera di O’Keeffe. Nei fiori di grande formato, “Jimson weed / white flower No. 1” si riconosce la familiarità con la «Straight photography». 

Il periodo newyorkese

I lavori risalenti al primo soggiorno newyorchese, “Ranchos church No. 1”, sono ispirati a forme tipiche della regione. Sono ricorrenti l’architettura adobe e le croci penitenziali piazzate da confraternite laiche nel bel mezzo di un paesaggio. “Mule’s skull with pink poinsettias” è uno dei tanti dipinti che l’artista ha eseguito prendendo spunto da teschi di animali rinvenuti nel deserto. Negli anni della guerra, quando viveva stabilmente in New Mexico, il suo modo di guardare il paesaggio è cambiato. Nelle serie “Black place I–IV” e “Black place I–III” è ricorsa a una tavolozza insolitamente scura per rendere il panorama collinare nero-grigio. La sua pittura privilegia ora una prospettiva a volo d’uccello. Anche la natura morta “It was a man and a pot” suggerisce che percepisse il mondo condizionato dagli eventi bellici. 

L’ultima sezione dell’esposizione della Fondazione Beyeler

Nell’ultima l’opera tarda di O’Keeffe incontra “Black mobile with hole” di Alexander  Calder. Il cui lavoro del creativo è da tempo legato alla Fondation Beyeler sia attraverso la collezione del museo sia attraverso diverse mostre. A differenza della pittrice, intrattenne un rapporto duraturo con l’Europa. L’arte di entrambi è sostanziata da un attaccamento alle vaste pianure e agli orizzonti infiniti dell’America rurale.  

«Di rado ci si prende il tempo per osservare davvero un fiore. Io li ho  dipinti sufficientemente grandi da consentire agli altri di vedere ciò che io vedo.»

Georgia O’Keeffe, 1926

Georgia O’Keeffe

Cresce nell’azienda lattiera di famiglia nel Wisconsin, nel Midwest degli Stati Uniti. Compie i passi  decisivi per la sua carriera artistica quando si stabilisce a Charlottesville, Virginia e poi a Canyon, Texas. Dal 1916 al 1918 riveste il ruolo di insegnante d’arte. A partire dal 1918 l’artista vive a New York anni cruciali per il suo percorso artistico. Nella metropoli si ritrova al centro dell’influente cerchia del fotografo, gallerista e mediatore artistico Alfred Stieglitz. Il suo spazio espositivo rappresenta un luogo di confronto e stimolo per la nascita della fotografia americana. O’Keeffe deve il riconoscimento del suo potenziale artistico al sostegno dell’appassionato d’arte, suo futuro marito, e all’ambiente newyorchese. Tuttavia, la vita urbana lascerà poche tracce visibili nei suoi lavori. Per molti anni soggiorna nella casa vacanza sul Lake George. Nel 1929  trascorre per la prima volta diverse settimane in New Mexico, dove si stabilisce dopo la morte del coniuge. 

L’arte americana dei primi del Novecento

Georgia O’Keeffe era considerata un’importante rappresentante della nuova arte americana. Si tratta del movimento che dal 1910 si era diffusa in opposizione alle avanguardie europee. Nel 1943 all’Art Institute di Chicago si tiene la sua prima  retrospettiva in un museo; nel 1946 il Museum of modern art di New York le dedicò una grande mostra. La maggior parte delle opere dell’artista si conservano negli Stati Uniti, in oltre 100 collezioni pubbliche e private. In Europa, dove ha viaggiato per la prima volta soltanto nel 1953, a 65 anni, si trovano appena una dozzina di lavori. Nel Vecchio continente la prima mostra risale al 1993 alla Hayward Gallery di Londra. In Svizzera è conosciuta per la retrospettiva del 2003 curata da Bice Curiger al Kunsthaus di Zurigo. Oggi è una pittrice celebre anche in Europa, sebbene le sue opere siano raramente visibili in originale. 

Il catalogo dell’esposizione alla Fondazione Beyeler

Curata da Theodora Vischer, “Georgia O’Keeffe” sarà presentata alla Fondazione Beyeler fino al 22 maggio. La mostra è organizzata con la collaborazione di Riehen/Basilea,  Museo nacional Thyssen-Bornemisza e Centre Pompidou, in partenariato col museo dell’artista a Santa Fe. Il catalogo è pubblicato in tedesco. Il volume di 208 pagine contiene contributi di Cody Hartley, Anna Hiddleston-Galloni, Didier Ottinger, Marta Ruiz del Árbol, Ariel  Plotek e Julia Keller. La prefazione è di Sam Keller e Vischer.

Immagine da cartella stampa.